Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


13. SEPARATISMI

     Le giornate diventavano sempre più calde, e la politica sembrava assecondare l’aumento di temperatura arroventandosi giorno dopo giorno. In cambio del proprio sostegno alla maggioranza regionale, Unione Italiana aveva fatto approvare una legge sulle case popolari che restringeva le quote destinate agli stranieri. Aveva poi strappato la promessa di discutere un’iniziativa di legge sull’istituzione di una zona franca. Si era parlato di un segnale di riconciliazione con i separatisti, che aveva sempre considerato quel tema un proprio cavallo di battaglia.

Le sedute del consiglio regionale si erano quindi infuocate, e nel giro di poche settimane la maggioranza era stata scossa da defezioni illustri e da improbabili rimpasti. Nel caos ognuno aveva cercato di portare acqua al proprio mulino con proposte sempre più azzardate, giustificate dal sempre più probabile ritorno al voto.

     In tutto quel macello si erano risvegliati anche i separatisti, i quali da ormai un anno sembravano ritirati in un ostinato silenzio. Luca era stato chiamato da entrambe le redazioni per seguire la conferenza stampa convocata dal movimento di Gerard Blanquin. Aveva accettato senza pensarci due volte. Per La Voce avrebbe confezionato un pezzo scolastico ricavato dal comunicato stampa di rito. Per Città in rete invece si sarebbe impegnato di più. Quella era l’occasione che aspettava da tempo.

     “Questi qui sono furbi.” Gianluca Roberti scriveva per un noto quotidiano locale, e conosceva i più insignificanti dettagli di ogni politico del territorio. Di qualcuno sapeva anche il giorno del compleanno. Roberti aveva appena compiuto quarantacinque anni ma sembrava averne dieci di meno: dimesso ma senza trascuratezza, il pizzetto appena screziato di bianco, uno stile di vita che poteva ricordare tanto quello dell’universitario fuoricorso quanto quello del precario a vita. Nonostante fosse il pilastro portante della pagina politica del suo giornale, non aveva l’ombra di un contratto e si barcamenava vivendo da scapolo senza pretese in un appartamentino del centro. Passava il tempo libero bevendo birra al pub con i colleghi e commentando film d’autore visti non si sa quando. I suoi modi affabili tradivano però un velato disinteresse, se non una vera e propria diffidenza, che si materializzava nello sguardo di uno che avesse dimenticato gli occhiali a casa. Solo quando percepiva la possibilità di uno scoop, Gianluca Roberti spalancava gli occhi e la sua espressione facciale si espandeva, per poi rilassarsi di fronte all’evidenza del consueto falso allarme.

     “Dici? A me sembra che stiano solo approfittando del momento di caos per farsi notare, come tutti.” Luca voleva fare colpo.

“Dico,” riprese mollemente Roberti, come se stesse esprimendo un’opinione di poco conto, “perché pare che negli ultimi mesi ci sia stato un fitto scambio di contatti tra Unione e separatisti. Sembrava impossibile dopo il tradimento di Giacchin.”

“Conoscevo il figlio di Giacchin, mi ha rotto il naso, vedi la curvetta qui?” aggiunse Luca, ricevendo uno sguardo enigmatico dal collega, che nel frattempo aveva finito il caffè e stava già sfilando una sigaretta dal suo pacchetto.

“So che la fuoriuscita di Giacchin ha infastidito molti militanti di Unione Italiana”, riprese Luca mettendo un paio di euro sul bancone e seguendo l’altro, già sull’uscio.

“Sì, appunto,” fece Gianluca, “ma tanti si sono chiesti se la scissione non abbia fatto parte di uno scambio, di una mossa tattica.”

“Soldi?”, fece Luca in cerca di un appiglio.

“No, qualcos’altro. Sembra strano ma i due gruppi hanno sempre avuto un rapporto strettissimo nonostante le litigate pubbliche. Sono sempre fascisti, questo li accomuna. Se ci fai caso ogni volta che c’è un problema politico inizia il balletto. Alla fine, se si considerano i due gruppi come un’entità unica, i vantaggi ricadono su entrambi.”

     La ricostruzione di Gianluca, esibita come una cosa di poco conto, aveva lasciato Luca a bocca aperta.

“E quindi Giacchin che c’entra?”

Roberti fece un tiro profondo e iniziò a muoversi lasciandosi alle spalle una scia di fumo. Luca lo seguì come preso all’amo.

“Magari lo scopriremo oggi. Oppure mai. È certo che uno come Giacchin non passa a una forza minoritaria per puro convincimento etico. Ci deve essere dell’altro.”

       Le strade della sera si accendevano in un moltiplicarsi di lampioni, lampadine alle finestre, insegne luminose. Il via vai generale di quell’ora, nella sua naturale e disordinata scompostezza, sembrava frutto di un disegno cosciente, e pareva sospinto dalla leggera brezza che ancora portava in strada il profumo di neve dalle cime più alte. La sede del movimento separatista non era troppo lontana dal centro. A pochi passi dalla piazza del mercato si deviava per una viuzza laterale che portava indietro nel tempo. In quella zona dominavano i piccoli porticati che davano su cortiletti bui e le finestrelle basse che si affacciavano su cantine e magazzini interrati.

     Non c’erano segni di riconoscimento davanti all’ingresso del numero 16, solo un graffito scrostato che recitava “F  CIST DI MER”, debitamente coperto da adesivi e altre scritte che formavano un ganglio convulso di segni e simboli. Non restava che suonare al citofono di metallo arrugginito sul quale traspariva lo stemma sbiadito di un leone rampante. Gianluca Roberti gettò a terra la sigaretta e entrò per primo. L’androne dava su un buio corridoio che sfociava in un giardinetto dal quale si diramavano due scalinate, una a destra e una a sinistra. La sede dei separatisti si trovava in una vecchia cantina a cui si accedeva scendendo un’angusta rampa di scalini di pietra.

Non appena varcato l’ingresso Luca si trovò in un salone più spazioso del previsto, occupato da una massiccia tavolata di legno, posta al centro della stanza. Tutto intorno le pareti erano intonacate a fresco, e una linea di luci a filo percorreva il perimetro dello stanzone. Roberti si lasciò sfuggire un “non badano a spese qui”, non si sa se rivolto a sé stesso o a Luca, che lo seguiva come un cagnolino fedele. Sulla parete opposta all’ingresso erano affisse bandiere e dipinti di paesaggi montani, mentre ai lati le librerie erano ricolme di volumi. Una porticina chiusa, coperta parzialmente da un tendaggio, stava proprio di fronte al posto scelto da Luca per sedersi. 

     All’estremità del tavolo erano seduti in tre, mentre un militante distribuiva una cartellina ai cronisti che arrivavano alla spicciolata. Luca riconobbe subito il barbuto Gerard Blanquin. Si era conquistato un ruolo di prim’ordine tra i separatisti per i suoi studi sulle origini medievali dei privilegi conquistati dal territorio. Blanquin dava l’aria di un tipo bonario, ma aveva uno sguardo drammatico mentre parlava gesticolando davanti alla telecamera della Rai. Luca iniziò a leggere la cartella stampa per capire chi fossero i tre seduti. Uno era di sicuro Michel Rosein, il portavoce della giovanile, un ragazzone con una faccia imberbe su cui spiccavano due guance rosse, poi c’era lui, Giacchin, coordinatore dei circoli regionali, a mani giunte e con lo sguardo attento che sbucava da sopra un paio di occhialetti tondi incastonati sul volto angolare, spigoloso e duro. Il terzo doveva essere quindi David Nuori, il presidente del circolo cittadino.

     Appena Blanquin prese posto i giornalisti ancora in piedi trovarono subito una sedia, e i telegiornalisti attivarono le loro camere illuminando i quattro ora riuniti. Ci fu un attimo di silenzio, poi Nuori si alzò piano e prese la parola.

     “Come sapete da molto tempo il nostro gruppo è restato nell’ombra. Però non siamo mai scomparsi. Molti hanno scritto che non avevamo nessun ruolo da giocare mentre i principali gruppi di potere si strappano a morsi i brandelli di un territorio che non merita tutto questo. Invece no, noi ci siamo e stiamo crescendo, e abbiamo molto da dire e da proporre per la collettività della nostra bella, piccola patria.”

     Nuori aveva recitato la sua introduzione come se stesse leggendo il libretto di istruzioni di qualche armadietto per il soggiorno. La sua mano appoggiata sulla spalla di Rosein, sempre più rosso in volto, lo spronò ad alzarsi e leggere scolasticamente un foglietto tenuto stretto tra le dita grassocce.     

“La nostra giovane realtà ha saputo attrarre nuova linfa da ragazze e ragazzi sparsi su tutto il territorio, i quali con grande spirito di sacrificio hanno dato vita al Movimento Giovanile per l’Indipendenza. Ringrazio tutti i giovani che sono con noi e lottano per la libertà del nostro popolo…”     Luca si perse a guardarsi intorno. Gianluca Roberti non aveva ancora preso un solo appunto e guardava imbronciato e impaziente gli oratori, mentre il resto dei giornalisti si lanciava occhiatine divertite e i più giovani scribacchiavano qualcosa, poco convinti, sulle loro agendine.

Fu finalmente il turno del segretario Blanquin, il quale si alzò e rimase un istante immobile, scrutando i presenti con i suoi occhi vispi. Accennò un sorrisetto e cominciò il suo discorso, un lungo panegirico sulle ragioni storiche del movimento, nato per “ripartire da un sentiero interrotto da una classe politica senza alcun ideale e senza alcun legame con le proprie radici. Oggi capirete bene che serve uno sforzo più tenace, come quello del contadino che prima del tempo della semina lotta con il duro terreno per strappare le erbacce e rassodare la terra indurita dal lungo inverno.”

     Luca si trovò ammaliato dal tono da cantastorie di Blanquin, tanto da accorgersi in ritardo che questo fosse arrivato al succo della questione. “Abbiamo deciso di formare il Partito per l’Indipendenza e l’autogoverno. Il nostro obiettivo è la liberazione del nostro territorio dalle influenze mortifere di una globalizzazione che depreda le ricchezze locali, che omologa le culture centenarie, di una politica ridotta all’affarismo e alla speculazione. Torniamo al legame con la terra, con il sangue, con i valori che da sempre animano il nostro popolo, così generoso nell’accettare i sacrifici che impone questa natura così bella e ostile, così tenace nel piegare al suo volere gli eventi, quando è necessario.”

     “Tutto il potere agli chalet”, ridacchiò un cronista tra i baffi. Il discorso di Blanquin si dilungò più del dovuto, condito da un gesticolare sempre più enfatico e appassionato. Dopo l’ultimo proclama i militanti presenti scaturirono in un applauso fragoroso, entusiasta. L’unico che rimase composto fu Giacchin, che sistemò gli occhiali e sollevò lo sguardo sul segretario, che tornò subito a sedersi. Solo allora Giacchin si alzò e, senza l’aiuto di nessun foglietto o appunto, procedette con la sua arringa.

     “Negli ultimi mesi abbiamo inaugurato otto nuovi circoli territoriali. In tutto i nostri membri ammontano a quattrocento unità dislocate su tutti i comuni regionali. Le nostre risorse hanno origine esclusiva dalle quote d’iscrizione e dai contributi versati da militanti e simpatizzanti che, credetemi, non sono pochi. In questi mesi il partito si è strutturato per affrontare il problema della conquista del potere politico mettendo in campo un’importante abilità organizzativa, raggiungendo risultati che nessun altro ha finora eguagliato. I partiti che spadroneggiano oggi non sono che reperti fossili, mentre noi siamo una forza viva, vibrante, agguerrita. Se ci muoviamo ora è per dare una chiara dimostrazione della nostra forza. Presto tutti dovranno venire a patti con noi. Per questo annunciamo la prima mobilitazione generale del Partito per l’Indipendenza e l’autogoverno.”

I giornalisti in sala, prima di partire con un primo giro di domande, stettero per qualche interminabile istante immobili e in silenzio, con lo sguardo incerto e un visibile senso di incredulo stupore di fronte a quella ostentata esibizione di muscoli. “Non possono avere così tanti iscritti”, sussurrò Gianluca Roberti.

“Se qualcuno ha domande, prego, questo è il momento di farle”, dovette dire Blanquin per spronare qualche reazione. Un bravo editorialista di una rivista legata al commercio cittadino volle approfondire la strategia di rilancio del partito: “come mai tutta questa crescita è avvenuta in silenzio?”

“Per evitare il rumore”, lo liquidò secco Giacchin suscitando un mormorio diffuso.

Dopo qualche domanda di rito fu il turno di Roberti. “Sapreste dirci chi sono i vostri sostenitori? Devono essere piuttosto benestanti. Quanti soldi sono stati investiti per la vostra sede?”. A rispondere fu di nuovo Giacchin. “I nostri sostenitori sono semplicemente tanti, signor Roberti. Se proprio vuole saperlo non tutto è oro quel che luccica, e i lavori complessivi non sono costati più di cinquantamila euro. Ogni spesa è stata regolarmente documentata. Senza contare che molte delle attrezzature sono state cedute gentilmente da alcuni militanti.”

     Luca sentiva che a breve la domanda chiave sarebbe arrivata e non voleva perdere la possibilità di essere proprio lui ad aprire le danze. Alzò la mano e richiamò l’attenzione su di sé. “Volevo chiedere se ci sia un dialogo in atto con Unione Italiana. Ora loro vogliono la zona franca. Voi che ne pensate?”

     Il segretario Blanquin si scosse e prese immediatamente la parola, senza aspettare che potesse farlo il solito Giacchin. La sua voce era incrinata da un’inflessione stridula. “Quello che fanno i militanti di Unione Italiana non ci riguarda. La proposta di istituire una zona franca non può che trovarci favorevoli, ma le nostre strade rimangono separate. Loro lottano per un nazionalismo ambiguo, frutto di una visione che non tiene conto delle differenze tra popoli. Noi siamo per un federalismo identitario in senso stretto. Per questo abbiamo sempre proposto una confederazione dei gruppi separatisti europei. No, quindi, nessun dialogo in atto, ma nemmeno nessun sabotaggio. Fin che si condividono gli stessi obiettivi si può respirare la stessa aria.”

     “Però è innegabile che l’ingresso di Giacchin nel vostro partito abbia aumentato la tensione tra voi e gli unionisti. Quanti militanti di Unione Italiana si è portato dietro?” chiese a quel punto Roberti.

     “Visto che sono stato chiamato in causa,” rispose Giacchin dopo aver rimesso a sedere con uno sguardo il segretario, “la mia dipartita è legata a motivi puramente politici. Credo, come ricordava il segretario Blanquin, che la strategia nazionalista di Unione non sia adeguata al periodo storico in cui viviamo. Detto questo non facciamo l’identikit dei tanti aderenti al movimento, che anzi è aperto a ogni fede politica purché orientata al bene del nostro territorio. Quindi non saprei dirle quanti militanti di Unione possano aver preferito noi al loro vecchio partito, anche se mi piace pensare che siano stati molti.”

     Quando, dopo oltre un’ora, i giornalisti esausti e spazientiti furono lasciati andare, Luca aveva in testa una miriade di idee per il suo articolo.

Si alzò dalla sedia senza nemmeno salutare Roberti e si voltò verso l’uscio in preda all’eccitazione. Proprio allora notò una figura che procedeva verso di lui scendendo la scalinata, in compagnia di un altro individuo. Erano due militanti, lo si capiva dalla vistosa spilla rossa e nera che portavano sulla giacca. Riconobbe il tipo del pub dopo qualche secondo. Il famoso unionista intransigente. Si era dato una bella ordinata e, evidentemente, oltre allo stile aveva pensato di cambiare anche casacca. Subito Luca si sentì avvolgere dal panico. Affrettò il passo e abbassò la testa passandogli oltre, ma quello ne approfittò per rifilargli una discreta ma decisa spallata. Luca salì le scale e uscì di fretta, fermandosi poco oltre il portone d’ingresso per accendersi una sigaretta. Si accorse che la mano gli tremava. Fece un centinaio di metri in tutta fretta, prima di imporsi una pausa. Pian piano, con la nicotina che penetrava nei suoi polmoni, il cuore tornò a un ritmo normale. Era stato riconosciuto. Ma ora Luca era un giornalista, non un qualsiasi cliente del pub. E, nel caso, un’altra testata non se la sarebbe risparmiata.      Mise su le cuffiette, scartò un paio di brani che non gli sembravano adatti.  Si trovò nelle orecchie un vecchio pezzo dei Dead Kennedys. “But we can / You know we can / But we can, you know we can / Let’s lynch the landlord man”. Luca sorrise. Ammazziamo il padrone, perché no? Sfilò dal pacchetto delle sigarette una canna che aveva preparato quella mattina, l’accese e tirò una bella boccata. Si avviò verso casa con un’andatura da spaccone che sapeva di non potersi permettere fino in fondo. Ma la musica scorreva forte e infondeva in Luca un grande coraggio. In fondo era tutta questione di ritmo.

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