di Orso Tosco

Umberto Eco scrisse a proposito dell’opera di Piero Camporesi: «Un signore entra in una stanza dove c’è un tappeto, dai disegni e dai colori bellissimi, che tutti hanno sempre considerato come un’opera d‘arte; lui lo prende per un lembo, lo rivolta e ci mostra che sotto quel tappeto brulicavano vermi, scarafaggi, larve, tutta una vita ignota e sotterranea».

Con il suo Tutto era cenere edito da Nottetempo, Simone Sauza compie l’operazione opposta. Prende vermi, scarafaggi, larve, e poi procede ancora più in profondità, si fa strada attraverso “una vita ignota e sotterranea” e finisce per mostrarci come questi elementi oscuri, disturbanti, vagamente alieni, finiscano per formare una narrazione, o meglio, un insieme di narrazioni, unite tra loro da lembi e filamenti tanto spettrali quanto tenaci: dovremmo pensare ai tentacoli di una medusa, o alla bava involontaria dell’animale che crolla al suolo dopo essere stato abbattuto, e dovremmo immaginare queste sostanze gelatinose in grado di trasportare non un messaggio, bensì un mutevole e incessante attestato di alterità. Poiché indagare la storia degli assassini seriali è un’indagine sull’alterità, o almeno sul desiderio di alterità che alberga in molti dei protagonisti di questa storia.

“Sull’uccidere seriale” recita giustamente il sottotitolo di questo volume, e non a caso Luciano Funetta, nella sua splendida prefazione, riporta una domanda posta dallo stesso Sauza, una domanda fondamentale: “Che cosa vede un serial killer quando guarda il mondo che abbiamo in comune?”

Nella cultura nordamericana, poche figure sono state abili nell’indagare la fusione tra serialità, mondo condiviso, modelli culturali e pulsioni sia erotiche che di morte, quanto Andy Warhol.

E la citazione di David Foster Wallace utilizzata da Sauza – “Gli americani cominciarono a sembrare uniti non tanto da una serie di valori comuni, quanto da immagini comuni: ciò di cui siamo testimoni è diventato quello che ci lega” – risuona come la conferma definitiva delle intuizioni che lo stesso Warhol aveva maturato decenni prima.

E sempre per nulla a caso, il tema dello sguardo, così centrale nella sua pratica artistica, quanto per l’universo psichico degli assassini seriali, emerge in una modalità inaspettata nei diari privati di Warhol, pubblicati pochi anni dopo la sua morte: “La gente dovrebbe innamorarsi a occhi chiusi. Chiudere gli occhi e basta. Non guardare”, scrive Warhol lasciando ai posteri un comandamento tutto sommato dolce, in qualche modo romantico. Il tipo di speranza che alberga nel cuore di chi per tutta la vita si è sentito non attraente, inadatto. Ma le frasi successive del diario, meno citate, spostano il focus su di un punto decisamente più oscuro: “Perché sono le fantasie personali a dare problemi alle persone. Se non avessimo fantasie, non avremmo problemi”.

Il desiderio di Warhol, il far coincidere la beatitudine con una vita praticamente minerale, in cui la mancanza di sguardo dovrebbe coincidere con la piena accettazione di qualsiasi cosa, e dunque con la mancanza di modelli irraggiungibili e crudeli, con la scomparsa del fallimento, rappresenta il negativo dell’omicida seriale, e dunque in qualche modo lo raffigura. “Il Serial Killer” scrive Sauza “è un individuo sopraffatto dal sociale, e nella paura di scomparire, di essere l’emblema iperbolico dell’individuo di massa, la morte appare come una forma di sopravvivenza”.

Uccidere, profanare, mutilare, violare, divorare, tutto per non scomparire.

Lo sforzo di Sauza è ammirevole, ammirevole e dispendioso, poiché si tratta dello sforzo di un insonne che prova a munirsi della temibile sicurezza del sonnambulo. Una sicurezza febbrile, eppure gelida, quella di Sauza, che prosegue legato, avvinghiato alla facoltà di tenebra con cui ha deciso di danzare, e che nonostante ciò mantiene “un passo di marcia” stabile, né lento né affrettato – tutto questo senza ricorrere a pose o contraffazioni che, dato il tema trattato, risulterebbero facili da smascherare e odiose.

Al contrario il tono di Sauza, e dunque la natura profonda del suo tentativo e della sua indagine, pur mostrando le numerose e ricche venature di cui è composto – filosofia, letteratura, cinema, tecniche di profilazione criminale, arte e molto altro – non pretende mai di raggiungere conclusioni certe e definitive. Non impone alcun atlante o stradario del male, sotto la propria superficie lucente, mostra una fragilità che ricorda quella dello strato più interno dell’uovo: ed è in quei punti che il lavoro di Sauza si fa ancora più interessante, mostrando una seconda andatura, più vulnerabile, che ricorda quella di chi, dopo aver battuto la testa in seguito a un tuffo mal calcolato si ritrova a inseguire la luce, e l’aria, con l’orribile consapevolezza di come il trauma cranico, alle volte, confonda i nostri sensi rendendo il buio fondale più luminoso del cielo estivo.

Questa orribile, affascinante incertezza terminale è la spinta biochimica che permette a Sauza di restare in apnea il tempo necessario per raggiungere i molti punti ciechi, o accecanti, che sommati tra loro formano una costellazione nuova: quella che prende il nome di Tutto era cenere.

 

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