Federico Di Vita, già curatore del saggio La scommessa psichedelica, da qualche anno porta avanti il podcast Illuminismo psichedelico, arrivato alla centesima puntata e affermatosi come punto di riferimento essenziale nella divulgazione italiana sul tema.
Di Vita, siamo a cento puntate. Ricordo bene quando registrammo la prima. Ti aspettavi di arrivare fin qui?
La mia idea era dall’inizio quella di fare un podcast con centinaia se non migliaia di episodi, di quelli che non finiscono mai. Ci sto riuscendo, anzi ci ho messo anche troppo ad arrivare a 100, per fortuna nell’ultimo anno ho cominciato ad accelerare. È fondamentale dire che niente di questo sarebbe stato possibile senza la lungimiranza e la generosità dell’Associazione Luca Coscioni, e quindi di Marco Perduca e Marco Cappato, che sin dall’inizio hanno creduto in Illuminismo psichedelico.
Cosa è cambiato nel mondo della psichedelia, sia italiano che internazionale, da quando hai iniziato?

In Italia è diminuito il pregiudizio, e sono aumentate curiosità e predisposizione all’ascolto. Il dibattito nel nostro Paese è per altro abbastanza vivace, a forza di insistere, e anche grazie ai libri che hanno in qualche modo aperto un varco, si sono cominciate a vedere prima recensioni e poi anche articoli autonomi sul tema ben fatti, prime pagine su riviste importanti, come il “Venerdì” di Repubblica, si sono moltiplicate le pubblicazioni e in generale è aumentato l’interesse, mentre invece non è ancora cambiato molto dal punto di vista della ricerca scientifica, e nulla sul piano delle legislazioni (che anzi sono peggiorate, essendo stata nel frattempo vietata l’ayahuasca). All’estero, in alcuni paesi, si sono invece fatti passi importanti anche in queste direzioni, penso agli Stati Uniti, dove non è così lontana l’approvazione come farmaci di MDMA e psilocibina, o all’Australia, che li ha inaspettatamente legalizzati entrambi per gli usi clinici. Tornando negli USA, l’Oregon ha consentito agli adulti di utilizzare legalmente la psilocibina per la terapia e l’esplorazione personale; il Colorado ha legalizzato l’uso di diverse piante sacre, e la California è prossima a compiere uno storico passo in questo senso, legalizzando tutti gli psichedelici. Nel frattempo si sono moltiplicati i progetti di ricerca e con essi – e con i risultati, estremamente incoraggianti dal punto di vista clinico – gli spunti relativi a un dibattito molto ricco. Non ovunque, naturalmente. In questo ambito il mondo anglosassone mi sembra a tutt’oggi quello più avanzato, anche se pure in altri paesi la vivacità e l’interesse sono notevoli, penso alla Germania, alla Repubblica Ceca, alla Svizzera, al Portogallo o alla Spagna – solo per restare in Europa. In ogni caso, solo dieci anni fa un podcast come Illuminismo psichedelico sarebbe stato impensabile, così come l’idea di portarlo in tour e vedere puntualmente ogni data stracolma di un pubblico attento e sempre più informato.

Cinque puntate di Illuminismo Psichedelico che ricordi con particolare affetto e perché.
È difficile, dato che dici con affetto ne indico alcune che per qualche ragione mi hanno effettivamente emozionato (anche tra queste, per trovarne cinque ci sarà da scremare). La prima è 7. Psichedelici, Amanite, LSD e dintorni con il “drogologo”, come gli capita di definirsi, Giorgio Samorini, vera stella polare del dibattito, della ricerca e della divulgazione psichedelica in Italia. Riuscire a fare una puntata con Samorini (più avanti poi ne ho fatta anche un’altra), per me fu significativo, rappresentava un segnale in grado di testimoniare la credibilità del progetto che stavo iniziando a costruire. Inoltre è una puntata gremita di spunti, come non avrebbe potuto essere altrimenti. Vado in ordine di uscita, dunque la seconda di questa lista è 17. Joyce psichedelico, con lo scrittore e giornalista Edoardo Camurri. Questa è una delle puntate con l’audio peggiore tra tutte e cento, eravamo a casa sua e aveva fatto cilecca il microfono. Verso la fine della puntata Edoardo, per altro una popolarissima voce radiofonica, che mi faceva impressione ascoltare nel mio piccolo podcast, essendo abituato a sentirlo su Radio 3, racconta un dettaglio – presunto – che starebbe alla base dell’ideazione della lingua collassata, impossibile e fertilissima del Finnegans Wake. L’aneddoto riguarda la figlia dello scrittore, Lucia, un nome particolarmente scintillante in questo ambito. Tieni presente che sia Edoardo che io abbiamo delle figlie femmine, il racconto di questa ipotesi ci è sembrato così toccante forse per questo motivo. Non lo svelo, chi vuole se lo vada a sentire. La terza puntata che mi fa piacere citare in questo piccolo diario affettivo è 53. Il finito nell’infinito, con lo psicoterapeuta Michele Metelli, le definizioni nel suo caso vanno strette. È un uomo di estrema sensibilità e cultura, è profondo, conosce le persone e la psichedelia, fa un lavoro di frontiera, se non se la prendesse troppo il miglior modo di descriverlo sarebbe il titolo di sciamano bianco. Le prossime puntate che ricordo sono una coppia, ma in realtà si tratta di un episodio diviso in due: 63. e 64. Illuminismo psichedelico Live in Roma (parte 1 e parte 2) con Nicola Lagioia. Quella è stata una puntata molto emozionante perché è stata la prima dal vivo di Illuminismo psichedelico, poi ne sono seguite molte nel corso di un tour che si chiama The Circus Is In Town. Era toccante anche per la location, eravamo a Roma, per la precisione al Gianicolo, dietro di noi si vedeva tutta la città ed era abbastanza impressionante tornare a Roma, dove sono nato, in veste, be’, di profeta dell’LSD. Non che lo sia, ma molti credo mi vedano così. L’ultima della carrellata è forse la puntata che ogni tanto in macchina riascolto con più piacere di tutte: 69. L’universo nella testa della Pelosa, con il talentuosissimo fotografo Piero Percoco. Questa è per varie ragioni una puntata che rischiava proprio di non stare in questa serie, eppure è bella, fresca, ricca e luminescente. (Bonus track: 77. Psichedelia e trauma (Live a Bologna), non la metto “ufficialmente” in classifica perché mi riguarda personalmente).
Che rapporto hai con i tuoi ascoltatori?

Andando in giro di città in città mi sto facendo un’idea più chiara di chi siano i miei ascoltatori, e lo capisco sempre meglio anche grazie a quelli che gentilissimamente sostengono il podcast su Patreon, dove per gli abbonati ho predisposto dei contenuti speciali. Un gruppo su Telegram, frequentatissimo e informatissimo; e dei cerchi di integrazione mensili, per i quali sono coadiuvato da due psicologi, Jacopo Valsecchi e Sara Ballotti. Grazie a queste cose mi sto facendo un’idea più precisa sui miei ascoltatori, che possono essere psiconauti più o meno navigati e informati che tuttavia sentono il bisogno di una rete, che magari non hanno tra i loro contatti amicali; oppure novizi, persone che si stanno interessando a questo mondo e che sentono il bisogno di avere informazioni e qualcuno con cui confrontarsi. Alcuni vivono all’estero, ci sono ragazzi a Berlino, Rotterdam, Barcellona, Dublino e via dicendo, che hanno piacere di sostenere il mio progetto divulgativo e magari di parlare in italiano di psichedelia. Tutti insieme stiamo costruendo una piccola contrada della nazione psichedelica. Con queste persone sono in contatto diretto, in effetti il solo modo per essere certi di trovarmi e confrontarsi con me è proprio questo gruppo, la gestione delle moltissime richieste e messaggi che mi arrivano sui social è infatti a tratti impossibile da sbrogliare, mentre un modo certo per trovare me e quasi altre cento persone interessate e attive è proprio accedere a questo gruppo su Telegram, sottoscrivendo l’abbonamento base su Patreon, cosa che assieme alle donazioni su PayPal e al supporto della Fondazione Luca Coscioni mi permette, di fatto, di continuare a realizzare il podcast. Da qualche tempo alla pagina Instagram ho affiancato anche un canale YouTube totalmente dedicato alla psichedelia… ah, a chi mi ascolta ricordo di “valutare lo show” su Spotify: è molto importante per dargli diffusione dato che, visto il tema, non mi sono permesse sponsorizzazioni dirette.
Come funzionano i gruppi di integrazione mensili?
I gruppi di integrazione, durante i quali sono sempre accompagnato da uno psicologo, sono uno spazio online di condivisione di esperienze passate. Raccontarle in un cerchio è importante per farci i conti e cominciarle ad integrare, così come stare all’interno di una rete di solidarietà consente ai partecipanti di non sentirsi soli, condividendo sensazioni e pensieri, nonché ritrovarsi in eventuali momenti di spaesamento. Inoltre il fatto stesso di fare i cerchi mi permette di individuare casi a volte un po’ più critici, a cui se necessario consigliare percorsi di integrazione più strutturati, magari in forma di psicoterapia o, se necessario, attraverso l’aiuto di qualche psichiatra amico, informato su questo genere di molecole. Inizialmente tenevo un gruppo al mese ma i partecipanti sono diventati troppi per dare il giusto ascolto a ciascuno, così da marzo ho cominciato a farne due, all’inizio di ogni gruppo contiamo le persone che vogliono effettivamente condividere un’esperienza e le dividiamo per il tempo a disposizione.
I lati positivi del “Rinascimento” li vediamo bene, su tutti la caduta dello stigma e la rilegittimazione di queste sostanze. Ma l’arrivo di pubblico e investitori non è sempre innocuo…
Bisogna stare attenti a quella che potremmo chiamare scalata finanziaria ai danni delle molecole sacre, anche perché queste ultime sono suscettibili e tendono a vendicarsi, guarda cosa è successo al tabacco in Occidente, dove è stato piegato a un impiego consumistico e compulsivo – della questione della “addomesticazione delle molecole” parla accuratamente il solito Samorini in Droghe tribali (Shake). A parte questo, viviamo una fase in cui ci sono due grandi rischi paralleli, provenienti dalla stessa matrice, ovvero il Capitale: il primo è che le straordinarie qualità terapeutiche di queste sostanze diventino cure destinate solo alle élite più ricche del pianeta; il secondo che pur di non usare molecole libere, benché già efficacissime così come sono, le case farmaceutiche decidano di modificarle per brevettarle, col risultato di impoverirle e venderle a un costo altissimo. È esattamente quello che è successo con

Spravato, ovvero l’esketamina, nient’altro che la forma levogira delle ketamina, ma venduta come antidepressivo intorno a 300 euro a fialetta, invece che a 6 (c’è una puntata anche su questo, con lo psichiatra Mauro D’Alonzo). Un’altra cosa che sta accadendo è la virata verso il “profit” di organizzazioni che per anni hanno sostenuto la ricerca psichedelica, come la MAPS, che assieme a compagnie come Compass ora cercano di brevettare di tutto, inclusi i pacchetti terapeutici. Compass è arrivata a tentare di inserire tra le voci di un brevetto cose come “stare stesi su un lettino” o “coprirsi gli occhi con una benda”, per poi toglierle di fronte a una risposta di forte indignazione da parte del pubblico più attento… ma la strada è tracciata e i rischi sono questi. Dato che però a muovere i capitali in ambito di ricerca sono proprio entità come queste, cosa fare? Può sembrare che il margine di manovra sia risicato ma non è così, e la risposta è l’azione politica. In seguito a depenalizzazioni, legalizzazioni, auto-coltivazioni o anche solo legalizzazioni di usi in setting e condizioni definite, chi spenderebbe decine di migliaia di euro per trattamenti brevettati da una casa farmaceutica per ricorrere ai benefici che un fungo dal costo irrisorio può elargire a chiunque, purché curi set e setting?
Quali sono a tuo avviso le prossime sfide per il mondo della psichedelia?
Negli ultimi giorni mi sono accorto di una cosa abbastanza curiosa, nel dibattito internazionale legato alla psichedelia sta cominciando a circolare il concetto di “Illuminismo psichedelico”. Tra gli altri ne hanno parlato Alexander Beiner, autore dell’importante saggio The Bigger Picture: How Psychedelics Can Help Us Make Sense of the World, nonché tra i direttori esecutivi della Breaking Convention, un grande convegno biennale e multidisciplinare dedicato alla psichedelia; e Jerónimo Mazarrasa, tra i direttori della ICEERS Foundation (International Center for Ethnobotanical Education, Research and Service), un’organizzazione non profit dedicata a trasformare il rapporto della società con le piante psicoattive, affrontando alcune delle questioni fondamentali derivanti dalla globalizzazione dell’ayahuasca, dell’iboga e di altre piante sacre. Persone come loro si riferiscono a questa “terza ondata” come Psychedelic Enlightenment e non può che saltarmi agli occhi che questo è il nome del mio podcast, ormai da più di tre anni. Chissà che come “buzz” non abbia cominciato a diffondersi in parte anche grazie a me. Non è necessario supporlo, in fondo dopo il Rinascimento viene l’Illuminismo e quindi l’idea può essere scaturita indipendentemente in persone diverse, tuttavia è un ulteriore piccolo segnale che il lavoro che sto compiendo va nella direzione giusta, in fondo la mia visione coincide con la loro sin dall’inizio: ho sempre puntato al di là delle sole, pur fondamentali, ricadute terapeutiche, guardando sempre un po’ al futuro e tentando di immaginare come dovrebbe essere un mondo un po’ più contaminato dalla visione – già La scommessa psichedelica era impostato così. Sembra che stia divagando ma le nuove sfide per il mondo della psichedelia coincidono proprio con questa visione. Con “Rinascimento psichedelico” si fa riferimento al periodo, il cui inizio si indica convenzionalmente nel 2006, quando in occasione del festeggiamento per il centesimo compleanno dello scopritore dell’LSD Albert Hofmann (che, sì, era vivo e partecipò con un intervento)

a Basilea si tenne un convegno divenuto storico, cui fece seguito una vera rinascita di studi dedicati ai potenziali e agli usi clinici degli psichedelici, a cominciare da uno studio svizzero sulle esperienze mistiche chimicamente generate come rimedio per l’ansia da fine vita dei malati terminali. Partì insomma una fase cruciale ma già caratterizzata da una forte nota terapeutica, in cui si ragionava (e ancor oggi si ragiona) di somministrazioni sorvegliate, proposte a persone con specifiche diagnosi, un concetto che di per sé, stante il potenziale di queste molecole, era destinato a trovare un terreno abbastanza fertile in Occidente, essendo quelli di cui parliamo ritenuti farmaci potenzialmente sbalorditivi per il trattamento di una serie di patologie (dal set dei disturbi depressivi, fino all’ansia, alla paura della morte nei malati terminali, al trattamento dell’autismo, o a quello della cefalea a grappolo, della fibromialgia e tante altre). Gli psichedelici in questi ultimi due decenni hanno così cominciato a essere riconosciuti come farmaci, che i medici potranno forse presto prescrivere per curare alcuni pazienti. Al momento ciò non si può fare quasi da nessuna parte, ma anche solo contemplarne la possibilità in modo concreto è stato un grande passo avanti rispetto a vent’anni fa. Oggi cominciamo a ritenere queste molecole, almeno a livello potenziale, un nuovo strumento nello sportello dei medicinali di uno psichiatra. Molto bene ma non basta, anche perché gli psichedelici sono anche molto altro. Questa fase di scoperte ha dato a tali sostanze sacre una legittimità e una accettabilità tra la popolazione che prima non avevano, in Occidente il portato curativo è sempre un ottimo cavallo di Troia: sono entrate nel dibattito pubblico, è calato lo stigma, ma ci sono entrate come farmaci. È un passo importante nel senso della legittimazione ma è una legittimazione che vale solo in ambito medico, per il tramite di un dottore preposto a prescriverle, ciò tiene fuori molto del potenziale intrinseco delle molecole, lo restringe addirittura, imponendo un setting terapeutico pervasivo e diffuso, e soprattutto tiene fuori gli usi che non sono direttamente curativi, compresi quelli cerimoniali, ma non solo, anche quelli “ricreativi”, o forse più correttamente correlati al miglioramento e all’evoluzione personale di persone sane. Ancor oggi la maggior parte di chi usa psichedelici non ha diagnosi cliniche eppure può trarne grandi benefici – al netto dei rischi che l’uso di qualunque sostanza comporta (in una puntata lo psichiatra Valerio Rosso ricordava come ancor oggi più del 90% dei casi di chi arriva in Pronto Soccorso con episodi di slatentizzazione psicotica lo fa in seguito all’abuso di alcol, che è legale). Per “Illuminismo psichedelico”, nel dibattito internazionale, si intende l’intenzione di aprire altre porte, non solo quella farmacologica, e contemplar
e le potenzialità delle piante sacre per il benessere di persone tutto sommato sane, per cui dunque oltretutto non hanno molto senso i setting di posologia rigidissimi che si adoperano in ambito terapeutico, dove è giusto usarli dato che si interviene per l’appunto su soggetti che sono in palese condizione di crisi o grande difficoltà psichica, per diverse ragioni. Con “Illuminismo psichedelico” ci si riferisce dunque a questa nuova era, ossia a questa “terza ondata” in cui si cerca una definitiva legittimazione di altri usi, usi comunitari e operati da persone in salute, che non per questo meritano persecuzione e anzi hanno a loro volta necessità di legittimazione e accettazione sociale, dato che la modulazione del proprio inconscio dovrebbe essere un diritto inalienabile, una volta rispettato il caposaldo dello Ius romano àlterum nòn lèdere. L’idea è quindi in fondo quella di accettare questi tipi di impego, fare insomma un passo avanti – gli usi di cui parlo possono a loro volta infatti essere regolati e sicuri, previa una conoscenza degli effetti e delle relative misure precauzionali che è necessario implementare, come la cura del set e del setting, o l’attenzione alle interazioni con altre sostanze, a partire dai farmaci – interazioni da evitare perché aumentano i rischi.
Prima o poi il nascente “mainstream psichedelico” dovrà affrontare l’elefante nella stanza: il piano mistico…
Mi dispiace che se ne parli così poco, cerco da tempo ospiti adatti ma è difficile trovarli. La psichedelia è inscindibile dalla mistica fin dalle origini – basti pensare al Marsh Chapel Experiment – ma il territorio è spinoso dato che sfugge a ciò che la scienza può davvero misurare. Anche il rapporto con le filosofie orientali è complesso: sappiamo bene che esiste un legame risalente a quando i pionieri psichedelici partirono per India e Tibet (si pensi alla vicenda di Ram Dass!), ed esistono affinità e sinergie riconosciute (anche dalla scienza) tra psichedelia e meditazione, ma è altrettanto vero che varie scuole di buddismo invitano gli

adepti a non fare uso di psichedelici… Ma spero di riuscire a trattare presto temi puramente mistici all’interno del podcast, ho almeno due tracce che sembrano promettere bene. Del resto un paio di puntate alla Chiesa del Santo Daime in Italia le ho dedicate, anche se basare una chiesa sull’uso di un enteogeno potente come l’ayahuasca è un’operazione per certi versi ambigua, l’effetto e la suggestione sono assicurati, e questo che influenza può avere agli occhi di persone più condizionabili? Per me un valore degli psichedelici risiede anche nella loro intrinseca capacità di disintermediare l’esperienza mistica, si può accedere al sacro senza passare da una chiesa e da un prete, quindi: perché farlo? Il mio punto di partenza è ovviamente occidentale, sono uno psiconauta e la vedo in questo modo. Le cose però possono cambiare e non poco assumendo una prospettiva antropologica. Nei contesti sciamanici del centro-america in cui ci sono cerimonie al cui centro ci sono i decotti dell’ayahuasca o della jurema, o anche dei funghi magici, dei cactus mescalinici o dei rospi del genere bufo; così come nel caso delle credenze Bwiti, in Gabon, dove gli “witch doctor” tengono cerimonie che hanno al centro la pianta sacra dell’iboga, possono accadere cose che vanno al di là dell’orizzonte contemplato e comunemente considerato accettabile da una mente occidentale. In un rito con l’ayahuasca, durante un momento di difficoltà, è possibile vedere lo sciamano in carne e ossa accompagnato da altri sciamani-fantasma, che lo aiutano a sbrogliare la situazione. Il “piano spirituale” esiste? O si tratta di suggestioni di una mente sotto effetto di una sostanza psicotropa in un setting codificato lungo secoli? È un altro fronte di indagine che occorre esplorare con i guanti, ma che merita attenzione e ascolto.
Stanno cominciando a vedersi sempre più libri strutturati come “guide”, come Enteogeni di Ralph Metzner (Anima Mundi) o Manuale di psichedelia di Rick Strassmann (Spazio Interiore): è il segno di molte persone che giungono alla psichedelia da canali differenti dal classico underground?
È sicuramente così, me ne rendo conto grazie alla composizione del mio pubblico, non viene tutto dall’undergrond, il dibattito psichedelico e la relativa curiosità nel nostro Paese è cresciuta, andando oltre i confini che fino a qualche anno fa erano l’unico terreno di coltura di questi interessi. La psichedelia è trasversale, anche dal punto di vista politico, come mostrano gli stessi Stati Uniti, dove le depenalizzazioni arrivano sia in stati democratici che repubblicani, e provengono da tutte le classi sociali. In fondo, per dire una cosa che accomuna tutti, la paura della morte e il recupero del rapporto con la stessa è un tema che investe la vita di chiunque.
A chi cercasse terapie psichedeliche, è importante dire che in molti paesi sono sì illegali, ma ci sono anche posti dove si possono fare. Adeguandosi di volta in volta alle leggi vigenti, esperienze del genere sono possibili in alcuni stati europei, come Olanda, Repubblica Ceca o Portogallo – e volendo andare più lontano, in Brasile, Colombia, Ecuador e Perù le cerimonie a base di ayahuasca sono legali; in

Perù il decotto è persino riconosciuto come patrimonio culturale. Volendo però restare in Italia, un tipo di esperienza psichedelica collettiva di matrice terapeutica e totalmente legale è possibile farla, si tratta della Respirazione Olotropica, un dispositivo naturale di auto-esplorazione e auto-guarigione basato sulla ricerca degli stati non ordinari di coscienza, la Psicologia Esperienziale e Transpersonale e le pratiche Energetico-Spirituali ideato dallo psichiatra Stanislav Grof. La Respirazione Olotropica innesca il potenziale spontaneo della psiche per mezzo di una iperventilazione guidata da facilitatori esperti, che permettono ai respiranti di sprofondare in sicurezza nel proprio inconscio, bendati, al ritmo di musiche evocative. In Italia degli incontri di Respirazione Olotropica sono organizzati da Holotropic Italy, un gruppo di facilitatori di cui fa parte il già menzionato Michele Metelli, insieme agli psicologi Alessandra Spagnoli e Alessandro Pacco, che gestiscono “l’immersione” in modo nientemeno che magistrale. Per avere un’idea di quanto possa risultare sbalorditiva e trasformativa l’esperienza, suggerisco l’ascolto di questa puntata, in cui ho raccolto quattro testimonianze prese a caldo alla fine di una sessione di quattro giorni.
Consiglia dieci libri a chi volesse approcciarsi agli studi psichedelici.
Le porte della percezione di Aldous Huxley (Mondadori); LSD, Il mio bambino difficile di Albert Hofmann (Feltrinelli); Come cambiare la tua mente di Michel Pollan (Adelphi); Manuale di psichedelia di Rick Strassman (Spazio Interiore); L’ordine nascosto di Merlin Sheldrake (Marsilio); Vere allucinazioni di Terence McKenna (Shake); Terapie psichedeliche di Giorgio Samorini e Adriana D’Arienzo (Shake); Conoscenza degli abissi di Henri Michaux (Quodlibet); Il serpente cosmico di Jeremy Narby (Venexia); Il gioco cosmico della mente di Stanislav Grof (Shake).
Un libro psichedelico straniero che meriterebbe traduzione.
Ne dico tre ma ce ne sono davvero molti: clamorosamente manca dagli scaffali delle librerie italiane dalla fine degli anni Sessanta una pietra miliare: The Psychedelic Experience: A Manual Based on The Tibetan Book of the Dead di Timothy Leary, Ralph Metzner e Richard Alpert – ok forse oggi è un po’ datato ma porca miseria, che buco! A questo aggiungo: Trip: Psychedelics, Alienation, and Change di Tao Lin; e The Bigger Picture: How Psychedelics Can Help Us Make Sense of the World di Alexander Beiner.
Alpert, Metzner e Leary, la “Trimurti psichedelica di Harvard” sono tra i miei personaggi psichedelici preferiti… Chi sono i tuoi psychedelic heroes?
Qualche tempo fa, sotto Natale, mi misi lì a ritagliare non so più quante foto, intendevo farne un meme intitolato Italian Psychedelic Legends, eccolo qua:

Non sono personaggi storici ma contemporanei (a parte Giorgio Samorini che il suo posto nella storia della psichedelia ce l’ha già) e non è importante riconoscere tutti i volti, quello che conta è il messaggio sotteso, in continuità con il piccolo claim che pronuncio (quando mi ricordo) alla fine di ogni puntata: “Siamo Leggenda”. Siamo, perché questa battaglia è collettiva, e Leggenda perché ciascuno di noi ha una scintilla divina dentro di sé, e a me sembra sempre di riconoscerla in chi si impegna in modo profondo e onesto in una battaglia tanto importante.
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[in copertina: opera di Allyson Grey]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

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