C’erano una volta i contenitori di storie, il Decameron, i Canterbury Tales, Lo cunto de li cunti, le Fiabe dei Grimm, volumi editi che avevano la funzione di veri e propri archivi narrativi, raccoglitori in cui si fissava in forma un po’ più letteraria una serie di storie già circolanti, tramandate oralmente spesso con numerose varianti a seconda della zona o del narratore stesso. Erano racconti condivisi nelle case, nelle osterie, nei momenti di pausa dal lavoro e avevano la funzione di affabulare, educare, intrattenere – in tempi in cui le serie tv non erano ancora state inventate – e magari spaventare un po’.

In questo ambizioso solco prova a inserirsi Danilo Soscia con Mamma mostro, curiosa creatura letteraria pubblicata da Nutrimenti. Pur trattandosi di racconti originali dell’autore, li presenta come se volesse creare un falso corpus folklorico, come se stesse anche lui archiviando storie preesistenti inserendole all’interno di una cornice narrativa. Eppure basta leggere le prime pagine per accorgerci che non si tratta delle solite novelle, non vi troviamo la consueta atmosfera popolare o quella delle fiabe tradizionali, ma una sua controparte dark, oscura, altra.

Se in Boccaccio e Chaucer ci sono umani che raccontano storie di umani, in Mamma Mostro c’è una creatura non (o non del tutto?) umana che racconta storie di fantasmi, un Terrore che racconta terrori. Quello che leggiamo ha dunque l’aria dell’immaginario compendio di un’ipotetica tradizione narrativa dei demoni, degli spettri. Come se anche loro, nelle pause, si riunissero per raccontarsi delle storie che poi Mamma Mostro ha deciso, per qualche suo oscuro motivo, di tramandare anche a noi.

Lo stesso nome “Mamma Mostro” basta a creare una cornice narrativa per quello che l’autore stesso definisce un Tetramerone: non serve inventarsi un gruppo di ragazzi e ragazze che s’intrattengono durante un lockdown d’altri tempi, ma evocare una creatura narrante chiamata così è sufficiente per unificare e allo stesso tempo definire le quaranta storie del libro. “Mamma Mostro” infatti contiene maschile e femminile, accoglienza e paura, rassicurazione e perturbante, ci invita a unirsi a lei/lui ma anche se accettiamo di farci tenere in braccio sappiamo già che non potremo mai fidarci del tutto.

La stessa narrazione è in qualche modo inumana, segue schemi diversi dal racconto popolare, in cui la struttura è sempre molto chiara, le conclusioni nette, il linguaggio semplice. I racconti di Mamma Mostro sono sussurrati da una voce sinistra, come se le parole non vedessero l’ora di divorare, di consumare, di infestare qualcosa (sé stesse? Il lettore?), come se quelle storie fossero concesse ai vivi ma non destinate a loro. In questo andamento fantasmatico è raro trovare una compiutezza, un terreno stabile, un finale chiuso, e per quanto sia abbastanza semplice capire cosa succede, resta la sensazione che qualcosa ci stia sfuggendo. Anche quando l’autore si diverte a richiamare personaggi dalle sue opere di riferimento o dall’immaginario fiabesco più pop – pensiamo alla boccaccesca Lisabetta da Messina che diventa Lisabetta da Amsterdam, a Griselda riportata ai giorni nostri, a Barbablù, alla Bella e la Bestia – questi ci vengono mostrati applicando un filtro spettrale, come se li vedessimo, per dirla alla Lewis Carroll, attraverso uno specchio, un riflesso che quasi non ce li fa riconoscere, perché trasporta noi e loro in una dimensione che non afferriamo del tutto, e in cui dunque non ci sentiamo al sicuro.

Poco importa che Soscia ambienti dichiaratamente i suoi racconti in diverse parti del mondo dei vivi, anche se siamo in Bangladesh, in Germania o in Islanda non ci ritroviamo mai immersi in quella cultura, in quei linguaggi o in quei paesaggi. I più disparati luoghi geografici sono visti come dall’alto – o meglio dall’Altro – al punto che diventano quasi interscambiabili, indifferenti, come se ai demoni narranti non interessasse davvero dove ci troviamo, le loro modalità infestanti restano le stesse. Legare il racconto a uno specifico luogo non è dunque una ciambella di salvataggio gettata dall’autore ma l’ennesimo elemento perturbante: regioni, mari, paesi e città sono anch’essi passati attraverso quello specchio che tutto capovolge e tutto sforma.

Il tema del riflesso è ricorrente anche nel contenuto stesso dei racconti, oltre che nella loro composizione. Spesso i protagonisti scoprono che una certa presenza giunta a sconvolgere la loro quotidianità ha in qualche modo il loro stesso aspetto, la loro identità. Il detective che indaga su una morte misteriosa si accorge di essere lui stesso quel cadavere, il tatuatore che non riesce a disegnare sulla schiena di una vecchia ed enigmatica cliente ha successo solo quando riproduce sé stesso da bambino. L’identificazione tra protagonista straniato e presenza straniante è insomma una soluzione narrativa utilizzata più volte, quasi a rivelare una malcelata ossessione dell’autore per il riflesso, per il riconoscimento, per il coincidere con i propri demoni.

Ecco allora in parte svelato il fascino di un’opera come Mamma Mostro: se a raccontare storie non è più un accogliente Mamma Oca o un simpatico Papà Castoro, se quello che leggiamo ci sfugge ma allo stesso tempo contiene qualcosa in cui ci riconosciamo, allora ogni singolo racconto diventa un dialogo tra il nostro lato visibile e quello più oscuro. È proprio qui che il libro dispiega pienamente il proprio potenziale: ci entriamo davvero dentro solo quando riusciamo a capire e soprattutto – parte più difficile – ad accettare, che non siamo solo lettori ma anche narratori, che grazie alle nostre angosce più inconfessabili siamo parte integrante di quel racconto. Che Mamma Mostro non è una creatura sola, ma un agglomerato di spettri, una non-anima collettiva di cui anche noi facciamo parte.

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Autore

a.vertorano@tin.it

Armando Vertorano, classe 1980, è autore televisivo, scrittore e sceneggiatore. Quando non scrive quiz e domande per il piccolo schermo, collabora con riviste culturali online come minima&moralia, Snaporaz e Limina. Ha pubblicato due raccolte: una di racconti (Dindalé) e una di testi teatrali (Materiali di scena), e ha all'attivo due podcast, Cover the top e Se telefonando.

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