Sia subito chiaro che l’Alvernia produce latte, pneumatici, salami, bitter da aperitivi, vecchiette immortali in blusa viola, viadotti, osti e politici di destra. È possibile mangiare il Cantal, che quando è invecchiato il giusto ha il sapore della liquirizia, e il Saint-Nectaire, che ha ormai soltanto il gusto del ricordo.
Con Dalla montagna perduta (trad. Silvia Turato, Prehistorica editore), Pierre Jourde compone un dolente e luminoso elogio dell’assenza che costituisce ‘il fondo delle cose’, un racconto intimo che esorta chi legge a scrutare il proprio disordine interiore e a identificare paure remote.
Lo studio della relazione tra i luoghi e il tempo rappresenta la dorsale dell’intera produzione letteraria di Jourde. Ancora una volta l’Alvernia si rivela l’approdo inevitabile per l’autore, la meta agognata di un itinerario letterario e filosofico iniziato con Paese perduto, tributo allo splendore brutale di luoghi aspri, con villaggi come ‘microscopiche conchiglie sulla pelle di un mostro degli abissi’. Quella porzione di territorio dove il paesaggio è ‘una violenza in via di dissolvimento’ ha portato lo scrittore a edificare negli anni una dimensione ideale attraverso cui rivendicare il diritto alla solitudine: tornarci sin dall’adolescenza ha significato decidere di addentrarsi in boschi fisici e interiori per ‘svuotarsi di sé’.
Scrittore eclettico, pubblicato in Francia da Gallimard, autore di saggi filosofici, romanzi, racconti, Jourde è stato insignito nel corso degli ultimi decenni dei maggiori riconoscimenti letterari (tra cui il Grand Prix De L’Académie Française) che non ne hanno intaccato la vena caustica e sferzante, rivolta anche alle stesse istituzioni che lo celebrano. La sua voce letteraria beffarda e tragica lo ha reso nel tempo un esponente di spicco della letteratura contemporanea per la cifra anticonvenzionale – fondamentali le influenze avute da Diderot, Rabelais, Sterne, Jerome K. Jerome – e per la peculiare malia immaginifica che assegna al reale i connotati di una rivelazione estatica o terrorizzata della sua imminenza.
In bilico tra farsa e tragedia, la prosa di Jourde scompone e ricompone di continuo il noto, con raffinati giochi al contrasto, un’ironia sottile su ritratti beffardi, e una sapiente costruzione di una rete sociale solo all’apparenza triviale e ordinaria ma che sottende meccanismi complessi legati al rapporto con la fede, all’idea di proprietà in relazione all’identità, al timore del cambiamento.
Dalla montagna perduta è al contempo un memoir atipico, una narrazione lirico-topografica, un campionario tragicomico di tipi umani caratteristici dell’Alvernia. Se nei primi capitoli si ha l’impressione di leggere una dissertazione comica sulla conformazione fisica e sulle caratteristiche della comunità, inoltrandosi nell’intrico composto sulla pagina si comprende il ruolo di quella parte iniziale nell’illuminare lo studio sulla paura in relazione a un impossibile ritorno ai luoghi e al tempo dell’infanzia.
L’asserzione “L’Alvernia rimane un esilio e uno smarrimento” misura il peso di un richiamo irresistibile e al contempo una ragione di dolore perpetuo: l’uscita del romanzo Paese perduto gli costò un tentato linciaggio, raccontato nella Prima pietra per compiere una riflessione sulla potenza della letteratura. Lo studio della memoria con una sovrapposizione fantastica esplora il significato della perdita e caratterizzava già opere come L’ora e l’ombra. È un motivo di ricerca inesausta approdato, conIl viaggio del divano letto alla definizione di una personale geografia sentimentale: le divagazioni, i microracconti, gli aneddoti, i ricordi, i drammi famigliari, le vicende imbarazzanti, i primi afflati amorosi e i saluti definitivi, sollevano interrogativi sul senso dell’esistenza a partire proprio dall’impossibilità di fornire un racconto coerente della propria.
Ogni libro di Pierre Jourde è un tentativo di rendere possibile l’irrealizzabilità del ritorno in quello che definisce una specie di non-luogo, la cui assenza d’identità si rivela la sua prima caratteristica.
Questa intensità del reale, quest’autenticità bruta che offre il paese coesiste stranamente con tutto ciò che la contraddice: l’evanescenza del ricordo, l’indifferenza profonda del nero. L’Alvernia esiste nell’inesistenza, in qualche modo.
Tra gli aspetti più affascinanti in Dalla montagna perduta la proiezione continua di immagini legate al quotidiano rurale, lo studio dei comportamenti sociali, il ruolo della dimensione selvatica che circonda un paese che ‘emerge solo brevemente dal suo interminabile inverno’.
Il villaggio costituisce il paradosso sin dalla sua configurazione: è ‘un oggetto più ampio all’interno che all’esterno’, un luogo familiare e ostile, capace di produrre un sentimento di appartenenza nel riconoscimento con la terra, e un senso di espropriazione. La ragione è da rintracciarsi nella capacità, insita in quell’asprezza, di insegnare come la bellezza possa accadere e che non sia da considerare come un dono. Il paradosso da percepire in tutto questo, secondo Jourde, risiede nell’inganno: “è quando pensiamo di essere lì, nella terra, che non ci siamo”.
L’intera produzione letteraria di Jourde maneggia l’infanzia come uno spazio e un tempo irraggiungibili nutrendosi delle paure che, come un armadio da cui escono pagliacci nella notte, diventano elementi strutturali di personali schemi mentali. Riesuma il bambino che era rendendolo assoluto per riflettere sulla nostalgia dell’incompiuto, sul vuoto che costituisce la natura umana, sulla paura del desiderio che spinge l’essere verso ciò che lo divora.
Da assilli interiori perpetui rifuggiti nella vana ricerca di diversioni per esaurirne il senso, Jourde analizza la tendenza dell’individuo a desiderare ciò che può annientarlo, e ad avere bisogno che il più intimo dei luoghi sia ‘la dimora del mostro’.
Nella visione del mondo come ‘infimo tremolio tra scomparsa e imminenza’, Jourde consegna con Dalla montagna perduta un trattato poetico sull’esilio interiore, sulla necessità di rivendicare la propria estraneità al presente, sull’abbaglio del reale, per celebrare nell’infanzia la nostalgia insensata che permette al mondo di rintracciare una voce e una tonalità.
Quando sarò morto sarò interamente nella mia assenza. La mia morte sarà come un’infanzia.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
