medee

(fonte immagine)

Nonostante i nomi altisonanti che affollavano il cartellone delle Olimpiadi del Teatro, ospitate lo scorso ottobre da Wrocław Capitale europea della cultura 2016, il vero cuore della manifestazione è stato lo spettacolo «Medee. Sul varcare», diretto da Jarosław Fret, regista della compagnia Teatr Zar e direttore dell’Istituto Grotowski. Lo spettacolo è stato poi ripreso a marzo di quest’anno, sempre all’interno dello spazio sacro del Teatr Laboratorium, uno dei luoghi da cui partì la rivoluzione teatrale di Jerzy Grotoswki. Si tratta di una sala piccola, di mattoni nudi, per questo lavoro completamente invasa dalla struttura che ingabbia l’attrice Simona Sala, interprete e protagonista (ma in parte anche autrice del lavoro).

Barbara, maga ed esule, la Medea del mito è un personaggio inquieto che incarna con potenza la figura del rifugiato, dello straniero che non trova accoglienza. È su questo aspetto e sul suo cortocircuito con la contemporaneità che ruota lo spettacolo di Fret. La sua Medea non è un personaggio ma una condizione. Una condizione che, come suggerisce il titolo plurale, riguarda migliaia di persone – in particolare quella di chi oggi affronta il mare per cercare rifugio in Europa. Ma forse, in modo rifratto, riguarda anche chi quella condizione non la vive, ma se la trova di fronte e deve necessariamente usarla come specchio per misurare la propria umanità.

Questa rifrazione la troviamo anche in scena, dove le Medee sono quattro, come suggerisce il titolo, e non una soltanto. Oltre alla performer ci sono tre cantanti – Fatma Emara, Marjan Vahdat, Selda Öztürk – provenienti da tradizioni diverse, Egitto, Iran, Turchia (nella versione di marzo 2017 era assente Emara). Disposto su un altro lato c’è un coro maschile e un violoncello che accoglie il pubblico eseguendo Bach; tutte presenze che immergono la performance in un paesaggio sonoro che si edifica assieme a quello visivo e crea un ambiente acustico prossimo a quello di una messa cantata. Di una liturgia.

In scena Simona Sala agisce in uno spazio chiuso, attorno al quale si dispone tanto il pubblico che il resto dei performer. Si muove ingabbiata all’interno di un ring dove fanno la loro comparsa porte, finestre, appendiabiti –elementi di un abitare vagamente antico, sicuramente mediterraneo – per poi sparire con velocità. Ma la maggioranza degli elementi e dei simboli in scena rimanda all’orizzonte aperto del mare. Un mare racchiuso, però: in delle buste d’acqua, ad esempio. Oppure il mare che spunta dalle botole disposte ai lati del perimetro, contenitori dove vengono rivenute le tracce di chi affronta il viaggio come un rito che prevede una continua spoliazione: cellulari, fotografie, chiavi. Frammenti di identità, frammenti di passato inghiottito dai flutti.

Per quelli che si aspettano di assistere a qualcosa che ricordi il dramma euripideo è riservata una cocente delusione. L’operazione che fa Jarosław Fret è quella di spogliare il personaggio dei suoi tratti più conosciuti – il figlicidio, la vendetta, la gelosia – per riconsegnare al pubblico una figura distillata, esemplare di una condizione che immediatamente impatta con il presente. Ecco allora una donna in costante, impossibile equilibrismo tra una fragilità estrema e una forza ultraumana, che cerca di districarsi tra una serie di condizioni avverse che sembrano imprigionarne i movimenti, la possibilità di agire.

Diceva Alessandro Leogrande, autore del libro «La frontiera», che oggi il viaggio d’avventura, il salto della linea d’ombra conradiana che separa inesorabilmente l’infanzia dall’età adulta con un colpo netto, non è più realizzabile e nemmeno pensabile nell’occidente opulento, ma trova una sua reincarnazione nel viaggio che i migranti intraprendono verso l’Europa. Soprattutto i più giovani. E, in modo ancora più drammatico, soprattutto le donne. Nulla di più vero. Questo aspetto, tragico e vitale allo stesso tempo, è la vera cifra del dramma sociale e dell’avventura di chi cerca un destino migliore. Qualcosa che la nostra epoca – e con lei chi pratica i linguaggi dell’arte – dovrà trovare il modo di raccontare, per consegnarlo alla coscienza collettiva, alla posterità e anche a un possibile riscatto.

Jarosław Fret e Simona Sala scelgono una strada non semplice, perché l’universo femminile attorno al quale lavorano (che rappresenta una forte minoranza nel fenomeno attuale delle migrazioni verso l’Europa) è anche la parte più fragile, l’abisso più oscuro, del naufragio di umanità a cui stiamo assistendo. Abbinano il mito alla contemporaneità proprio per questa ragione: perché, più che gettarsi su storie reali e sull’enumerazione di dati (che dovrebbe essere appannaggio del giornalismo, più che del teatro), ciò che l’attore può consegnare allo spettatore è un disegno dei confini della condizione umana. Fret e Sala compiono questo abbinamento senza infingimenti, senza cioè perdersi in rimandi intellettuali tra la vicenda della Medea classica e l’odierna condizione dell’esule, ma suggerendola in modo istintivo grazie a un continuo rovistare nel materiale più oscuro di quella condizione.

In questa operazione, poi, collassano una serie di simboli dell’oggi. Megafoni, tute bianche, giubbotti di salvataggio e taniche di benzina ci rimandano alle operazioni di recupero in mare di questa umanità ancora una volta divisa arbitrariamente in sommersi e salvati. E ci trasportano – grazie anche ad una scena praticamente immersiva, dove gli spettatori sono solo cinquanta e si siedono veramente a ridosso della scena – all’interno di quell’universo che tendiamo a rimuovere.

«Medee» è uno spettacolo evocativo, che riesce a scalfire la scorza di durezza, a tratti di indifferenza, con cui ci difendiamo dal continuo assalto di immagini sconvolgenti che ci giungono dai giornali (all’inizio del lavoro ci accoglie ad esempio l’immagine di Omran Daqneesh, il bambino di cinque anni ferito ad Aleppo e coperto di detriti; immagine che ha fatto il giro del mondo). Queste immagini, forse anche per una forma di autodifesa, non ci toccano davvero più. Con la sua forma cantata, con il tentativo di recuperare il rimosso attraverso una gestualità rituale, «Medee» tenta una strada non verbale per attraversare quella scorza.

Il finale mozza il fiato. Vediamo una Medea alla deriva sopra una zattera, con un motore nautico che sparge il suo olezzo di nafta e il suo scoppiettare ossessivo. Un momento di buio e l’acqua racchiusa nelle botole comincia a spargere una spessa coltre di fumo che invade completamente il pavimento della sala. Tutti fluttuiamo in un mare bianco, lattiginoso e inquieto. Si tratta di un piccolo artificio (probabilmente ottenuto col ghiaccio secco) ma l’effetto è dirompente.

Di colpo si crea il silenzio, la liturgia è finita, il pubblico smarrito si cerca con gli occhi, cerca gli occhi degli altri spettatori, qualcuno con cui condividere emozione e disagio. Cantanti e performer se ne vanno e non rientrano per prendere gli applausi, che del resto non partono. Perché, colto dalla sensazione di essere parte della tragedia, anche il pubblico preferisce alzarsi e andare via nel più religioso silenzio.

 

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Autore

grazianograziani@minimaetmoralia.it

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l'opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d'eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell'Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch'esso Stati d'Eccezione.

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