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Pubblichiamo un articolo apparso su Nuovi Argomenti, ringraziando la rivista.

Siamo nelle ultime pagine del Teatro di Sabbath. Il protagonista, il burattinaio Mickey Sabbath, viene a conoscenza del fatto che Drenka – la defunta amante adulterina con cui aveva condiviso gli ultimi tredici anni della sua vita, vivendo con lei una passione altissima, libertina, sfrenata, esageratamente impetuosa e irriverente – aveva lasciato, prima di morire, un diario nel quale aveva tenuto traccia di ogni tradimento, ogni depravazione, ogni dissolutezza vissuta con lui, lasciando in tal modo un’audace e imperdonabile testimonianza della sua seconda vita, una confessione aperta e brutale alla mercè di coloro che rimanevano, con la certezza di contaminare per sempre la memoria che di lei avrebbe lasciato nella storia.

Sabbath non può fare a meno di chiedersi per quale motivo non se ne fosse liberata nel momento in cui i medici le avevano rivelato la gravità della sua malattia e i pochi mesi di vita che le rimanevano. Si era trattato di una distrazione, una semplice sbadataggine, o aveva così voluto rivelare al mondo la propria natura eminentemente ardita, rivendicando una sorta di grandezza che nessuno dei suoi familiari e dei suoi conoscenti avrebbe mai lontanamente immaginato?

«Diari del genere», si dice Sabbath, «hanno un posto speciale fra i nostri scheletri; è difficile liberarsi di parole che a loro volta si sono finalmente liberate dal loro dovere quotidiano di giustificare e nascondere. Ci vuole più coraggio di quanto si creda per distruggere i diari segreti, le lettere, le istantanee, i video e le cassette, le ciocche di pelo pubico, gli articoli usati di biancheria intima, cancellare per sempre la forza di queste reliquie che, uniche tra le cose che possediamo, rispondono senza esitare alla domanda: “Possibile che io sia davvero così?”».

Le parole liberate dal loro dovere di giustificare e nascondere sono, in un certo senso, l’unica possibilità per gli esseri viventi di continuare a imprimere nella storia un segno della propria vitalità, anche dopo che il tempo si è richiuso sulla loro esistenza relegandoli ineluttabilmente nel passato della Terra, quando nella loro vita non esiste più un «improvviso» e nulla può più testimoniare il loro impulso a vivere nella variabilità e imprevedibilità del tempo. Cancellare quelle tracce, porre fine al loro potere devastante, significa riconsegnare alla tirannica ideologia della purezza quel che resta degli individui dopo la loro scomparsa, livellando ogni peculiarità che li rende esseri umani unici e irripetibili.

C’è un altro passo nel romanzo in cui si parla con fastidio della pretesa ideologica della purezza. Sabbath è andato a trovare la moglie Roseanna in un centro di riabilitazione nel quale la donna è stata ricoverata per gravi problemi di alcolismo. Mentre si trova a girovagare tra i meandri degli edifici, Sabbath assiste a una conversazione tra un giovane paziente e due infermiere. Il ragazzo sta parlando delle ideologie del ventesimo secolo, e a un certo punto afferma con estremo vigore: «Il depositario dell’ideologia è puro, buono e pulito, e gli altri sono malvagi. Ma lo sai tu chi è davvero malvagio? Chiunque pensi di essere puro è malvagio! … Non esiste la purezza! Non esiste! Non può esistere! Perché è una menzogna! La sua ideologia è come tutte le altre ideologie, basata su una menzogna! Tirannia ideologica».

Al di là della situazione grottesca in cui è ambientata la scena – che sembra conferirle un carattere per certi versi divertito – non c’è dubbio che queste parole siano state scritte con estrema serietà da Philip Roth. Lo scrittore sta qui rivendicando la necessità di accettare che ogni cosa è impura e contaminata. Di più. Sta insinuando che nella vita tutto è contaminazione, e che affermare il contrario significa ingabbiare nella solida roccaforte della metafisica quanto di più fluido e sfuggente esista al mondo: l’effervescenza delle cose reali.

Quando il disordine fa capolino oltre l’apparente e ingannevole grigiore dell’esistenza, Roth è sempre lì a spiare stupito le conseguenze – spesso sconcertanti – che una tale irruzione provoca nell’opinione pubblica. All’inizio della Macchia umana – che si apre con il resoconto dello scandalo provocato in America dalla scoperta della relazione tra il presidente Bill Clinton e la giovane stagista Monica Lewinsky –, lo scrittore osserva: «Quella del novantotto nel New England fu un’estate di sole e di uno squisito tepore; l’estate – nel baseball – di una mitica battaglia tra un dio degli home run bianco e un dio degli home run di pelle scura; e, in America, l’estate di un’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo – che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese – subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia».

Parole come queste, scritte prima dell’anno 2000, difficilmente sarebbero state pubblicate da un editore importante dopo il movimento del MeToo, e – in effetti – leggerle oggi, dopo solo venticinque anni, solleva nei lettori una istintiva reazione di sconcerto e diffidenza. Probabilmente Roth, da sempre indifferente alle opinioni del pubblico e della critica, le avrebbe scritte ugualmente, perché a lui non interessava emettere sentenze o fornire giustificazioni alle azioni degli uomini – per quanto equivoche esse potessero essere –, ma ambiva a metterne in risalto l’impurità, la sconcezza, il capriccio, il fraintendimento.

La macchia umana, del resto, è un romanzo interamente basato sul fraintendimento. Le parole vengono fraintese, le intenzioni vengono fraintese, la trama stessa del libro viene all’inizio completamente fraintesa dal lettore. Il fraintendimento consiste – letteralmente – nel ritenere candido ciò che non lo è, e – di conseguenza – nella necessità di credere in una purezza che ha poco a che fare con l’umanità. E non è un caso che, per dare il titolo al romanzo, Roth abbia scelto proprio l’immagine della macchia; la macchia che è ciò che si imprime sulla bianchezza contaminandola, ciò che traccia la storia degli individui, come l’inchiostro che segna le pagine con la scrittura, l’incoerenza che contraddice la disciplina, l’errore che infrange la norma, in sostanza la vita stessa. L’illusione di rendere candido ciò che non lo è costituisce una colpa imperdonabile, che prima o poi verrà smentita dalla logica rigorosa dell’evenienza.

Coleman Silk, il protagonista del libro, è un uomo nero con la pelle particolarmente chiara, che, per gran parte della sua vita, ha finto di essere ebreo e bianco per avere modo di accedere a un prestigio sociale che la cultura fortemente razzista degli anni Trenta e Quaranta in America non gli avrebbe consentito. Questo cambio di identità – che guarda caso afferisce proprio alla sfera della bianchezza e del colore – sembra attirare su di lui una sorta di nemesi nel momento in cui Coleman viene ironicamente accusato proprio di razzismo dall’università di Athena, nella quale aveva insegnato per più di quarant’anni.

Approfittare della chiarezza della propria pelle per fingersi un bianco può sembrare – nella logica simbolica del romanzo – un evidente tentativo di sovvertire un dato di fatto tramite un meccanismo di astrazione, fingendo che sia bianco ciò che naturalmente non lo è, che sia accettabile ciò che comunemente non viene accettato, che sia convenzionale ciò che invece disorienta. Ma la macchia – questo simulacro dell’umanità stessa, simbolo del disordine, dell’intensità, dell’imprevedibilità e dell’eccesso degli individui – non è una manifestazione esteriore dell’umanità, bensì la sua stessa essenza. Esiste prima ancora di essere palesata, prima ancora di lasciare il suo segno. È l’unico modo che hanno le persone per esistere nel mondo, e dunque non può essere soffocata, non può essere celata, perché prima o poi finirà per venire allo scoperto: «Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c’è altro mezzo per essere qui. Nulla a che fare con la grazia o la salvezza o la redenzione. È in ognuno di noi. Insita. Inerente. Qualificante. La macchia che esiste prima del suo segno. Che esiste senza il segno. La macchia così intrinseca che non richiede un segno. La macchia che precede la disobbedienza, che comprende la disobbedienza e frustra ogni spiegazione e ogni comprensione. Ecco perché ogni purificazione è uno scherzo. Uno scherzo crudele, se è per questo. La fantasia della purezza è terrificante. È folle. Cos’è questa brama di purificazione, se non l’aggiunta di nuove impurità?».

C’è un momento, nel secondo capitolo del romanzo, in cui Coleman si reca a East Orange per comunicare alla madre la sua intenzione di sposare una ragazza bianca senza rivelarle di essere nero. È il momento in cui ha preso la decisione di nascondere una volta per tutte la sua reale identità. Ciò avrebbe reso necessario raccontare alla futura moglie una serie di bugie sulla sua provenienza, e non presentarle mai la sua famiglia di origine. La madre di Coleman, per la quale ciò significa trovarsi improvvisamente estromessa dalla vita del figlio, reagisce con sorpresa e veemenza. E, oltre a esprimergli il proprio dolore, lo mette in guardia sui pericoli della scelta intrapresa, e sul fatto che – fingendosi bianco, e alterando così la natura delle cose in modo sfacciato – si comportava da schiavo e non da uomo libero, schiavo della fuorviante ideologia della purezza: «Tu ragioni come un prigioniero. Sì, Coleman Brutus. Sei bianco come la neve e ragioni come uno schiavo».

È interessante soffermarsi sui vocaboli utilizzati, che rimandano, anche in questa circostanza, a un’idea di candore eccessivo, quasi innaturale, un candore che è necessariamente inventato, artificiale, e che copre una realtà destinata a venire prima o poi allo scoperto.

Dello stesso registro sono le parole che la sera di quello stesso giorno il fratello Walt rivolge a Coleman. Walt, informato dalla madre sugli accadimenti del pomeriggio, lo ammonisce molto severamente, intimandogli di non andare mai più a trovare sua madre per evitare di acuire ulteriormente la sua sofferenza. E lo fa rivolgendogli queste parole: «Mai. Non azzardarti a mostrare ancora la tua faccia bianca come un giglio in quella casa!»

Anche qui la bianchezza viene messa in correlazione con un simbolo non soltanto del candore, ma della purezza. La madre aveva usato la similitudine della neve, il fratello usa quella del giglio, e tutte e due alludono a una purezza dal carattere quasi liturgico. Entrambi usano questi artifici retorici per mettere Coleman di fronte all’assurdità della sua scelta. Una scelta che opera in modo consapevole un vero e proprio travisamento della realtà, un travisamento spaventoso e pericoloso («La fantasia della purezza è terrificante»).

Coleman ricorderà per sempre le parole del fratello, tanto che le pronuncerà lui stesso molti anni dopo, in un contesto simile e allo stesso tempo di segno opposto. Dopo essere stato perseguito con l’accusa di razzismo dai suoi stimati colleghi dell’Athena College, dopo aver combattuto un’acerrima battaglia contro l’esasperante ingiustizia di quell’insinuazione, dopo aver perso la moglie (probabilmente stroncata dall’enorme carico di stress provocato dalla situazione), dopo aver tentato senza successo di scrivere un lungo e scomposto memoriale difensivo per scagionarsi dall’insensatezza dell’accusa, dopo tutte queste cose, Coleman inizia una relazione sentimentale con Faunia Farley, una donna analfabeta con la metà dei suoi anni, durante la quale – anche grazie al Viagra, che nel 1998 faceva il suo ingresso trionfale nelle farmacie del mondo – ha la possibilità di assaporare di nuovo, dopo tanti anni, il sapore rotondo e appagante della propria intensità, e dimenticare per una stagione l’amarezza della rabbia e la frustrazione vissute negli ultimi tempi.

Ma questa sua avventura, una volta venuta allo scoperto, suscita intorno a lui la reazione indignata di quasi tutti: della direttrice del dipartimento di letteratura dell’Athena College, Delphine Roux, che gli invia una lettera anonima per avvisarlo che tutta la comunità è al corrente della sua relazione squilibrata; di Les Farley, ex marito di Faunia, un reduce del Vietnam fortemente disturbato e violento che tende pericolosi agguati ai due amanti braccandoli nei loro nascondigli d’amore come un tempo faceva con i Vietcong nella giungla; e perfino dell’amata figlia Lisa, l’essere umano più mite e sensibile del mondo, legata a Coleman da un tenerissimo affetto filiale.

Roth si meraviglia di come, alla fine di un secolo durante il quale sono state compiute incredibili efferatezze, l’attenzione si possa anche solamente soffermare sulla propria relazione sentimentale o sullo scandalo che aveva coinvolto l’allora presidente Clinton: «Un secolo di distruzioni diverso nei suoi eccessi da ogni altro viene a intristire la razza umana: decine di milioni di persone comuni condannate a patire una privazione dopo l’altra, un’atrocità dopo l’altra, un male dopo l’altro, mezzo mondo, o più di mezzo, sottoposto a patologico sadismo come politica sociale… Tutte le terribili pietre di paragone offerte da questo secolo, ed eccoli levarsi e prendere le armi per una Faunia Farley. Qui in America, o è Faunia Farley o è Monica Lewinsky».

E, riflettendo sul divario esistente tra il silenzio sulle grandi tragedie del secolo e il clamore suscitato da quegli scandali irrisori, si sofferma a parlare della capacità del senso del decoro – che definisce efficacemente «tirannia della decenza» – di assumere i connotati delle battaglie morali più nobili e condivisibili, e di soggiogare così l’opinione pubblica in modo subdolo, silenzioso, andando a occupare prepotentemente un posto eminente nella retorica del paese: «Come forza, il decoro è proteiforme, un dominatore in mille travestimenti, che s’infiltra, se necessario, come civica responsabilità, dignità Wasp, diritti delle donne, orgoglio nero, fedeltà etnica o sensibilità etica ebraica gonfia di emozioni».

Quando, esasperato e pieno di rabbia, Coleman Silk si reca dal suo avvocato Nelson Primus per chiedergli cosa si potesse fare almeno per tenere Les Farley lontano da lui e da Faunia, Primus pronuncia un discorso memorabile, nutrito di scaltrezza, sicurezza di sé e finissimo eloquio, nel quale invita Coleman a troncare quella relazione che si era rivelata per lui un pessimo affare, un legame nel quale aveva tutto da perdere e che metteva addirittura a rischio la sua stessa incolumità. Nel suo bellissimo discorso, Nelson Primus mette su un piatto della bilancia tutti i pericoli che quella relazione aveva in serbo per Coleman (ponendo sullo stesso piano i rischi dovuti alla sua già compromessa reputazione, quelli legati alla psicopatologia omicida di Les Farley, l’eventualità che Faunia possa avere l’HIV, che possa rimanere incinta, l’incognita legata all’uso di un principio chimico ancora poco sperimentato come il Viagra) e dall’altra parte «una vita senza scandali, senza censure e senza Farley. La serenità di spirito che nasce dal non essere seguiti. O messi in ridicolo. O snobbati. O giudicati male».

In sostanza, questo giovane avvocato arguto e saccente – parlando da dietro la propria scrivania «ben lucidata tenuta coscienziosamente sgombra di ogni incartamento, spoglia di tutto tranne che delle fotografie in cornice della giovane moglie professoressa e dei loro due bambini, una scrivania la cui superficie era l’epitome dell’immacolata tabula rasa» – vuole stroncare una volta per tutte quel rigurgito tardivo di vitalità che aveva ridato a Coleman una nuova spinta in un periodo particolarmente complesso, e ricondurlo così nei territori addomesticati di un’esistenza piana, convenzionale, moralmente condivisibile: in altre parole, vuole imporre a Coleman quell’ideologia forzata della purezza e del candore che – come abbiamo visto – per Philip Roth nulla ha a che fare con l’essenza stessa degli esseri umani.

È a questo punto che Coleman ricorda le parole che, cinquant’anni prima, gli aveva rivolto il fratello Walt e, frenando l’impulso di prendere per la camicia l’avvocato e di sbatterlo contro il muro – e ritrovando una calma artefatta pur se mal simulata –, gli indirizza in tono sommesso un avvertimento imperioso: «Non voglio più sentire la tua voce, questa voce che si ammira, cazzo, e non voglio più vedere la tua faccia soddisfatta bianca come un giglio».

Primus – che con il suo discorso intendeva aiutare Coleman, e non attaccarlo – si meraviglia di questa espressione, non sapendo che, con le sue parole, Coleman stava solamente ripagando alla storia un debito contratto molti anni prima, e che quella formula singolare altro non era che il suo modo di riagganciarsi a quel giorno lontano in cui aveva sfrontatamente preteso di ingannare la storia. E dunque – in sostanza –, un’implicita ammissione di colpa, nonché il suo modo di riconoscere quanto fosse illusorio, in quel momento, ignorare quel grumo oscuro di complessità che era per lui la sua relazione con Faunia, così come lo era stato, cinquant’anni prima, supporre di evitare gli ostacoli che trovava sulla sua strada andando a forzare un altro tipo di complessità e oscurità, legato alle sue origini e alla sua stessa natura.

Quando Roth, nel 2012, contattò Blake Bailey per incaricarlo di scrivere la propria biografia ufficiale, gli disse: «Non mi devi riabilitare. Rendimi interessante». Pronunciando queste parole, auspicava che nella versione narrativa della propria vita venisse applicato anche a sé stesso lo stesso criterio che lui aveva adoperato molte volte nelle sue storie con i suoi personaggi. Del resto, Philip Roth si è messo spesso al centro della propria narrazione, inventando per sé dei memorabili alter ego, come Nathan Zuckerman (che appare, oltre che nella trilogia a lui dedicata, di cui è il protagonista, anche in altri romanzi – come La macchia umana – di cui è semplicemente il narratore), David Kepesh (protagonista di tre romanzi) e addirittura un personaggio che si chiama Philip Roth come lui, ma che – pur condividendo con l’autore numerosi tratti biografici – evidentemente è un personaggio finzionale. Di tutti questi alter ego, Roth non disdegna di raccontare le debolezze, le singolarità, divertendosi a provocare il lettore, a creare le premesse dell’equivoco, del malinteso, di una possibile identificazione.

Questo fatto ci fa credere nella fondamentale buona fede dello scrittore, che non ha paura di esporre alla lente della letteratura anche la sua stessa persona e la sua biografia. Nella sua personale poetica, un personaggio (anche quando il personaggio è una propria emanazione letteraria) deve essere svelato nelle sue contraddizioni, nei suoi aspetti più nascosti. Non deve essere difeso, ma – al contrario – messo allo scoperto. Non ha bisogno di essere giustificato: deve invece essere inchiodato alla sua umanità. Un’umanità che è necessariamente sporca, ruvida, a volte indecente e impudica. È proprio questo che lo rende interessante agli occhi dei lettori.

Philip Roth è stato più volte accusato di essere maschilista e, più in generale, politicamente scorretto ben prima di movimenti come il MeToo e della cultura woke. È probabilmente questo uno dei motivi più importanti per cui, nonostante gli innumerevoli riconoscimenti da parte della critica e dei lettori, non gli è mai stato assegnato il premio Nobel. Nelle sue opere non è raro imbattersi in espressioni quanto meno anticonvenzionali, contrarie a un senso morale che sia condivisibile per la mentalità contemporanea. Ma mettere in mostra proprio ciò che esula dalla moralità, ciò che rivela la sostanziale sconcezza che per lui caratterizza intimamente la specie umana (la macchia umana, appunto), è uno degli obiettivi più espressamente caratterizzanti della sua scrittura. Senza questa consapevolezza, non sarebbe possibile apprezzare l’irresistibilità della sua prosa, la sua irrefrenabile vena comica, la travolgente intensità delle sue storie.

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Autore

lucaalvino@minimaetmoralia.it

Luca Alvino è nato nel 1970 a Roma, dove si è laureato in Letteratura Italiana. Nel 2025 ha pubblicato per Il Convivio la raccolta poetica Sono il poeta. Nel 2023 ha tradotto e curato per Interno Poesia un’ampia antologia delle poesie di John Keats, intitolata Mio cuore. Nel 2021 ha pubblicato, ancora per Interno Poesia, la raccolta poetica Cento sonetti indie. Nel 2018 è uscita per Castelvecchi la sua raccolta di saggi Il dettaglio e l’infinito. Roth, Yehoshua e Salter. Nel 1998 ha pubblicato con Bulzoni una monografia sull’Alcyone di Gabriele d’Annunzio, intitolata Il poema della leggerezza.

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