Nel suo ultimo libro Rinnamorarsi. Cronaca di sentimenti veri e immaginari (Solferino), primo libro della collana Notti Bianche ideata e curata da Isabella Borghese, Pupi Avati, 87 anni, artigiano del cinema e regista di film come La casa dalle finestre che ridonoUna gita scolasticaRegalo di NataleIl figlio più piccoloGli amici del Bar Margherita, mette in scena il personaggio più esigente della sua prolifica filmografia ma anche della sua carriera di scrittore. Se stesso. 

Non è un’autobiografia di vanità ma un racconto a cuore aperto in cui tornano il ragazzo timido di provincia, il venditore di surgelati, il jazzista mancato, il regista che inciampa nei primi fallimenti, l’uomo divorato da gelosie e rimorsi. E, soprattutto, un matrimonio lungo una vita con sua moglie Nicola che conosce crisi, fughe, ritorni, fino a un “secondo innamoramento” in età avanzata.

La memoria diventa materia narrativa e, insieme, resa dei conti con un presente che l’autore sente ostile alla profondità dei sentimenti e alla competenza dei mestieri creativi. Ne viene fuori un racconto poetico e ironico, a tratti volutamente cinico, attraversato da un’energia ostinata, che parte da una dichiarazione d’amore a una donna e finisce per abbracciare la vita e l’arte.

Pupi Avati ha la faccia buona, la voce un po’ roca, profonda, impastata di intelligenza, schiettezza e umorismo. Tutte caratteristiche di quelle persone con cui passeresti ore, a tavolino, sul divano, a chiacchierare. Perdendo la cognizione del tempo.

Si capisce o ci si convince di essersi rinnamorati della stessa donna dopo più di sessant’anni insieme?

È una scoperta completamente inattesa. Ci si rende conto, a un certo punto, che tutto il resto, in ambito affettivo, sentimentale, tutto quello che ti era potuto incuriosire, interessare, attrarre, ha perso completamente, o quasi del tutto, il suo valore. Perché questa persona, questa donna, questa ragazza – continuo a chiamarla “ragazza” – ha assunto un valore fondamentale, che è quello di aver vissuto la gran parte della tua vita. È estremamente prezioso vedere, nello sguardo di lei, che ti conosce e ha di te un’idea che nessun altro essere umano potrà più avere. Io l’ho definita l’hard disk della mia vita. Perché contiene tutti quelli che sono i miei momenti. I più belli ma anche i più dolorosi. In un matrimonio, soprattutto in un matrimonio di tanti anni, i problemi sono infiniti. E noi li abbiamo vissuti tutti.

Scrivi della vecchiaia come la stagione più crudele ma anche quella in cui tutto diventa più prezioso. È una nuova infanzia?

Sì. È come tornare a dare importanza alle cose che avrebbero dovuto averla. Invece non l’hanno avuta. Mi rendo conto adesso, essendo diventato una persona così anziana, che le cose che non ho fatto, le cose che non ho visto, le persone che non ho conosciuto, sono tantissime. Infinite. C’è in questo un senso di maturità e di impreparazione che assomiglia moltissimo all’adolescenza.

E con tua moglie?

Io sono tornato a essere abbastanza adolescente, mentre lei sta diventando quasi mia madre. Le donne hanno una capacità maggiore di concretizzare le cose della vita e di dare loro il giusto valore, a differenza degli uomini. Quando ho scoperto improvvisamente, poco tempo fa, che mi sto rinnamorando della stessa donna della quale mi innamorai sessant’anni fa, ho realizzato che è una persona insostituibile. Come se per ognuno di noi ci dovesse essere, come destino, un solo essere umano. Questa è per me una cosa evidente. Ma fortemente impopolare. Il mio libro credo sia molto scorretto, in questo senso. Perché somiglia molto poco a come è l’andazzo generale della società di oggi.

Quando rievochi le ragazze delle feste, i balli lenti, i regali bizzarri, i tuoi primi passi nel jazz e poi nel cinema sembri guardare quel ragazzo con tenerezza e imbarazzo. Oggi gli rimproveri qualcosa?

A quel giovane, no. Perché ha avuto, a mio avviso, un merito solo. Quello di essere sempre alternativo. Cioè di non cercare di rassegnarsi e di omologarsi agli altri, anche attraverso alcuni limiti che erano dettati dalla timidezza, dal senso di inadeguatezza, dal fatto che non fossi ricco, che non fossi bello, che stentassi a essere simpatico. Ma quel giovane è riuscito, in qualche modo, a buttarsi tutte queste inibizioni alle spalle, facendole diventare delle opportunità.

Mentre scrivevi questo libro ti interessava più fare pace col passato o mettere ordine nel futuro?

Il futuro? Sei molto carino a parlare del futuro. A 87 anni parlare del futuro vuol dire essere molto ottimisti.

C’è l’ottimismo di chi pensa che tutto cominci e l’ottimismo di chi pensa che tutto continui. E tu sembri ottimista. Hai appena riscoperto l’amore.

È vero. Ma in questo momento sento di dover essere più ragionevole e relativamente ottimista. Sono arrivato al punto della mia vita in cui la maggior parte delle cose che dovevo fare le ho fatte.

Quali sono i sentimenti che chiami immaginari?

I sentimenti immaginari sono tutti quelli che hanno a che fare con la spiritualità. Mi è sempre piaciuto pensare che la Costituzione Italiana potesse essere come il “Discorso della montagna” di Gesù nel Vangelo secondo Matteo. Cioè che il rapporto fra le persone, fra gli esseri umani, fosse amare il prossimo tuo come te stesso. Questo mi sembra una delle forme più alte, più elevate, più nobili, più rivoluzionarie che si possano mettere in atto. Vediamo che nella nostra società è sempre più difficile. Ci allontaniamo progressivamente dalla considerazione del nostro prossimo.

Dici che oggi è difficile conservare i sentimenti di fronte alle minacce del mondo contemporaneo. Come ci si salva senza diventare cinici, indifferenti o superficiali?

È molto difficile scrivere un piccolo libro come questo. Tutto sommato, a tratti, provocatorio. Che può anche irritare, suscitare qualche problema e rammarico nelle persone che non la pensano esattamente come me. Infatti, anche da parte di alcuni miei amici ai quali l’ho fatto recapitare, ho ricevuto il silenzio. Mi aspettavo un commento. Invece il commento si è risolto nel silenzio. Un silenzio probabilmente imbarazzato.

E allora come ci si salva da questo silenzio?

Senza avere paura di essere quel che si è. Senza avere paura di essere considerati alternativi. Io non ho mai avuto questa paura. È evidente che la paghi con l’insuccesso. Non ho scritto questo libro perché fosse ritenuto comodo, soprattutto da quelle persone che, qualunque cosa facciano, per loro va bene, si autoassolvono, si autogiustificano o si deresponsabilizzano. Tutto il contrario. Ho scritto un libro sul sempre. Sul senso del sempre. Su questa idea alla quale mi ispiravo quando ero ragazzo e che continua a essere al centro del mio modo di vedere e di pensare le cose ancora oggi: continuare a immaginare che possano esistere per sempre. E questo è qualcosa che non è certamente troppo condiviso. Ci sono molti momenti, nel libro, in cui le mie proiezioni possono apparire superate. Antiquate.

Veniamo a 8½ di Federico Fellini. Quel film che un giorno vedi per caso, da giovane, mentre vendi surgelati. Prima della “Passerella d’addio” Guido (Marcello Mastroianni), dopo aver ripercorso tutte le immagini della sua vita, dice: “È una festa, la vita. Viviamola insieme”. Quando hai chiuso questo libro ti sei sentito di dire un po’ come Guido?

Sì. E questa è anche una bella similitudine. Perché io, attraverso quel film, non soltanto ho scoperto questa verità – la verità di sentirmi un po’ come Guido – ma ho scoperto la verità del cinema. Ovvero quanto il cinema riesca a essere, in certi casi, nei riguardi degli esseri umani che racconta, straordinariamente sincero, anche nei lati più contrari. Ognuno di noi è un insieme di contraddizioni. E io rimasi incantato da 8½. Da lì decisi che avrei voluto e dovuto fare il cinema, proprio per questa potenzialità che il cinema mi dimostrava. Poter raccontare l’esteriorità e l’interiorità degli esseri umani con un tasso di vera somiglianza così assoluto.

Ti ha reso più felice scrivere questo libro?

Molto. Perché sapevo di poter scrivere qualcosa che avrebbe messo in imbarazzo alcune persone che lo avrebbero letto. Sentivo che era necessario farlo. Questo piccolo libro è la cosa, tra tutte le cose che ho fatto, che mi assomiglia di più. In tutta la mia vita.

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Autore

s.magi@tin.it

Stefano Magi, classe 1996, vive a Radicofani, in Val d’Orcia. Scrive per Il Fatto Quotidiano. Nel 2019 ha fondato a Radicofani, con altri ragazzi, “La Posta Letteraria”, oggi considerato il più grande festival di libri fuori dalle grandi città.

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