di Mario De Santis (fotografie di Masiar Pasquali)
Il processo ha sempre mantenuto un suo intimo collegamento con il teatro: da quello fatto a Oreste nella trilogia di Eschilo che porta il suo nome, passando per innumerevoli paralleli fino a quelli di oggi, televisivi, la gran parte di morbosa spettacolarizzazione (il caso Garlasco l’ultimo di una lunga serie) tra catarsi collettiva e capro espiatorio di angosce. Alcuni però sono stati passaggi importanti, storici, di coscienza pubblica: quelli ai nazisti nel dopoguerra, o ad esempio per l’Italia il film-documentario trasmesso in Tv “Processo per stupro”.
Forse il “Il processo Pelicot” , progetto teatrale del Wiener Festwochen che dal 2025 Milo Rau e Servane Dècle stanno portando in tour europeo – e da poco approdato al Festival Presente Indicativo del Piccolo Teatro di Milano (che ne produce l’allestimento italiano) – è più simile a quell’esperienza italiana del 1979, per il tema e per l’enormità della rivelazione.
Lo spettacolo (ma il termine non è appropriato) è dedicato al caso di cui ha parlato tutto il mondo e che ha portato lo scorso anno alla condanna di Dominque Pelicot, che per dieci anni (tra il 2011 e il 2020) aveva drogato sistematicamente con farmaci la moglie Gisèle, rendendola del tutto incosciente, per violentarla da solo o per “offrirla”, nella loro casa di Mazan, allo stupro di decine di altri uomini (50 dei quali condannati a vario titolo) contattati su siti di incontri. Un dibattimento pubblico che ha sconvolto la Francia e il resto del mondo, un processo storico, perché, come scrive Rau, rappresenta “l’onnipresenza del patriarcato e della cultura dello stupro, che continuano a infiltrarsi nelle nostre vite”.
Rau e Dècle hanno cucito una quarantina di frammenti tratti dalla gran massa di interrogatori, testimonianze e arringhe nonché commenti di esperti intorno al caso e ai suoi temi (sessualità, maschilismo, desiderio, pornografia). La scelta del regista svizzero e della drammaturga che da anni collabora con lui, è stata quella di rimanere ancorati al documento verbale per ridurre al massimo la teatralità.

Si svolge in un teatro, è vero, con un biglietto, ma il ricavato di ogni data va a un’associazione locale (in Italia la Casa delle Donne di Milano). La scena all Sala Melato è quasi azzerata: due file di sedie, un microfono al centro, davanti il pubblico. Esplicito omaggio alla decisione di Gièle Pelicot di mantenere il dibattimento a porte aperte. “Il processo Pelicot” è dunque più simile a un oratorio civile. Chiamati a leggere questo copione-verbale sono 29 persone, quasi tutti attori e attrici di esperienza, a parte un’avvocata, un’antropologa e una giornalista (qui la locandina con tutti i nomi) e alcuni allievi delle scuole di recitazione. È stato chiesto a tutti di recitare il meno possibile (con risultati non sempre equilibrati, a dire il vero) per dare risalto – ed è questo il grande merito dell’operazione – alla materia dei fatti e delle argomentazioni espresse al processo. Stavolta Rau ha rinunciato anche allo strumento che lo ha contraddistinto in molti lavori, l’uso ambivalente delle telecamere in scena: c’è una solo telecamera, fissa, che serve solo a mettere in primo piano i lettori di ogni frammento.
A fronte di questo “raffreddamento” assume significato il fatto che le quattro ore e mezza di lettura siano state aperte e chiuse dall’esecuzione live della celebre “The Cold Song” dal “King Arthur “ di Henry Purcell, in cui il Genio del Freddo svegliato da Cupido per dimostrare la potenza dell’amore chiede drammaticamente di essere lasciato morire nel congelamento.
Diversamente dal celebre e storico spettacolo “L’istruttoria” di Peter Weiss, in cui molti dei canti erano dedicati ad esprimere la sofferenza delle vittime dei lager, qui ad aver voce sono soprattutto gli imputati. È dalle loro parole – e dalla contestualizzazione che in altri frammenti ne fanno le parole di avvocati, psicologi chiamati a stilarne una diagnosi, sociologi, filosofi – emerge il senso dell’operazione e lo sgomento di entrare in un mondo che non è fatto di eccezioni.
Si aggiunge anche la parte forse più dura, impressionante ma necessaria: le trascrizioni descrittive degli atti di abuso sul corpo di Gisèle, nel dettaglio, grazie alla visione anche in aula dai video registrati dallo stesso Dominque. Le parole lette sono però il contrario dell’esposizione pornografica, servono a far compiere in chi ascolta la rivoluzione copernicana necessaria che Gisèle Pelicot ha riassunto così: “Bisogna spostare il campo della vergogna: dalla vittima deve passare ai colpevoli della violenza”. L’altro elemento impressionante è quello che lo stesso avvocato di Gisèle ha richiamato nell’arringa: “la banalità del male”, formula che Hannah Arendt coniò ascoltando il gerarca nazista Adolf Eichmann a processo. Come i nazisti nei lager, anche Dominique Pelicot ha catalogato in modo orrendo e burocratico gli oltre 22.000 file, tra video e foto. Con titoli da porno di bassa lega (“bella sfondata”) e tutti dentro una cartella chiamata “Abusi”, quasi un’autocertificazione, rivendicata come desiderio, del crimine che si compiva (ammissione di colpa poi confermata a processo).
Anche nelle testimonianze di molti imputati emergono dissociazioni, uomini qualunque, variegati per età, status economico, cultura, spesso con moglie e figli, raccontano le loro abitudini sessuali, il rapporto con la pornografia e con i siti di incontri. In molti si descrivono spesso come solo voyeur. Eppure, contattati da Dominique Pelicot, non hanno minimamente esitato ad accettare di violentare un corpo inerte, di una donna trovata già incosciente nel letto, che non aveva espresso il consenso: “Funziona così sui siti di scambismo – si sono giustificati in più d’uno – è sempre l’uomo che garantisce per la donna”. Il patriarcato domina sia la normalità che, diciamo la presunta trasgressione. La crudezza dei video assieme alle giustificazioni di molti rasentano l’assurdo: “Riconosco gli atti ma non l’intenzione” o “Ero lì con il corpo ma non con la mente”. Quasi a rivendicare loro una “assenza di coscienza” non la vittima.
Rau e Dècle hanno optato per un ascolto meditato e privo distrazioni. Se ad Avignone iniziò il Rinascimento, con l’ascesa al monte Ventoso di Petrarca (citato all’inizio) noi, 690 anni dopo, compiamo invece una discesa nell’inferno gelido di una violenza, difficile da spiegare anche con la necessità di capire dove ci sia un “ciclo del trauma” (Dominque e altri 12 imputati raccontarono di essere stati violentati da bambini), la degradazione della donna come valore, la povertà cognitiva. Diversi sono i pareri di sociologhi, filosofi e psicologi, anche sul ruolo del digitale (e della pornografia online) nel deformare fin da adolescenti il desiderio e il rapporto con l’altro, distanziato e oggettificato in token digitali. Una filosofa ha ricordato che la battaglia contro la violenza delle donne non è necessariamente sposare il “punizionismo”, perché la sola repressione è proprio nella logica del patriarcato. Tuttavia, la sensazione che è che si rialsci come un sospiro, fopo oltre 4 ore, durante il lungo elenco salmodiato dei nomi degli imputati con accanto la loro condanna, da 3 ai 20 anni.
La cosa notevole è l’affresco generale e grazie al grande lavoro di drammaturgia di Rau e Dècle nel sintetizzare un’enorme mole di materiale, per farci entrare in quello che è il “contesto”, come recita il titolo del romanzo di Sciascia – e come si è visto nel film “La zona di interesse” di Jonathan Glazer sul direttore di Auschwitz (il gerarca nazista Rudolf Höss) – entrando dentro il labirinto psicologico degli stupratori ma in un certo senso del mascolino in generale. Non c’è determinismo, ma resta una “zona grigia”, è l’opaco orrorifico del deinòs dell’uomo, come ha scritto Sofocle, parola in questo caso va tradotto però con “tremendo” più che “meraviglia”. Un precipizio in quel meccanismo di relazione maschile con l’idea di donna, di sessualità, che è ancora oggi evoluzione al tempo del disancoramento psichico digitale, ma che resta ancorato all’ arcaismo di antica idea di dominio dei corpi, che si esprime in molte forme e non solo nello stupro.
Non sono crimini sessuali, ha detto Giséle Pelicot ed è vero, ma certo la sessualità è proprio il terreno più intimo delle persone e perciò il più delicato, e qui cui si incarna l’affermazione di un’identità maschile, costruita e trasmessa nei millenni, come affermativa, di conquista, dominatrice, tutto coerente con molti valori della “normalità” patriarcale. Che non appartiene geneticamente ai maschi, ma – come emerso da alcune testimonianze di mogli di imputati – è un lascito culturale che sopravvive anche in parte delle donne.
Partecipare – e da maschi soprattutto -– a questo evento significa un necessario fare i conti con quel “conoscere sé stessi” che però anche chi ha strumenti ha solo esaltato filosoficamente, ma mai praticato nella vera empatia, con noi stessi e di conseguenza con l’altro – e non è un caso che la parola “autocoscienza” sia diventata politica e privata con il femminismo del 900. Gisèle auspica un cambio di paradigma, basato su un rispetto nuovo tra uomini e donne. Il processo, le sue parole riprese da Rau e Dècle, sono parte dell’inizio di una risalita futura di tutti e di noi maschi in particolare sul “Ventoso” del futuro. Ma la strada è ancora lunga.
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