Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


4. PROPRIO CON UMBERTO?

Suo padre Giovanni era così contento di avergli fornito quel gancio. Era addirittura andato a trovare Luca direttamente a casa di Giorgio, cosa che non aveva mai più fatto (perché per lui andare a vivere con un altro uomo a venticinque-quasi-ventisei anni era una roba da matti).

“Senti, un mio collega mi ha detto che cercano alle poste. Non farti scappare quest’occasione.”

     Quando parlava, Giovanni usava sempre un registro secco, assertivo. Se uno lo avesse incontrato per la prima volta, con i suoi baffoni e la sua statura da corazziere appena incrinata dall’abitudine di curvarsi ogni volta che aveva di fronte un interlocutore (cosa che spesso veniva fraintesa come un ulteriore segno di dominio), non avrebbe colto la sua natura bonaria e introversa.

“Se rifiuti questa cosa io ci faccio una figuraccia, e tu chissà per quanto ancora stai senza far niente. Non è il lavoro della vita ma da qualcosa devi pur iniziare.”

     Luca aveva dato retta al padre, anche perché erano mesi che viveva a scrocco da Giorgio e l’Università gli sembrava già un ricordo lontano.

     Giovanni era uscito dall’istituto professionale Marconi da elettrotecnico e aveva dovuto affrontare la morte di suo padre appena due giorni dopo il diploma.

“È come se, con i miei, avesse esaurito anche i suoi compiti” diceva sempre. Le scuole superiori erano state vissute come un gran lusso dalla sua famiglia di agricoltori che sembrava arrivata da un’altra epoca, tanto da chiamare il figlio Giovanni “il laureato”. Da lì ogni passaggio sembrava frutto di un piano già scritto. La centrale elettrica aveva un gran bisogno di manodopera istruita e, da inizio anni Ottanta in poi, il papà di Luca si era sistemato, aveva trovato moglie e dato alla luce un figlio. Con gli anni era arrivato a co-dirigere la Funzione Esercizio, passando dalla manutenzione delle centraline alla teleconduzione degli impianti, ma il capo reparto vero e proprio – un ingegnere di cui si parlava sempre come “uno di mondo” perché aveva passato qualche mese a Londra dopo l’università – era davvero un laureato. Il suo status non aveva rivali in azienda.

     L’avversione del padre di Luca per lo studio originava dallo spregio che i nonni avevano sempre riservato a quell’attività così vergognosamente simile all’ozio: per questo ogni possibilità di salto di carriera garantito da un concorso interno era sempre stata fieramente rifiutata. “Bisogna sapersi accontentare, e poi di troppi soldi non me ne faccio nulla. Non sono mica uno da Opera io.”

     Dopo la morte del nonno, nonna Elvira aveva accettato come un male necessario il posto da usciera in Regione: da sola non ce la faceva a star dietro alla terra. La vendita dei terreni aveva garantito però alla famiglia una discreta rendita, e le cose erano andate avanti senza troppi drammi.

     Gli studi di Luca, però, erano tutta un’altra questione. Oggi per avere una mansione almeno pari alla nostra serve quel pezzo di carta in più, ripetevano papà Giovanni e mamma Ambra come si ripetono quelle verità dall’insindacabile statuto pubblico di verità (lo diceva anche la tivù). Peccato che di studiare qualcosa di “utile” Luca non volesse saperne, e così in famiglia ci si era rassegnati ad accettare che il figlio si buttasse su quella strana disciplina. “Tutto gira intorno alla comunicazione,” aveva assicurato Luca, “oggi qualsiasi azienda ha un ufficio stampa, e per il marketing bisogna avere una specializzazione in questo campo. Oggi è tutto diverso, papà.”

     In realtà l’università era un buon modo per levarsi di torno, e Scienze della comunicazione un indirizzo sufficientemente vago da non farlo sentire in trappola. Il fatto era che non aveva idea di cosa avrebbe voluto fare nella vita. Per lui il futuro era una nebulosa informe e confusa, una tappa talmente astratta e differita da non meritare preoccupazioni eccessive. Il suo indugiare nella procrastinazione era simile al modo in cui i bambini pensano all’età adulta come a un sogno destinato a non riguardarli mai per davvero.

     E che cosa aveva ottenuto? Un impiego per tre mesi come postino. Suo padre era certo che dopo un paio di rinnovi l’avrebbero spostato in ufficio, magari prima a qualche sportello di quartiere, a farsi le ossa, e poi se tutto andava bene in direzione. “Ci sono passato anche io,” diceva, “all’inizio giravo tutto il giorno a controllare le centraline.” Luca però non si vedeva a fare quel mestiere per più di sei mesi, massimo un anno. L’unico vantaggio della sua situazione era che, se tutto filava liscio, alle tre di pomeriggio aveva finito il turno e gli restava buona parte della giornata a disposizione.

     Scendendo a ritroso per le strade di montagna alla fine di uno dei suoi primi giorni di lavoro si era fermato al bar di un paese a metà tragitto. Il bar era gestito da una famiglia del posto, i Thiebat, persone con cui aveva scoperto presto di poter parlare senza problemi di qualsiasi argomento. Il proprietario, Toni, collezionava vinili e, nonostante un gusto un po’ troppo anni Settanta, le discussioni musicali con lui erano diventate una piacevole ricorrenza.

     Di lì a poco aveva conosciuto anche Laura, la più giovane di tre fratelli che al bar non si facevano mai vedere. Aveva appena finito la triennale in Economia aziendale e non sapeva se proseguire gli studi. “Qui non si sta poi tanto male, per fortuna non ci sono tutti gli ubriaconi di una volta, la clientela è cambiata”, aveva confidato al nuovo avventore che si era trovato subito così bene seduto al bancone. Luca aveva allora prontamente ordinato una grappa doppia e una birretta, “sai, per sciacquare.” Lei aveva riso e a Luca quel sorriso era piaciuto. A sentir parlare Laura l’idea di restare, di fermarsi, non sembrava così innaturale: lei era più che a suo agio dietro al bancone e dava l’aria di prendere le cose alla leggera. Non sembrava inghiottita dal suo mestiere, dal suo ambiente.

     Era assurdo, pensava Luca, che l’identità di una persona, la sua essenza, si riducesse a quello che si è costretti a fare per rimediare uno stipendio. Eppure, la gente sembrava non voler altro che un’attività che la definisse una volta per tutte, come se bastassero le prescrizioni di qualche deontologia professionale a definire una persona, a darle un valido motivo per tirare avanti.

     Da qualche parte aveva letto che esisteva un tizio, uno scienziato, che cercava le comete. E le trovava quasi tutte, aveva un talento naturale. C’era gente brava a dipingere con gli acquerelli mentre questo tipo aveva un’innata sensibilità che gli consentiva di adocchiare piccoli corpuscoli luminosi con il suo cannocchiale. Ne aveva scovate a centinaia di comete. Grazie a lui la scienza di quei fenomeni celesti era progredita parecchio.

     Il punto erache Luca non sentiva di avere un talento per qualcosa in particolare, e forse il problema stava tutto lì. Chi diceva di essere qualcosa probabilmente aveva capito di essere bravo a fare quel qualcosa, mentre Luca sentiva solo di voler esistere e vedere che cosa sarebbe successo.

     Suo padre era l’esatto contrario: per quanto la sua “promozione” non fosse stata nient’altro che un riconoscimento per gli anni di servizio, potendo tornare indietro avrebbe preferito tornare alle sue ispezioni giovanili alle centrali elettriche sparse lungo i bacini idrici della regione. Quando si dedicava a qualcosa, Giovanni lo faceva visceralmente, tanto sul lavoro quanto nello sparuto tempo libero. C’era stato un periodo in cui, una volta tornato a casa dal lavoro, si chiudeva nel suo studio a montare trenini e rotaie in miniatura. Nell’incollare quei pezzettini minuscoli e nel documentarsi sulle tipologie di locomozione tipiche di ogni epoca ci metteva l’anima: sembrava un vero artigiano, o un antiquario. Consumava la cena in fretta e furia, con la testa evidentemente altrove, masticando monosillabi e grugniti in risposta alle domande della moglie, che allora sbuffava – un po’ per scherzo e un po’ no – e si disfava rumorosamente del piatto del marito il quale, una volta ingoiato l’ultimo boccone, si alzava e tornava alle sue “manie”.

     Dopo due o tre anni in casa di Ambra e Giovanni non c’era più spazio disponibile per altro se non per le dettagliatissime ricostruzioni di percorsi ferrati in scala, di locomotori rappresentativi d’ogni epoca, di tentativi abortiti di azzardati deviatoi e scenografie sempre più ardite. Aveva tenuto anche qualche mostra con il club di modellismo (che frequentava solo per le occasioni espositive), ed era finito sul giornale locale “Il Mattino”. Interviste in TV mai, si vergognava e non voleva “darsi arie per un gioco”. Era modesto e amava mostrarsi disinvolto, ma chi lo conosceva bene sapeva interpretare il suo improvviso farsi silenzioso dopo una critica. Poi, un giorno, aveva semplicemente smesso. Senza dire nulla a nessuno aveva ammassato le sue costruzioni in miniatura e le aveva riposte in tanti scatoloni, sigillate e abbandonate in garage, senza troppi pensieri. Da quel momento non le aveva più nemmeno menzionate.

     C’era quindi stata la fase culturale, un’eccezionale diversione dall’attitudine ereditata dai nonni, probabilmente scaturita come risposta alle nuove generazioni che iniziavano a far capolino in azienda. La disciplina più “intellettuale” che aveva trovato, quella che per lui rappresentava l’archetipo dell’uomo di cultura, era stata la Storia. Solo che non sapeva quale Storia studiare e, per un attimo, di fronte alla voragine che gli si era aperta dinnanzi, aveva vacillato. Infine, aveva deciso che tanto valeva approfondire la storia del suo paese. Un collega più giovane gli aveva fatto acquistare il testo di Paul Ginsborg, sfoggiato in casa come una sorta di reliquia, ma non era mai arrivato così avanti nello studio da inaugurarne la prima pagina. Aveva però una bella infarinatura sul Risorgimento, e Mazzini era diventato uno dei suoi eroi.

     I genitori di Luca erano una coppia come tante, in fondo. Stavano insieme da una vita e la cosa sembrava più che naturale: la loro routine quotidiana era fatta di strati su strati di abitudini consolidate, di cenni di tenerezza trasparenti e delicati (si sarebbe detto, a torto, invisibili), di accettazione reciproca sedimentata negli spazi domestici, nei gesti consueti. Spesso il loro rapporto era simile a quello di due colleghi, ognuno con i propri compiti, ognuno con le proprie competenze. In casa regnava un senso di civile cameratismo.

     Un giorno, però, Ambra e Giovanni avevano litigato davvero. Solitamente i fastidi e i rimproveri reciproci erano affrontati in modo secco e composto, e si risolvevano con un ostinato silenzio che durava al massimo un paio di giorni. I due coniugi si facevano il muso, si ignoravano per un po’, e poi riprendevano il solito ritmo vitale. Bastava una battuta, uno scherzo. Quella volta invece c’era stato un vero litigio, con urla, pianti e tutto il resto. Poi il papà di Luca aveva preso una coperta e si era messo a dormire sul divano del suo studiolo, lo stesso dove un tempo teneva i trenini. Il giorno dopo le cose erano riprese a scorrere in un’ostinata parvenza di ordinarietà: la sera i due tornavano a casa, si salutavano e si preparava la cena. Uno dei due leggeva davanti alla televisione accesa che l’altro guardava per addormentarsi. In camera da letto Giovanni non aveva rimesso piede per mesi, come se dovesse scontare una colpa. Dormire separati era parso il frutto pacifico di un accordo non scritto, anche questo un fatto più che naturale, il giusto rimedio per aggiustare uno squilibrio. Una volta Giovanni aveva guardato Ambra, nel bel mezzo della cena. “Proprio con Umberto dovevi farmi questo?” Lei non aveva risposto e aveva continuato a mangiare a occhi bassi.

     Tutto si era infine riassorbito come un contagio dopo una quarantena, ma si era anche creata una distanza percepibile tra i coniugi. Luca aveva attribuito quella freddezza all’età. Da grandi si è così, pensava, tutto è misurato, sterile. Invece, quello era stato il loro modo di gestire il futuro della loro relazione: una messa in sicurezza preventiva per tenere a bada la nuova sfiducia reciproca. Come un buco nel muro coperto da un quadro. “Mommy’s alright, daddy’s alright, they just seem a little weird. Surrender, surrender, but don’t give yourself away”, cantavano i Cheap Trick in una canzone che Luca aveva fatto sua: se non si potevano cambiare gli altri non per questo bisognava rinunciare a cambiare sé stessi. Per sfuggire da quel clima inquinato Luca si era quindi imposto di prendere anche lui le distanze, un’esigenza che durante gli ultimi anni di liceo si era fatta addirittura febbrile. Forse Ambra e Giovanni lo capivano, pur mostrandosi perplessi circa le scelte poco responsabili del figlio. “Ma perché non studi qui, magari economia, e poi trovi lavoro in un’azienda?” Di quella perplessità, però, Luca se ne fregava, e così era partito appena aveva potuto.

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