In

di Christian Raimo

Parliamo del novantasei. Io ero uno studente
fuoricorso di pedagogia, e alle mattine mentre i miei
si dissolvevano nel mondo del lavoro,
mia sorella una bimba che va a scuola
(scriveva “chiuso per furie” sulla porta della classe
e poi sbraitava in coro), – solo in casa – mi svegliava
una voce del telefono, pedagogia anche lei,
che mi pregava di sottopormi un questionario.

Voleva sapere se credevo di aver fatto
la scelta più assennata al momento delle scelte,
mi chiedeva: “Christian, che prospettive vedi
nel futuro?”. Io ero magro, e silenzioso.
Mi specchiavo nei fondi del soffitto:
un ometto riccioluto che risponde dal letto,
e appena si volta dalla parte del letto
dove non esistono macchine del tempo,
può ammirare la mancanza di insetti
nella tinta vuota della stanza,
per risalire ai sogni falsi appena fatti.

Negli ultimi dieci anni è continuato in questo modo.
Gli impiegati dell’Istat, dopo aver certificato
con dati inoppugnabili e indici europei
il progressivo impoverirsi dei trentenni laureati,
(te e me con una birra ai mezzi, ora lo sai)
hanno lanciato i dadi fino all’alba,
e speso le domeniche migliori
in match di fantacalcio all’ultimo minuto.
Poi – è banale – hanno visti aprirsi
sotto le loro scarpette da ginnastica
una umbratile vertenza sindacale.

E qui nel Lazio, gli intervistatori di Proteus,
(un’inchiesta sui neodisoccupati,
nella zona tra Cassino e Frosinone)
si son trovati, loro, senza uno straccio di contratto
alla consegna finale del progetto.
Allora c’è chi è andato a trovare gli amici a Barcellona,
e chi, dopo aver sentito la fidanzata della vita
con una scheda prepagata, le ha detto:
“Ciao ma’, scusa… Amore, ho appena vinto a calcetto!
Che voce hai?, io sono arcicontento”.

Così io. Qualche anno fa il nuovo mensile di Repubblica
mi commissionò le didascalie per un servizio sui precari.
La moda aveva contagiato anche l’ultimo tabù.
Il capitalismo, nella sua fase anale, instaura
il meccanismo magico per cui la politica
quietamente si fa merce, la questione del conflitto
diventa un feticcetto da mostrare.
(Metti, tu e io, senza essere mai stati fidanzati,
relegati a contenuto di una ricerca sulle coppie)

Sono andato a casa di Patrizia,
sei coinquiline hanno formato un collettivo femminista.
Incantate e di sinistra: hai presente le compagne
che sognavi ai tempi del liceo?
Discinte, casiniste, fanno a gara a cucinare;
ho mangiato due etti di pasta coi carciofi.

Poi nella sua stanza, recintata nel posto
del suo posto letto, e io seduto nel mondo
che ho troppo guardato, lì, tra i libri
che da ragazzo ci regalò la mamma, o l’Unità,
mi dice che di giorno attraversa la città
a accumulare ore e quarti d’ora
per diventare formatrice nonsocosa:
è più il tempo che passa su autobus e metro
che quello che lavora. Non ci crede
che si può stare in coppia con un uomo,
ha più fede nel sostegno femminile.
A fine mese, se qualcuna non riesce
a avere soldi a sufficienza,
ci si presta o ci si chiede cento euro.
Vorrebbe far dei figli, li crescerebbe in questa casa.
Fino a ieri era sfrontata, poteva fottersene degli altri,
di ogni conseguenza, oggi si sente trasformata
fino nel carattere. Ho paura, dice, una coscienza
che non coincide col senso del dovere.
Parla con lessico specifico. Una psicologa formata
sui problemi del periodo evolutivo.
Tutto ciò che non dovrebbe essere suo.

Quando è uscito il pezzo su Repubblica ho pensato
questo solamente: che specchiarsi non unisce,
e abbracciarsi spesso non dà niente.

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2 commenti

  1. Parliamo del settantotto. Avevo diciannove anni
    lavoravo e vivevo da sola,
    sulla mia scrivania un volantino,
    moro è stato rapito, era guerra civile,
    il PCI tornò all’opposizione,
    la DC governò fino al 1992.

    Con il primo stipendio
    ho comprato l’impianto stereo,
    casse atlantic
    amplificatore piatto sansui
    primo vinile progressive rock, Genesis.

    Niente punk, niente movimento
    niente femminismo
    come vladimiro, aspettavo godot
    volevo berlinguer al governo.

    Il legame tra il
    desiderio e azione
    linguaggio e storia
    si spezza e io decido di muovermi
    vado a lavorare a londra.

    Ritorno dopo un anno
    riprendo gli studi
    con l’aiuto di un uomo molto amato
    dai profondi occhi scuri.

    Abbandono con dolore
    quei profondi occhi scuri
    ritorno nella mia città
    e desiderio ed azione
    prendono corpo.

    Parliamo del novantasei
    parliamo di una start up
    parliamo di un successo
    ovvero “vite sul trapezio”

    Parliamo del duemilatrdici
    nel mio sangue scorre platino
    parliamo di interruzione
    parliamo di day hospital.

    Parlo della mia vita
    parlo del linguaggio
    che si ricompone alla storia
    senza paura

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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