di Michele Neri
Capita a tutti di cadere dentro una buca che prima non c’era. Cerchi con ogni mezzo di uscirne e non puoi. Se ti domandi il perché, non lo trovi. Insisti ma solo quando sollevi la nebbia che dentro di te t’impediva di vedere davvero, scopri la via di fuga. Come ogni estate trascorrevo con mia moglie l’ultima settimana di agosto in un albergo ad alta quota. Appena arrivati e già prima sui tornanti della salita, oltre all’aria più fresca, riscoprivamo tra noi una verità: era tardi, per godere i privilegi della bella stagione. L’altitudine, l’irrequietezza che smentiva le previsioni lette sul menu a colazione. Un errore ripetuto e oneroso, perché per qualche infondata ragione, la mezza pensione costava come a inizio mese: questa nostra noncuranza, concordavamo, ci precisava e univa. Sbadatamente uniti come dopo che si è dimenticato il giorno in cui ci si è incontrati; fanciullescamente, perché, entrando nella hall dell’albergo, correvo a mettere in tasca le caramelle del gusto che lei preferiva, per gettarle sul suo cuscino. Insieme, di più: saldati e senza vie di fuga se non in due, dopo non essere riusciti a esaudire il desiderio più grande, quello che andava a ogni costo appagato perché resisteva a tutto: un figlio, per guardare oltre i propri confini. Quel capogiro con cui trascorrere vacanze infinite proprio qui. Bastava un telo sul prato. Mia moglie ne parla al maschile, per cui è rimasto il figlio che non abbiamo avuto.
Esiste un modo di ridere delle coppie che hanno provato a compiere quel passo senza riuscire. È incauto e anticipatorio per paura che, nel silenzio successivo, nella propria mente l’assente faccia ritorno; si ruba, si ride con ciò che l’ascoltatore spreca, lui, loro che riescono a dimenticare potendo sfuggire alla finitezza grazie a una scommessa sul futuro, un erede. Avevamo provato ogni cura e umiliazione. Per chi sapeva osservare, i nostri volti ne portavano i segni. Niente ora avrebbe potuto farci soffrire più di quelle speranze: prima elevate, poi meno, fino a zero. Intanto il tempo era passato.
Un tuono c’inseguì dentro il garage. Stavo spingendo un carrello con sbarre d’ottone su cui avevo issato le valigie. La camera si aprì ricordandomi quanto fosse pesante e solenne il legno in montagna. Una volta avevo dichiarato a mia moglie: vorrei che tutto fosse come questa porta. Aveva ribattuto: io non amo la solidità, preferisco essere disturbata. Perfino in quella risposta, riconosco la sua illusione che fosse per lui, che stesse parlando; per chi non c’era, quasi potesse, quand’era ora di dormire, tornare dalla sala giochi senza bussare, sudato e ciarliero, raggiungendoci nel letto senza aspettare.
–Tesoro, hai visto quanto sono basse le nuvole?
Mancava poco alla cena: dalla finestra, scelta sul versante più isolato, finita la pioggia che ci aveva accolto all’arrivo, le montagne erano scomparse, gli alberi ridotti a gambali neri dritti nel suolo.
–Non durerà. Niente resiste a lungo quassù.
–È impressionante, non si vede nemmeno il Massiccio.
–Come in aereo.
–Quando entri in una nuvola…
–E trattieni il respiro.
Non trovavo le scarpe per scendere a cena.
–Sono lì dentro.
–Scusa, non me lo ricordo mai.
Anche questo: non era ribadire la nostra solitudine?
A tavola affondai nella poltrona, accarezzai il tovagliolo piegato con fantasia, feci un cenno al vecchio maître con cui sussisteva un patto di non espansività e, per completare il rito dell’arrivo, mi voltai per salutare gli ospiti accanto, in fondo alla lunga sala vetrata. Cercai, trovandolo subito, un dettaglio su cui riposare poi lo sguardo nei lunghi silenzi tra le portate. Furono i polpacci di una giovane cameriera alla sua prima stagione, la loro rotondità scattante a darmi il benvenuto.
La cena fu conforme alle attese, più ricordi che cibo. Protetti dai vetri che non impedivano alle nuvole schierate su ogni fronte di filtrare in mezzo a frasi brevi, educate, avevamo goduto il necessario per desiderare un veloce ritiro sotto il piumone. Senza bambini e non più bambini, avevamo ceduto all’inganno del tempo che, ad alta quota, smette di correre in avanti e prende la strada contromano. Niente era troppo presto.
Confortato dal sottile faro giallo che mia moglie puntava sul libro, provai ad addormentarmi ma il sonno non arrivò: mi capita spesso di allontanarlo ripetendo il motivo di una canzone, un numero di telefono del passato. Mentre il vento addensava ovatta contro i vetri, dopo che avevo chiuso gli occhi da un po’, in quel loro angusto corridoio tra esterno e interno, dentro l’acquatico e arancione anfratto sotto le palpebre, apparve qualcosa d’indescrivibile; non esisteva tra i ricordi né ricorrendo all’immaginazione. Non trovai niente di meglio del termine visione poiché mostrava sia una natura legata allo sguardo che un’assurdità allucinatoria. Abbassavo le palpebre, tornava.
Non ne parlai a mia moglie. Lei che, appena chiudevo gli occhi e davo un significato alle forme sempre più definite sotto le palpebre, sembrava in fuga da una casa a me ignota, un’abitazione terra-cielo di quelle che saltano fuori mentre cerchi altro e almeno una volta ci vorresti abitare –con figli, cani, biciclette; affacciata su una strada che avevo riconosciuto e apparteneva alla mia città. Mia moglie saliva di corsa su un taxi, sbattendo la portiera. Il tassista, poiché lei non accennava a parlare, si voltava scocciato poi indulgente, notando quanto mia moglie fosse agitata. Ripeteva Dove devo andare, signora? Non riuscivo a vedere il volto dell’uomo: soltanto il braccio piegato all’indietro; mi accorsi che lo spazio sotto le palpebre era diventato profondo.
Sdraiato accanto a lei che leggeva, turbato al punto che mi aspettavo che comunicasse a me l’indirizzo, la osservai alla ricerca di un dettaglio da cui tracciare una linea temporale, finché nella visione lei apparve in tutta la somiglianza con la mia compagna, ma con una decina di anni in meno. Se non fosse bastato il colore dei capelli, c’era quel tailleur attillato che lei, nonostante le mie preghiere, aveva poi smesso di indossare.
–Ma non se ne va più?
–La nebbia?
–Guarda.
Si era svegliata prima di me. Avevo faticato a prender sonno e non provavo la consueta fretta di vestirmi per la passeggiata e affrettarmi verso una colazione sostanziosa. Sì, la nuvola non se n’era andata e fui deluso ma lo considerai secondario rispetto al fatto che quella visione insediatasi tra me e il sonno, chiudendo gli occhi, ora non appariva. Nella scomparsa del panorama, io volli trovare soltanto un ritardo nel corso degli eventi. Un po’ di vento avrebbe portato via il superfluo. Il corso degli eventi…
La prima passeggiata era un rito. Doveva portarci vicini al crinale di una montagna a nordest e che interrompeva l’orizzonte dalla nostra finestra. A letto, aspettavamo che ci dicesse cosa fare. Avevamo convenuto che fosse la nostra vetta, l’estremo accessibile con fatica e ogni estate di più; di cui avremmo portato le considerazioni suscitate in noi per un anno intero. Affrontarla appena arrivati e privi di allenamento era un omaggio: a noi diversi da tutti e lieti, in caso, di fallire.
–Andiamo lo stesso?
Nella hall dell’albergo si era radunata una folla rumorosa. Ci si guardava contrariati, aspettando chiarimenti e commentando lo spettacolo di una nuvola priva di confini e tuttavia rigida, quando di natura era incostante. Chi era appena arrivato in albergo, ripeteva ai villeggianti in fila davanti alla signora che fungeva da concierge, che il muro di vapore iniziava già tre-quattrocento metri prima dell’altipiano. In gola sentii un batuffolo di quella nuvola. Pensai che se ne fosse liberato il mio vicino, tossendo. Mi allontanai.
–Se ci stufiamo, possiamo tornare indietro prima della salita.
Ci avviammo. L’aria era calda; il sole doveva essere abbagliante. Il corpo che ritrova l’unità dimenticata. Avanzando sul sentiero, provai subito questo. Fissavo le gambe sode di mia moglie; io dietro, come sempre; poi l’affanno e il sudore, vecchie bestie in attesa, si risvegliarono man mano che il sentiero saliva, costeggiando gli abeti che circondavano la base della montagna come la corona un re calvo. Sulla fronte la nebbia depositava gocce fredde. Non arrivava un suono, né il pizzicore del naso riconducibile all’erba, o quel ritorno di energia che dal terreno risale il corpo: la nebbia o la nuvola ci avvolgeva addormentando le sensazioni sul nascere. Mi bloccai a pochi passi da lei, rendendomi conto che, se mi fossi allontanato, l’avrei perduta.
–Che c’hai?
–Non ti senti un po’ ridicola?
–Non mi piace, non si vede niente. Dove sono finiti gli alberi? E le mucche?
–Però potremmo…
– Che cosa? Sono stanca.
Si dondolava sulle gambe, segno che era irritata.
–Immaginare che dietro non sia rimasto niente. Esistiamo solo noi due e d’ora in avanti faremo tutto come se fosse la prima volta. O l’ultima. Cerchiamo un rifugio, aspettiamo la fine, facciamo un fuoco e poi… ci salviamo.
–Torniamo?
Avrei dovuto dire Sì, certo, o almeno È davvero pazzesco riducendo l’assenza di cielo e paesaggio al rango di stravaganza. Ma la nuvola non era un caso, ormai ne ero certo. Mi limitai a sorriderle. Seduti su un rialzo erboso, cercai il suo volto. Era avvolto da un tremolio di garze; lo vidi questa volta senza l’abitudine a vederlo. Serrai gli occhi per oppormi al vento. Li riaprii. Qualcosa era cambiato. Lei si portò le dita tra i capelli, scesero poi ad abbassare la cerniera della giacca. Non prendi freddo? Sei sudata… Lei non badò a me. Dalla scollatura le clavicole spingevano sotto la pelle e non so perché invece di clavicole pensai clandestine, tornando a indagare il suo viso indifferente, concentrato. Comparve un seno. Rabbrividii per il freddo che doveva provare ma dubitai sospettando un mio fraintendimento. Era senz’altro una maglia color carne con un bottone scuro; no, era proprio un morbido seno. Il suo, più florido di come l’osservavo ogni notte prima che si nascondesse nel pigiama; quel globo soffice, teso come non l’avevo mai visto. Chiusi gli occhi, li spalancai ma indietro non si tornava. Pensai di avvicinarmi per coprirla, una distrazione da correggere indotta dall’ambiente ingannevole. Non mi mossi e volli invece chiudere gli occhi per offrirle uno spazio protetto. Dietro le palpebre riapparve così com’era un istante prima, o almeno così fu all’inizio perché presto, in quel vitreo liquore tra me e il mondo, vidi la sua mano spremere il capezzolo in bocca a un neonato stretto a lei. Non più sul prato ma seduta su una poltrona profonda; la stanza era semplice, accogliente. L’altra mano accarezzava i pochi capelli di quella testa più piccola del seno. Esplorai ogni angolo di quel microcosmo: sarebbe bastato un quadro comprato insieme, riconoscere il bicchiere d’acqua che portò alla bocca; anche se nulla avrebbe potuto cancellare l’effetto provocato dalla presenza del neonato, intento a mangiare. Immutati trovai soltanto gli occhi di mia moglie. Eppure, quando li incrociai, mai li avevo sorpresi così stanchi o così felici. Finché lei, costatato che il bambino aveva le labbra socchiuse ma non più attaccate, aveva riposto il seno dentro una camicia da notte.
–Ehi, che ti succede? Ti sto aspettando…
Dovevo essere rimasto immobile per un tempo spropositato, da vegetale.
–Ti sei addormentato… in piedi. Che c’hai?
Appena uscivo dal torpore visionario, mi assaliva l’agitazione, la frenesia capire, non poter chiedere. Confrontando i due corpi, e soprattutto le espressioni, una contratta, segnata e l’altra che trasmetteva tanto morbido benessere, sembrava più reale la donna che avevo scoperto dentro la mia testa. Perché più viva: era a lei, che avrei voluto parlare. Mettendomi invece in cammino dietro di mia moglie, continuavo a domandarmi se ciò che la sera prima sembrava ancora un curioso incidente, fosse diventato la riprova di qualcosa che non andava in me. Mi mossi malvolentieri, incespicando sul primo sasso come se tra il mio corpo e il terreno qualcosa fosse finito. Il legno che incorniciava i balconi segnalò l’albergo ormai vicino, apparvero i contorni dell’edificio, il nome; le sedie a sdraio, solitamente contese, erano accatastate, indesiderabili.
Sulle scale o nei corridoi parlavano della nuvola, appollaiata sopra e attorno a noi da più di un giorno. Dal fondo saliva la voce affaticata della proprietaria. Ero solo io a domandarmi se non fosse una nuvola? Ci ritrovammo in camera, la porta chiusa a fatica, immersi nella lettura e in attesa della cena, io restio a parlare di programmi, immaginando cosa sarebbe accaduto: lei portata al pessimismo ma all’accettazione del fato avverso, io curioso di scoprire fino a quando ci saremmo trovati prigionieri di quella cella infinita.
Mentre mia moglie conversava poi con i vicini di tavolo, ero attratto da un luogo solitario, sotto le tende. Unito alle mie dita da un filo invisibile, diventava un punto interrogativo. Non volevo subire le lamentele degli ospiti, a cui si sommava la vergogna di sentirsi recriminare contro l’imponderabile, atteggiamento che trasformerebbe la maturità in un inferno; né unirmi ai commensali più giovani e che insistevano a cercare spiragli nell’orizzonte. È una nuvola, è nebbia. Squadravano i camerieri, quasi toccasse a loro aprire un varco nel cielo. Non cambia, è umidità… C’era chi giurava di aver scorto un presagio d’azzurro proprio allo zenit ma poi non era più certo. Io giocavo con quanto trovavo sul tavolo, riproducendo percorsi e ostacoli simili a quelli nella mia mente. Cercavo una domanda. Sospettavo che l’avrei trovata dentro la risposta.
–Perché non leggi?
Mia moglie, di cui vedevo i ricci accesi dall’abat-jour, si era girata verso di me cercando il motivo della mia inattività. Io che avevo sempre un libro o un giornale in mano, li tenevo chiusi sul petto. Domandò.
–È per la nuvola? Perché io cerco di leggere, ma poi ricomincio a pensare a lei.
–Non ti sembra che sia più di una semplice nuvola?
–E sarebbe?
–Non lo so, è presto per dirlo.
–Presto? Non se ne andrà?
–Certo che no. Non è finita qui.
Quella mia arroganza. Stavo per raccontarle delle visioni. Bastava un verbo: Allattavi. Mi fermai, decisi ancora una volta che erano fantasie. Avevo pensato spesso che la monotonia esasperante di cui la montagna era il regno, producesse in me reazioni opposte, emicranie furibonde, mattane, pensieri omicidi; fantasie, appunto.
Superata la seconda giornata, il ritorno si affacciava di solito in fretta. Le ore alle spalle formavano un personale mucchietto e quelle davanti si sbriciolavano. Com’è possibile, si diceva iniziando a dividere i panni sporchi da quelli puliti. Il terzo e il quarto giorno si rivelarono invece interminabili. La nebbia che più volte aveva illuso di essere sul punto di sollevarsi, copriva l’orizzonte su ogni lato. Dov’erano i colori, i loro repentini cambi di vestiti, ci si chiedeva. Aspettavamo di sorprendere qualche gamba penzolare sulla seggiovia davanti all’albergo. Salvo che per sporadiche voci che chiamavano amici invisibili, non c’era nessuno. Chi era tornato dalla vetta, confermava che lassù non si vedeva niente. Più in alto, da qualche parte iniziava il cielo. Sotto, il dubbio dominava.
Trascorremmo ore in ciabatte di spugna, aspettando il momento per gettarci nella piscina riscaldata. Le teste fuori dall’acqua, gli ospiti parlottavano attraverso il vapore che scendeva in folate. Arrivò il nostro turno, la nuvola aveva adottato un incarnato di pesca. Ciò che accadde mi strappò subito una risata. Un bambino, salito sulle spalle del padre per tuffarsi, era sparito per due terzi nella nebbia. Gridò Papà non vedo prima di cadere addosso a un uomo che nuotava a dorso. M’immersi, ma il cloro bruciava. All’aria mi voltai per cercare mia moglie ma ciò che, tra le volute di fumo intuii, m’impedì di parlare. Né riuscii a muovere la mano verso di lei. Sotto l’arco di una galleria artificiale, riconobbi la sagoma inconfondibile dei suoi capelli: era appoggiata di schiena alla parete dell’idromassaggio. Proprio per il rumore delle bolle, non voleva sostare lì. Aveva un costume diverso da prima e stava parlando con un uomo che non avevo ancora incontrato in albergo. Era più di giovane di me e massiccio. Era evidente che si conoscevano. Mi bloccai. E se fossi io, senza occhiali, a non ricordare? Il vapore nascose per pochi secondi ciò che poi spalancò una crepa nel mio campo visivo, già tanto impressionabile e ferito. Si stavano baciando. L’uomo si era fatto spazio tra le gambe di lei; vidi la sua schiena abbronzata uscire dall’acqua e nascondere il corpo di mia moglie. Abbracciati, belli. Terribilmente. Poi lei l’allontanò. Senza gridare. Non come se liberasse il corpo da un intruso: ridendo. Per me fu apprendere una cosa senza trovare la parola adatta a descriverla o avevo forse trovato la parola ma non combaciava con quanto avevo visto.
La notte fu insonne e già prima il cibo si era rivelato guasto, il camino freddo; vino, cameriera, il materasso profumato, tutto oscurato da una domanda: Chi era? Quell’andirivieni tra la memoria della scena in piscina, l’effetto non soltanto negativo che aveva suscitato, la convergenza dei loro corpi di cui non ero più certo perché, trascorso un secondo l’uomo era scomparso, inghiottito dall’acqua o, sospettai, asceso al vago cielo, il ricordo controverso m’imprigionava in una fantasticheria martellante, per cui quanto esiste e non esiste coincidono oppure non c’è niente.
Favorito dalla luce dell’alba alle mie spalle, la fissai. La testa un enigma sereno che usciva dalle coltri candide, dormiva. Avevo lasciato uno spiraglio di finestra aperto e rabbrividii. Avevo stabilito di parlarle a pranzo, quando ci saremmo fermati in un rifugio a poche centinaia di metri dall’albergo: ciò che in altre estati sarebbe stata una meta troppo facile, richiedeva uno sforzo notevole, tra mestizia del cammino e rischio di non ritrovare la via del ritorno. Ma era necessario, il giorno dopo saremmo partiti verso la pianura, dove, dicevano, sopravviveva un mondo simile a quelli passati.
Gli altri tavoli del rifugio erano vuoti, con l’eccezione di un signore che incontravamo ogni estate e per cui quell’altipiano e nient’altro era la consolazione della vecchiaia. Di solito c’importunava con il suo fanatismo riguardo questo o quello. Ora beveva una birra voltandoci le spalle. Ordinammo. L’attesa si annunciava lunga. Il panorama non si affacciava. Sospirammo. Era l’occasione per parlarle. Non so perché cambiai programmi e caddi nella banalità del sogno. Conscio che, una volta esposto, il sogno si scosta dall’originale, si trattasse di un cibo da gustare appena cucinato: del sognatore si dubita.
–Pensa che cosa ho sognato.
–Il sole… Dimmi che torna.
–No, non eravamo qui.
–C’ero anch’io?
–Sì. Io no, forse ero un testimone. Tu uscivi da una casa sconosciuta, ma era evidente che per te non fosse così. Salivi su un taxi, eri di fretta poi non dicevi niente, sedevi immobile. Eri più giovane. Il tassista si voltava e tu… In quel momento arrivò la cameriera scodellando i piatti sul tavolo. Abbassai lo sguardo su mia moglie, in attesa dell’espressione d’imbarazzo per le porzioni esagerate. Piangeva. Il vento era forte, non c’era riparo da quella luce avvilente… No. Singhiozzava.
–Cioè il tassista…
–Basta!
–Va bene, tanto finiva così.
Si era scostata dal tavolo, teneva le braccia giù, diritte come se fosse in piedi, pronta ad andarsene.
–Ah. E piangevi. Fine del sogno.
Il vento sollevò i tovaglioli di carta che svanirono nella nebbia. Nessuno si alzò per raccoglierli e non era mai successo.
Da quando aveva lasciato il lavoro, mia moglie mi aspettava a casa con un drink in mano. Era per via di quelle serie americane degli anni Sessanta che ci piacevano. Lei non beveva, si sedeva sul bracciolo poi si rannicchiava sul divano, io allungavo le gambe e, se era inverno, dalle finestre della sala entrava il mosaico di luci nelle abitazioni di fronte. Alcune ombre, di cui non avremmo mai saputo nulla, occupavano i piccoli rettangoli luminosi per poi sparire. Dopo un paio di sorsi, iniziavo il racconto. Era creare una luce o una sfera in cui lei prendeva subito posto.
Rientrati dalla settimana di vacanza, lei era taciturna, evitando di parlare della crisi suscitata dal mio sogno, in quella conca elevata, un tempo nostra. Le ultime ore in albergo erano state interminabili, tanto che, quando partimmo, l’automobile sembrava vogliosa di fendere l’assedio per noi. Superato l’ultimo tornante, la luce iniziò a filtrare in mezzo ai tronchi, ridando alla nebbia la consueta evanescenza. Lei presa da chissà quale idea, teneva la faccia contro il finestrino. Arrivammo in città. Il compagno di viaggio dei miei pensieri, non aveva mollato la presa già dalla sera precedente.
Dopo la gita e un’ultima cena silenziosa, non trovandola, immaginai che mia moglie fosse salita in stanza a preparare le valigie. Mentre salutavo i camerieri del bar, cercando di capire se la mattina dopo avrei potuto elargire in privato una mancia alla mia prediletta, fui richiamato dalle voci squillanti che provenivano dalla sala giochi al piano sottostante. Mi affacciai alla rampa di scale e tra le urla infantili distinsi le voci di adulti, di donne: una mi colpì. Scesi con cautela, sperando di non essere visto. Era di mia moglie. Stava aiutando un bambino di tre o quattro anni a scalare un castello giocattolo. Inginocchiata, di spalle, ma era lei. Dopo ogni capitombolo sul tappeto di gomma, il bambino rideva così forte da perdere il fiato. In fondo alla stanza un uomo, che riconobbi, li stava aspettando, chino sullo schermo del cellulare; arrivava l’esaltazione di una partita. Erano quindi trascorsi anni, avevo concluso con un misto di orrore e di colpa per quanto avevo perduto. Il bambino era cresciuto in poche ore, mia moglie indossava un vestito insolito, così sgargiante per la montagna, per l’albergo. Fui tentato di gridare Chi siete! Lei sembrava più vecchia di quella che pochi giorni prima allattava, durante la passeggiata, ma più giovane di chi mi aspettava in camera, probabilmente disapprovando il mio disordine. Restai sulla soglia, uguale alla mia mente spaccata in due. Soltanto una goccia di sudore che dalla tempia era caduta sulla guancia mi ricordò dov’ero: in quegli interni riscaldati anche d’estate, benché ci trovassimo, come ho detto, vicini alla sua fine.
Dal ritorno in città erano passati mesi: in quel tempo, il nostro rapporto era andato alla ricerca di una trama da seguire e di cui al principio non intuivo il significato. Mi aiutò poi questo ragionamento: in una coppia che è insieme da tanto, senza luoghi inesplorati o senza la forza di avvicinarli, cosa può capitare che possa rinnovarla, che cosa, perché non si fermi in una pace conveniente, anticipo di quella eterna; per dimostrare di non aver ancora finito con il nuovo? Non sarà certo un addio, né si desidererebbe un lutto. Nulla può superare allora un’altra esistenza tanto desiderata da resistere per anni ai margini della nostra; e lasciare che superi la frontiera, invitandola in una vita ormai logora. Un’altra vita esisteva: imprigionava mia moglie e me.
Non capii se fosse stata la nebbia. Se in qualche misura, annullando i confini, avesse fatto emergere la regione ignota da cui eravamo circondati, ciò che sarebbe successo travolgendoci se… Ma di quest’ipotesi, il turning point si potrebbe dire, parlerò alla fine. Ora è importante spiegare, prendere la ragione e metterla al servizio dell’insolito. Fu l’unico modo per non perderla.
–Tu cos’hai visto?
Dopo i necessari giorni di assestamento, aspettandomi in cucina nel mezzo della notte, sapendo che mi alzavo spesso per bere restando in piedi alla luce del frigorifero, mi aveva interrogato così, senza lasciarmi dubbi su ciò che intendeva.
–Come faccio a dirlo? E tu: potresti?
–Il sogno del taxi… Cos’altro hai sognato; cosa succedeva?
Non si sedette. Evitai di rispondere, non potevo. Raccontai invece quello che non conosceva, le visioni che non avevano smesso di sgretolare le mie certezze con la determinazione di un esercito. Mi versai da bere; questa volta accettò. Descrissi quanto avrebbe potuto soffocarmi di gelosia o invidia, più la seconda, quando il tradimento è ormai ridicolo, davanti a un corpo nuovo che cresce. Parlai di quel figlio suo, di quell’amore suo. Descrissi un uomo con cui lei trascorreva la vacanza nel nostro stesso albergo. Parlai di un’esistenza che dal solo rimpianto si era fatta carne ed era cresciuta; della mia tutto sommato serenità. Perché in quella nebbia, lei era sembrata viva.
–Continua, pretese con un filo di voce. Dimmi ogni cosa, ti prego.
Non c’era altro da dire. La cucina era così reale: mi aggrappai con le mani al tavolo. E mi sforzai di obbedire alle sue preghiere. Prima si accontentò che ripetessi: il seno che allattava. Era un castello di legno? Riusciva ad arrampicarsi? E i capelli, da chiari erano diventati scuri? Il suo nome? Dell’uomo non domandò. Si avvinghiò alla mia memoria. Lei insisteva: sembrava così più giovane o autentica. Le visioni: erano dunque loro, la verità? No, perché avrei potuto ricostruire anni differenti grazie alle parole, ai biglietti, ai conti, ai testimoni. La risposta che dovevo a lei, a me se volevo vivere con lei, era altrove. Non nella verità ma dentro un luogo mio e da inventare. Senza limiti, senza un punto di partenza. Ed era davvero così assurdo? Più di quella cucina con la lampadina a basso consumo, i barattoli di spezie in fila, noi che presidiavamo da anni la sedia giusta e quindi cosa, oltre al legno sotto di noi?
Per giorni ci parlammo a stento. Io uscivo perché dovevo. Avrei voluto incontrare un conoscente per raccontare il mio destino di vittima. Vittima di cosa? Qualcosa che potevo toccare? Tradito perché lei sembrava felice soltanto mentre ripetevo l’episodio della piscina, non trascurando più la presenza del figlio? Per il suo incitamento a parlare fino all’alba di quell’essere inventato da me. O dalla nebbia? Cosa importa. Non eravamo più abbandonati a noi stessi come ogni tanto era capitato di credere e con voluttà: tra noi era arrivato uno sconosciuto, così desiderato.
La soluzione arrivò da lei e alla fine di una conversazione banale, iniziata su quello stesso divano dove mi trovo ora con il bicchiere vuoto, pronto a tornare il narratore instancabile che lei ama. All’improvviso cambiò strada e disse:
–Il taxi non l’hai sognato, è esistito davvero.
Il sole accendeva le sue labbra. Aveva parlato misurando ogni parola.
–Io ero su quel taxi… Piangevo. Così tanto da non riuscire a dire al tassista dove andare.
La verità colpì e la nebbia –in quel momento capii che non se n’era ancora andata– finalmente si alzò. Vidi la sofferenza. Riconobbi l’origine delle mie visioni: erano affermazioni della luce dentro l’ignoto. Non mi arrabbiai per il tradimento, perché era banale, e così più felice, confermo, meno triste, rispetto a quanto era poi venuto alla luce sotto le mie palpebre, per mezzo dello straordinario biancore in vetta. Venire alla luce, non ho detto a caso. Ed era successo per l’estrema forza creatrice di una volontà mai sconfitta, e che chissà, forse proprio per mezzo di quella nuvola, aveva trovato come nascere negli occhi di chi l’amava, nei miei. Mi arrabbiai per quanto lei aveva deciso pensando che fosse a mio vantaggio. Perdonai il tradimento. Fu l’altra scelta che lei mi aveva nascosto, questione di ore, la rinuncia con cui aveva costruito un’infelicità nota soltanto a lei. A lei sola. Non accettavo di avere avuto al fianco una vittima. Senza che potessi impedirlo, una mia vittima.
Me l’hanno ripetuto spesso, tutto passa, oppure non è come sembra. Hanno ragione e diventò la forma nuova che assunse il nostro amore. Toccò però a me scrivere il breve tratto di una via traversa che avrebbe unito la nostra vita a quella che aspettava oltre il confine. Con due parole, una domanda crudele. O una promessa.
E se?
Intendevo ovviamente questo: e se tu, alla fine, invece di chiedere al tassista, Mi porti alla clinica… dove sapevi che ti aspettavano e avevano già avvisato che non potevi rimandare oltre, se tu avessi detto, trattenendo lacrime diverse e di sicuro bellissime, Mi accompagni a casa, che cosa sarebbe accaduto? So che in ogni caso avresti scelto le parole migliori.
Io sono sempre stato bravo a inventare con poco e non trovai ostacoli nel prendere quel fiammifero e usarlo per accendere un fuoco stabile e alto. Non avevo bisogno di chiudere gli occhi: parlavo per ore, ogni sera, stilando un resoconto a ritroso e futuro delle trasformazioni fisiche, dei successi scolastici, dei denti caduti, degli amici o dei difetti di pronuncia di nostro figlio, il migliore. Nessuno avrebbe potuto togliercelo né impedire che io, terminato un drink mentre mia moglie, come avrebbe fatto nostro figlio, insisteva con una sfilza di e poi? non esisteva persona al mondo che potesse vietare che, dal quel momento io mi sentissi padre, il primo ad aver visto quel bambino nascere dal desiderio sfuggito all’oscurità, e che ora cresceva parola dopo parola nello spazio incantevole tra le vite vissute e quelle desiderate mentre, nelle case di fronte, altre coppie si raccontavano altre favole, altre paure.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
