Pubblichiamo un estratto da Applausi nel cassetto di Ana Blandiana (traduzione di Luisa Valmarin), uscito Elliot edizioni, che ringraziamo (fonte immagine).
di Ana Blandiana
Quello che non devo perdere di vista è che io non sono il personaggio, ma l’autore di questo libro. Questo perché la tentazione di passare da una categoria all’altra è tanto più grande quanto è infinitamente più facile essere personaggio piuttosto che autore. Anche se da un certo punto di vista l’autore è anche lui un personaggio, più drammatico e complicato, di qualcun altro. Per dire il vero, quest’ultima idea – cioè che io stessa sarei, a mia volta, personaggio di qualcun altro – ha la virtù di calmarmi. Le mie incoerenze non sarebbero allora che sviste, attimi di disattenzione dell’altro, le mie contraddizioni dimenticanze e ripensamenti suoi, e tutto quello che non mi riesce conseguenze della sua imperizia e della sua mancanza di talento.
Ma soprattutto, questa meravigliosa supposizione presupporrebbe il tormento e la sofferenza della creazione sofferti da un altro essere, e di un altro essere. Il racconto dei dolori del dare alla luce le grandi opere – diari di creazione, memorie, ricordi che gli scrittori pubblicano sempre dopo che l’opera ha visto la luce, descrivendo con minuzia e orgoglio i propri sintomi come se l’intensità delle sofferenze patite potesse aggiungere, simili a ombre dotte, un di più allo splendore – mi ha recato un gran sollievo, un grande incoraggiamento soprattutto. Le mie difficoltà a scrivere ricevevano così non solo corrispondenze illustri, ma anche dimostrazioni che non erano vane.
Il fatto che qualcuno – evidentemente uno scrittore più grande di me – soffra per crearmi con tutte le mie sofferenze non può essere altro che un rinfrancante segno del rigore dell’universo. Mi sarebbe difficile dire quando ho pensato per la prima volta a questo libro, ma ricordo che il suo spirito è molto più vecchio dell’idea della sua esistenza; voglio dire che molto, molto prima di immaginare sia pure per scherzo che una volta avrei scritto un libro in prosa – cioè centinaia di pagine numerate con la premura che non si scompiglino e coperte interamente, da un capo all’altro, di righe, non fogli volanti autonomi, cosparsi di brevi versi e parole, che si rispondono oltre i vuoti! –, sognavo una struttura più laica e più logica delle strutture della poesia, ma allo stesso tempo capace di contenere ciò che contengono quelle, avendo in più le disponibilità quotidiane e umane dell’epica. Ma questo non era altro che un modo di ambire all’elasticità delle frontiere del poema e nemmeno alla lontana un tentativo di spostarne la definizione in un altro genere letterario.
Del resto, sono passati nel frattempo anni durante i quali ho continuato a scrivere poemi e ho cominciato a scrivere prosa senza avere la sensazione che cambiasse qualcosa di essenziale nel mio modo di interpretare le cose, in un caso e nell’altro trattandosi di immagini e di frammenti che si sommavano per dare non un’architettura, ma un’aura. La nostalgia dell’architettura in un paesaggio di calcinacci è stata la radice di tutti i miei donchisciottismi.
In realtà, non si pone il problema di scoprire le radici storiche dell’intenzione di scrivere questo libro, ma piuttosto quello di cercare di trovare una scusa per scriverlo. Ho la sensazione che deve avere una monaca partita come infermiera per il fronte. Certo, la colpa, si dirà lei, è della guerra e delle infinite sofferenze umane che cerca di alleviare così, ma al di là di questa evidente motivazione esiste anche la libertà dei movimenti, la mescolanza, l’immergersi in tutta questa moltitudine – dolente, sofferente, certo, ma anche calda e viva e spudorata, brulicante di passioni, di pidocchi, di singhiozzi, di desideri, di lacrime, di sporcizia, di sangue, di vita – che ha sostituito il percorso a occhi chiusi tra lo scanno del coro e la cella, e la contemplazione della sofferenza sublimata nel crocifisso.
Quello che so con precisione è che allorquando sono partita per la prima volta da Plai avevo la certezza che in quel luogo – sottolineo in, non a proposito di quel luogo – si sarebbe dovuto svolgere un libro che avrei scritto. Usavo per la prima volta nella mia vita, connesso alla mia stessa scrittura, il verbo svolgersi che se non presuppone – sebbene lo faccia – un’epica, presuppone comunque uno svolgimento e una costruzione a cui non avevo pensato fino ad allora e la cui semplice idea ha agito innanzitutto come una sorpresa.
Così è cominciato questo libro, molto prima di cominciare ad essere scritto, grazie a una meraviglia e grazie a un obbligo. Venivo dalla pianura romena, e laddove dovevamo passare il Danubio con una chiatta per arrivare sulla riva dobrogeana dove erano scavate le casupole degli archeologi si era prodotto un assembramento di persone, camion e automobili a causa del severo controllo a cui erano sottoposti i bagagliai e i borsoni. Dapprincipio non avevo capito cosa succedeva, ero in una lunga fila di automobili che aspettavano il loro turno per salire sulla chiatta e non riuscivo a vedere perché tutto procedeva tanto lentamente. Gli autisti avevano lasciato le loro automobili, la gente che stava in un autobus, anche lui nella fila, era scesa e rumoreggiava. Mi sono avvicinata anch’io.
In effetti, alcune decine di persone scese dall’autobus, dai camion e dalle automobili guardavano lo spettacolo commentando i fatti, senza meravigliarsi e senza intervenire. Quel che vedevano era una squadra di alcuni poliziotti che – saliti sulla chiatta – quasi senza dire una parola aprivano le borse, le valigie, alzavano le capote delle auto e quando trovavano – e trovavano davvero quasi dappertutto – grappoli d’uva, li confiscavano. L’operazione si svolgeva sistematicamente, senza scenate: una volta svuotata la cassetta o la borsa vuota erano restituite ai proprietari che le prendevano e, senza protestare, senza nemmeno discutere l’accaduto, scendevano dalla chiatta e si allontanavano, facendosi spazio tra gli spettatori.
Era al tempo della vendemmia, sterminati vigneti di Stato destinati all’esportazione – commentavano, informati, i testimoni – si estendevano dall’altra parte del fiume e siccome l’uva non la si poteva ottenere che illegalmente, i difensori dell’ordine avevano fatto ricorso a questo metodo radicale… Quando tutto è finito, è stato annunciato l’imbarco di quelli che fino ad allora erano stati spettatori e gli stessi poliziotti, sudati e stanchi per il caldo, hanno cominciato a interrogare ogni persona prima che salisse; qualcuno fra gli interrogati invece di rispondere gli allungava una borsa con il pane, che quelli che guidavano l’operazione prendevano e vuotavano nel Danubio, restituendola vuota al proprietario e passando al successivo.
Lo spettacolo aveva in sé qualcosa di allucinante non solo per l’assurdità dei gesti, ma anche per la perfetta cooperazione delle vittime, per l’assoluta mancanza di proteste, nemmeno verbali. Era come in una rappresentazione teatrale in cui, essendo conosciuta da prima la trama e le battute sapute a memoria, nessuno sentisse più il bisogno di stancarsi a recitarla e tutto si trasformasse in una semplice pantomima con i movimenti stilizzati ed economizzati al massimo o come in una funzione religiosa in cui non credesse più nessuno e tutti si affrettassero annoiati, ma obbligati dal dovere, a portarla a termine quanto più brevemente. Intorno alla chiatta si erano raccolti dei pesci – evidentemente anche loro a conoscenza del rituale – che strappavano pezzi di pane ammollato, mentre in attesa della partenza i meccanici della chiatta, divertendosi, cercavano di prenderli con lenze improvvisate. Dopo che, alla fine, ci siamo mossi e i poliziotti sono rimasti sempre più piccoli sulla riva, la gente ha cominciato a commentare quasi con divertimento l’accaduto, che sembrava essere quotidiano, mentre con uno strano orgoglio, come in un concorso di destrezza, tirava fuori – le donne da sotto i grembiuli gonfi che le facevano sembrare incinte, gli uomini dalla doppia fodera delle giacche – altri pani, che sistemava vittoriosamente nelle borse.
La spiegazione di questo teatro assurdo constava nel tentativo delle autorità di mettere in pratica una disposizione secondo la quale ai contadini era proibito comprare il pane in città. Almeno questa, mi ha detto P., era la spiegazione della scena che gli ho raccontato senza riuscire a stupirlo. La conosceva.
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