“È un giorno dell’inverno di quest’anno, / un giorno, un giorno della nostra vita”. Sono i versi finali di una poesia di Mario Luzi a ispirare Giorgio Orelli nella scrittura di Un giorno della vita. Un’opera fondata su continui ingrandimenti su piccoli accadimenti, il trionfo del singolo giorno ritenuto custode e portatore di un’intera esistenza. Quel “surreale senza surrealismo”, come lo avrebbe definito Gianfranco Contini, riesce a condensare nello spazio di poche pagine la sperimentazione di drammi e euforie con una capacità rara di adottare un’aerea leggerezza paragonata da Pietro De Marchi ai quadri di Chagall.

Con La luce che pioveva, L’orma, Giulia Zeppegno mostra di annoverarsi tra le nuove voci contemporanee che intendono accogliere l’eredità letteraria orelliana con una scrittura che elogia l’ordinario, tra andirivieni temporali, sovrapposizioni oniriche sul tempo della narrazione e accenti lirici improvvisi che illuminano il dramma, si affacciano sull’inesorabile. Una prosa che si muove con l’intento di riaccordarsi agli innumerevoli passati che si dimenano nella mente inquieta di chi scrive: nasce dall’urgenza di trattare una storia vicina e in parte propria, rimaneggiandola per dimenticare, reinventare, mantenere ricordi che sono brandelli di una storia del Novecento profondamente privata e al contempo collettiva. Il discrimine fondamentale è la scelta di non voler dare forma a una biografia ma comporre il racconto della percezione di un vissuto, per questo inesorabilmente frammentario. Sono istantanee i ricordi scomposti di una madre messi insieme da chi continua incessantemente a rivolgersi a lei per strutturare un’opera in seconda persona nell’intento di riannodare i fili, insinuarsi tra i grovigli della vicenda personale di una donna nata negli anni Cinquanta per scorgerne la collocazione in relazione al periodo storico, ai cambiamenti sociali, alla personale visione di sé.

Il filtro sentimentale assegna una connotazione esclusiva a accadimenti ordinari. Così, la scena del ritardo nel ritorno a casa dal lavoro a causa della nebbia può trasformarsi nella nitida descrizione della drammatica consapevolezza della solitudine dell’essere madre e moglie, dell’impotenza di fronte a una malattia che annichilisce, della silenziosa accettazione che trasfigura le relazioni famigliari, motiva rinunce e annienta le illusioni. La prosa di Zeppegno assegna una forma fisica al male di vivere, agli stati d’animo e alle contraddizioni, con un tenero e lucido omaggio a una donna riluttante a parlare di sé, ironica, sagace e poco indulgente nei confronti di sé stessa, ma capace di andare ostinatamente in direzione contraria rispetto a quanto impartitole nell’infanzia. Un’educazione severa, inserita in un contesto rurale piemontese dominato dall’assioma lavoro-silenzio-legge, dall’impronta cattolica che prende la forma del vincolo e condiziona le dinamiche famigliari,  annega ogni libera manifestazione di espressione dietro la parvenza della rispettabilità e dell’onore da preservare che impediscono ogni manifestazione emotiva – “in casa non c’era tempo per lo stupore”. Con un padre vanitoso e austero – “Era gentile, dici, quando non era padrone più di niente” – una madre che scriveva il suo nome senza staccare mai la penna dal foglio e pareva non essere stata mai ragazza, e fratelli e sorelle con cui condividere un quotidiano mai commentato, la vita scorre e i cambiamenti sociali e politici paiono qualcosa di indistinto e lontano, estraneo. Percezioni che riemergono evocando una madre che “dei partigiani nelle campagne, delle fucilazioni e delle retate fasciste, non ricordava nulla o diceva di non ricordare, come se la Storia fosse passata su di lei senza sfiorarla. Ma se stai con la schiena curva e la testa bassa tutto il giorno, mi dici, è difficile rendersi conto di quel che accade intorno”.

Un contesto chiuso e moralista dominato dal giudizio, che legittima un parroco a negare la comunione alla ragazza sorpresa il giorno prima a scambiare effusioni in piazza, e che trova altre figure disposte a perseguire un perverso controllo sulla rettitudine: memorabili le pagine dedicate alla violenza e alla ferocia con cui una suora inveisce contro una bambina che aveva la colpa di indossare un vestito di velluto rosso che teneva scoperte le ginocchia.

Quando ripensavi a quelle cose, stringevi i pugni e dicevi a Dio, muovendo appena le labbra: Voglio essere buona, voglio essere buona. Dimmi come si fa. Dio rispondeva così a bassa voce che tu non riuscivi a sentirlo.

L’allestimento del contesto rurale tra il finire degli anni Cinquanta e i primi anni Sessanta si lega a immagini che immortalano avvenimenti sublimi e funesti, percepiti come assoluti e dalle conseguenze non arginabili: la fatica del lavoro, l’idea di bellezza perseguita nella generale indigenza, il rapporto col piacere inteso come qualcosa di cui non si aveva diritto, da somministrare a piccole dosi come la cioccolata comprata dal padre o come i cicles segretamente masticati per viverne la meravigliosa esplosione in bocca senza farsi scoprire.

Una vita giusta era una vita in cui si stava sostanzialmente male: era il sudore, le zanzare negli occhi sotto il sole, i piedi con i geloni negli zoccoli d’inverno.

L’immersione nelle intermittenze emotive di una donna attraverso l’evocazione dei ricordi porta chi legge a concepire ogni pagina come dominata da interrogativi sul rapporto con la memoria, sulla distorsione generata dalla confessione, sull’ambiguità insita in una vecchia foto capace di immortalare un ricordo e al contempo generarlo. Si scorge, così, la poesia di una processione per la festa del patrono del paese tra petali di rose, dalie, begonie sparsi per terra, con gli uomini con le mani dietro la schiena e le donne col capo coperto e i fagotti di figli addosso, l’euforia per l’attesa dei balli, il senso di peccato per la partecipazione in segreto. Capitoli brevi che come passi incerti ricalcano le fugaci esuberanze per i primi innamoramenti, tra baci che sapevano di “buono e di vergogna”, l’ebbrezza della vita adulta, le sfide del matrimonio, la maternità come scoperta, e l’incubo di una presenza malevola e costante che incombe e esaspera i problemi, rende dramma un disagio oscuro.

Pagine che esplorano anzitutto la graduale affermazione di una donna capace anche di fronte ai grandi sacrifici di identificare nell’ironia un rifugio, un mezzo per non rendere inesorabile ogni incognita e preservare, così, la propria idea di libertà, prima sconosciuta poi gradualmente difesa e perseguita nel rivendicare il diritto a rigenerarsi in montagna o alla sola vista del bosco, e nel prendere atto dell’impossibilità di una reale salvezza dell’altro. Le descrizioni riservate all’osservazione dell’inabissamento inesorabile di un uomo nella sua malattia tracciano una lenta trasfigurazione nello smarrimento: “Come quando ci si sporge da un burrone con la paura folle di cadere, e quel che preme dentro in realtà è la tentazione di buttarsi di sotto”.

Attraverso pagine incandescenti su traumi infantili, visioni assolute sulla vita e la morte, percezione di generale incomprensione altrui, alienazione nel vivere i rapporti di sangue con figure verso cui si prova nostalgia solo parlandone al passato e tentativi vani di percepirsi adulti, prende forma un’opera retta su visioni sul reale. Il tempo si dilata e si restringe bruscamente, rivela in tale andamento sincopato una particolare forma espressiva retta sull’alternanza di registri e aperture poetiche inattese. Ancor prima che per il rilievo dei temi e delle storie esplorate tra le pieghe della Storia, la bellezza del romanzo è riconoscibile anzitutto nella sua architettura, nei toni evanescenti assegnati a vicende minime rese leggendarie, nelle immagini ordinarie che misurano la naturalezza e l’imprevedibilità del vivere, nella rivendicazione di una natura anarchica, lontana dalla biografia e dal romanzo d’invenzione. È il ritratto di una donna che non aveva mai avuto tempo per guardarsi vivere, e al contempo di un’epoca, reso attraverso un fitto inventario popolato da figure sospese, non del tutto corrose dal tempo, in attesa di essere osservate da chi legge e affollare il vuoto.

La prosa di Zeppegno rende gli oggetti e le scene di un quotidiano lontano nel passato portatori di significato. Che si tratti di presagi oscuri preludio al dramma o di segnali che indicano una rinascita nella libertà, ogni immagine aderisce solo in parte alla realtà, grazie al filtro agrodolce della memoria. Il valore de La luce che pioveva risiede nell’impalcatura narrativa, nella ricostruzione di una storia tra immersioni nel vissuto altrui e distacchi necessari all’osservazione. Quella frammentarietà resa nelle incursioni visionarie traccia la natura ingannevole del ricordo, a partire dalla narrazione dell’impossibilità di una reale riappropriazione di luoghi che ancor prima che spazio sono tempo.

Un racconto interiore che traccia assenze, esalta mancanze, concepite come fautrici del cambiamento attraverso il fallimento. La luce che pioveva è un esercizio del ritorno che rivela la necessità umana di riappacificarsi coi propri tormenti, con le paure di vivere e la percezione di inadeguatezza tra strappi d’ansia e moti interiori. Un’opera che, a partire da tensioni insolute, pause, e vuoti, scompagina schemi e misure formali tra percorsi liberi assegnati alla parola esatta, onesta. Le similitudini, le ripetizioni, le immagini che lambiscono il baratro, assegnano nuove sfumature a un paesaggio contadino, scorgono nel ricorso naturale una necessità di confronto con gli elementi. L’attenzione estrema per la raffigurazione emotiva trova una forma nella dimensione linguistica nutrita di incursioni dialettali che trattengono il ricordo, lo cristallizzano assegnandogli un valore supremo e annullano ogni confine tra incubo e veglia, tra storia e vicenda personale, per indicare una via possibile per scorgere ancora la meraviglia.

Che vertigine sentire che portiamo dentro, in qualche modo misterioso, sentimenti altrui, luoghi mai visti, lingue dimenticate. Che vertigine, e allo stesso tempo che consolazione sapere di far parte di questa lunga storia.

 

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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