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È mezzogiorno, ma il grigiore dell’inverno non ha ombre, è quasi liquido.

Una poeta italiana a me molto cara, bravissima, Paola Turroni, appartata – che ama essere appartata – in una poesia di qualche anno fa, che amo molto, una poesia che parlava di donne e di guerra, soprattutto di sopravvivenza, scriveva: «Ci sono gesti che bisogna continuare a fare/ chiudere finestre, tostare il pane, legarsi/ il fazzoletto sulla nuca/ non c’è altro modo che i gesti per fare i vivi» (da Il mondo è vedovo, Cartabianca). Versi strepitosi, tratti da un libro che forse non si trova più e che conosco a memoria e che mi sono tornati in mente leggendo Esercizi al buio di Naja Marie Aidt, Utopia 2026, traduzione di Andrea Berardini, libro stupendo della scrittrice e poeta danese, che avevo già amato leggendo il precedente Se la morte ti ha tolto qualcosa tu restituiscilo (sempre dal catalogo meraviglioso di Utopia).

Quello era un libro sulla scoperta de lutto, l’autrice perdeva un figlio giovanissimo, e sulle sue conseguenze. Le paure, il trauma, il silenzio improvviso, l’assenza delle parole, la ricerca di un modo di comunicare qualcosa, e successivamente di trovare la maniera di comunicare, scrivere un diario, ma come? Prima Aidt tratteggia, prova con i segni, qua traccia una riga, là tace un pensiero. In quel libro ci avvicinavamo alla perdita insieme all’autrice, in fondo – da lettori – le davamo una mano, raccontava per noi, ma raccontava attraverso i nostri occhi. L’occhio di chi avrebbe letto contribuiva a mettere insieme lettera dopo lettera le parole della perdita, così come lo stratagemma di usare le parole degli altri, citando poeti, scrittori. Che incanto, che dolore, che bellezza.

A quanto pare i ciliegi sono fioriti, lo sono da diverse settimane, e io penso con rabbia alla parola pena. Darsi pena. Io non voglio darmi alcuna pena.

Tornando ai gesti che bisogna continuare a fare di Paola Turroni, o di imparare nuovamente a fare, arriviamo alla bellezza di Esercizi al buio.

La protagonista di questo libro tutte le settimane va in centro in autobus. La sua meta è l’incontro con un terapista che la segue, che dovrebbe aiutarla a superare il disturbo post-traumatico da stress, da cui è afflitta. È sovrastata. Detona ogni giorno, dentro e fuori di lei. I suoi gesti che bisogna continuare a fare, per uscire da questa guerra singolare che non la lascia mai, eccoli. I gesti, che poi sono azioni, a volte da ricondurre solo allo sguardo, come la quiete che arriva contemplando il glicine sul balcone, oppure l’azione che sembra insolita ma non lo è così tanto – e che fa pensare all’infanzia –: nascondersi sotto il tavolo del salotto. O, la mia preferita, scrivere sul quaderno di suo nonno. E poi esistono piccoli momenti di serenità concessi dagli incontri con le amiche, anche loro in qualche modo costrette a misurarsi col passato, l’unico modo di aprirsi al tempo che verrà.

Sera per sera, cinque donne di cinquant’anni nuotano al tramonto. Non c’è molta altra gente. […] Mi abituo a questa routine serale, imparo ad apprezzarla. […]. Una routine. Una struttura. Un giorno alla volta. E uno slancio di affetto verso le mie amiche.

Aidt scrive un bellissimo libro sul dolore, sulla storia del dolore, sulle difficoltà che esistono nel riconoscerlo, nell’affrontarlo, nel capirlo, nello stupore che si ricava dal fatto che nel dolore c’è una certa dose di bellezza. Non fosse altro perché il dolore è ciò che siamo, anche, talvolta, scoprirlo è qualcosa, e può essere bello. Il nostro indimenticabile personaggio principale, nel tempo riuscirà ad affrontare il trauma, l’evento da cui tutto il suo stare male nasce. Leggiamo pagina dopo pagina come si guarisce. E che bella può essere, lei molto più del dolore, una guarigione. Superare il trauma significherà tornare a fidarsi degli altri. Fiducia, questa, una delle parole più incantevoli e importanti che esistano. Mi domando se superare un trauma, ricominciare a fidarsi, smettere un dolore come quando si smettono gli abiti pesanti, non significhi in fondo che dentro di noi è entrata la primavera. Non è questo che andiamo cercando? Il primo tepore dopo l’inverno, un raggio di sole che ci attraversi la faccia come una carezza?

Il passo di Naja Marie Aidt è poetico, luminoso, così parola per parola, scavando nel susseguirsi dei giorni, delle abitudini, della confidenza da ritrovare, risale il trauma e lo disinnesca, oltre la paura e la vergogna, oltre il silenzio e la solitudine, oltre ogni misura e aspettativa. Che bello.

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1 commento

  1. Quando le parole, incrociano subito quel “detonatore” interno, vissuto, del lettore, in quel preciso momento, quelle parole diventano condivisibili e salvifiche.
    Non c’è altro che “riprendere quel bus ogni mattina, contemplare il glicine o scrivere sul quaderno del nonno”
    Grata per questa recensione e per la gioia nell”aver scoperto Anna Toscano, con la cui scrittura trovo delle assonanze straordinarie.

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Autore

giannimontieri@minimaetmoralia.it

Gianni Montieri, è nato a Giugliano in provincia di Napoli. Scrive per Doppiozero, minima&moralia, Esquire Italia, Huffpost e il manifesto, tra le altre. Prova a incrociare la letteratura con lo sport per L’ultimo uomo, Rivista Undici. I suoi libri di poesia più recenti sono Ampi margini (2022) e Le cose imperfette, editi da Liberaria. Ha pubblicato per 66thand2nd due titoli Il Napoli e la terza stagione e Andrés Iniesta, come una danza. Vive a Venezia. Altre info qui: https://giannimontieri.wordpress.com/biografia/

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