Sono cresciuta sapendo che mia madre aveva una sorella minore di nome Jane che era stata assassinata, ma questo era tutto.
Sono sempre curioso, o in trepidante attesa, come un bambino – quando aspetta la torta e i regali per il suo compleanno o l’inizio dell’estate -, come un innamorato davanti all’ipotesi di un nuovo appuntamento, quando scopro che sta per uscire un libro di Maggie Nelson. Perché la sua scrittura non va mai soltanto in una direzione, non è mai solo narrativa, non è mai solo memoir, non è mai solo poesia. Più che altro si tratta di rimandi, suoni, accelerazioni e rallentamenti, domande poste a chi legge e a chi scrive. Nelson esercita di continuo il ribaltamento del punto di vista, in un continuo dentro e fuori da sé sempre affascinante, sempre coinvolgente. Chi legge entra in un flusso di parole e immagini e, semplicemente, lo segue, lo asseconda, aggiunge pezzi del suo immaginario a quello di Nelson. Ci si commuove, ci si interroga, ci si diverte. Maggie Nelson torna in questi giorni con Le parti rosse (Nottetempo, 2026, traduzione di Alessandra Castellazzi) e si potrebbe perfino pesare questo libro come un saggio, aggiungendo quindi ancora qualcosa alla pluralità della scrittura dell’autrice nordamericana, ma andiamo per ordine. Facciamo prima un giro dalle parti del colore.
Ma come ho detto a mia madre dopo la caduta in cucina, alcune cose vale la pena raccontarle semplicemente perché sono accadute.
Il blu per Bluets, una sorta di grigio per Pathemata. O, la storia della mia bocca e il rosso per questo nuovo. I colori sono importanti che siano scelte dell’autrice (come nel primo e nel terzo caso) o suggestioni di chi legge (come nel secondo caso). Blu il colore, Blue come tristezza, insieme Bluets, come Duets, un binomio dichiarato e che scorre davanti ai nostri occhi per tutte le 240 prose numerate di quel libro. Per Pathemata ho sempre pensato al grigio che per me è il colore del dolore. In quel libro Nelson partiva da un dolore fisico ma poi lo espandeva alla sfera interiore. Il dolore e la tristezza si espandono per Nelson e toccano ogni cosa, entrano perfino negli oggetti. Maneggiare questa complessità è difficile, Maggie Nelson è maestra, a volte pare modelli le parole sopra uno stato d’animo. E veniamo al rosso, a questa autobiografia di un processo (che è il sottotitolo bellissimo).
Scrivi dunque le cose che hai visto, quelle che sono e quelle che accadranno dopo. Una parte rossa.
Questo libro è una storia personale, ed è una storia pubblica perché parla di un delitto e di un processo. Maggie Nelson in apertura dichiara che le pagine a seguire si basano sui ricordi e su una interpretazione personale dei fatti. L’autrice non basa il suo racconto sugli atti processuali, ma su quelli sentimentali. Quanto può sopportare il cuore di chi è legato a una vittima? Consideriamo la risposta come una prova a carico. Cosa è accaduto, cosa accade, in breve. È il 1969 quando Jane Louise Mixer viene trovata senza vita a Denton, nel Michigan. Trentacinque anni dopo l’omicidio, rimasto irrisolto, è ancora per la famiglia una ferita aperta (anche questa, se vogliamo, è una parte rossa). Maggie sta per pubblicare Jane: A Murder, (mai edita in italiano) un’opera in versi sulla vittima, mai conosciuta, sua zia. A un certo punto il caso viene riaperto, tramite DNA è stato individuato un sospettato.
L’autrice assiste all’intero processo, che ha segnato la sua famiglia e tutta la sua infanzia, restando accanto a sua madre, e riflette non solo sull’omicidio di sua zia, ma sul diritto che abbia o meno di raccontare la vicenda. Assistendo al processo, la sensibilità di Nelson, il modo che ha di tenere insieme le cose, raduna attorno a sé altre perdite, più o meno dolore, come quella del padre. La prosa in questo libro pur avendo un passo diverso dagli altri non perde mai la fluidità poetica, la capacità si sintetizzare le immagini, di accelerare. Leggiamo un memoir, ma anche un saggio, e pure un True Crime e pensiamo alla poesia, non c’è modo di sfuggire al talento. Nelson attraverso questa storia torna a riflettere sul dolore, ma anche sulla giustizia, in particolare quella americana, sul suo funzionamento. Si tratta anche di un’opera sperimentale: Nelson scrive del trauma mentre il trauma si manifesta.
La morte improvvisa è un modo – un modo terribile, immagino – di congelare i dettagli di una vita.
Scrive e si interroga, Nelson, si domanda (mentre lo fa) quale sia il modo giusto per raccontare questo tipo di storia. Si chiede come rendere più piano il linguaggio, come essere più precisa. E precisione, in scrittura, vuol dire rigore, vuol dire saper sottrarre. Si chiede infine come osservare da fuori la storia che vuole raccontare, la storia in cui è coinvolta. Si chiede, insomma, come fare per sedersi dall’altra parte del punto di vista, e, per nostra fortuna, ci riesce, scrivendo uno dei suoi libri più belli.
Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia.
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