Nel giugno del 1876, 150 anni fa, George Sand passava ai più. Nell’anno in cui la Francia la celebra e ne discute l’ingresso al Panthéon, minima&moralia pubblica una traduzione originale e inedita di una sua novella giovanile, La fille d’Albano, “La fanciulla di Albano”.

Il racconto risale al 1831. La scrittrice si chiama ancora Aurore Dupin, ha ventisette anni e vive a Parigi con il giovane amante Jules Sandeau. I due scrivono a quattro mani racconti per giornali e riviste, frequentano teatri e circoli letterari. La fille d’Albano esce sulla rivista “La Mode” a firma J.S., le iniziali di Sandeau. L’hanno scritta insieme? L’ha abbozzata uno dei due e l’altro l’ha sviluppata? Non lo sapremo mai. Di certo, nel giro di un anno e firmandosi per la prima volta George Sand, Aurore scriverà da sola Indiana, che susciterà scandalo e otterrà grande successo. Sandeau non arriverà mai a eguagliare la sua fama.

La protagonista del racconto è una giovane in procinto di sposare un abbiente magistrato. Ha un passato fra gli artisti, ha posato come modella, ha dipinto. Il giorno del matrimonio arriva inatteso il fratello maggiore, pittore, e le offre di scappare con lui, nel nome della libertà dalla prigione che la tranquillità borghese rappresenta. Sand, reduce da un matrimonio fallito e da poco approdata alla vita parigina bohémien, parlava in qualche modo anche di sé. Il titolo allude al dipinto “Vittoria d’Albano” di Horace Vernet, esposto a Parigi proprio nel 1831, che ritraeva Vittoria Caldoni, modella ottocentesca originaria di Albano Laziale, nota nei circoli artistici europei del tempo.

A 150 anni dalla sua scomparsa, la figura di Sand, libera, anticonformista, formidabilmente intelligente, è ancora necessaria. Tornare a leggere anche le sue prove più acerbe, nelle quali il programma di una vita era già in controluce, è un modo per rendere giustizia a una figura femminile che in Italia è quasi dimenticata, mentre in Francia è una vera istituzione.

La traduzione è di Rita Charbonnier, autrice del romanzo L’amante di Chopin (Marcos y Marcos, 2023), dedicato a George Sand.

La fanciulla di Albano

di George Sand

Traduzione di Rita Charbonnier

Era una domenica, uno di quei bei giorni di maggio; il suono della campana vibrava nel fondo della valle e in tutto il borgo spirava un’aria di festa. Le ragazze correvano allegre, con le cuffiette candide ben ritte sulle teste; la guardia rurale procedeva solenne, col distintivo lucido sul braccio; alcuni giovani portavano cesti colmi di fiori, altri appendevano al portico gotico della chiesa parrocchiale fresche ghirlande di pervinche e margherite, che si riversavano sulle crepe polverose e sugli arabeschi consunti del frontespizio. Le rondini descrivevano grandi circoli nel cielo azzurro, e nell’aria odorosa di violette si respirava un profumo di felicità!

Nel castello regnava un’atmosfera assai diversa. Era uno di quegli antichi manieri che a poco a poco stanno sparendo dal suolo della Francia e che al viaggiatore piace trovare agghindati, con la loro aria di opulenza signorile, i quadri di famiglia alle pareti e gli ampi cortili aperti a ogni nuovo arrivato: che si tratti della carrozza blasonata del signore vicino come dell’agile landò del ricco industriale, del mendicante col tascapane in spalla come del povero artista che viaggia a piedi, e si riposa là dove il cielo è bello e la campagna ridente.

La signora del luogo, tanto ospitale nella sua dignità di castellana quanto il maniero del quale faceva gli onori, era ancor bella e possedeva quella rotondità che, per la bellezza, è come l’estate di San Martino. I suoi capelli grigi, arricciolati con cura, facevano un bell’effetto sotto la cuffia di pizzo anche se, tra quei riccioli d’argento, si scorgevano alcune rose finte che parevano sfidare il ridicolo. In ogni caso, la derisione si sarebbe spenta sulle labbra di chiunque avesse incrociato lo sguardo benevolo e il sorriso affettuoso di madame de Nancé; e una volta che le si fosse stretta la mano bianca e morbida, era impossibile non lasciarsi conquistare dalla schietta simpatia che le era come circonfusa attorno.

Dotato dei talenti e del carattere forte di uno stimabile magistrato, Aurélien de Nancé possedeva tutta la bellezza che aveva avuto sua madre, e tutta la bontà di carattere che lei ancora aveva. Un’inclinazione marcata, o, per dirla diversamente, una forte passione, l’aveva spinto a voler sposare una giovinetta priva di nome e di fortuna, ma di tal fatta che la ricca e nobile famiglia dei Nancé non avrebbe potuto rifiutarla senza incorrere nel ridicolo e nella più palese ingiustizia.

Lei era lì, senza diamanti né merletti, senz’altri ornamenti che il velo di garza sulla chioma e il bouquet bianco della promessa sposa; bella per grazia, poesia e giovinezza, Laurence non era più una bambina; conosceva già il mondo. Eppure, nel mezzo dell’assemblea solenne degli anziani, lasciava trasparire una goffaggine che rivelava il suo bisogno di libertà e che, in lei, diveniva un fascino in più. Quando pensava di non essere osservata, sembrava trasformarsi: il suo sguardo sognante si faceva intenso, e la dolce serietà del suo volto evocava la quieta certezza di una superiorità naturale.

Era toccante constatare di quanto amore e rispetto madame de Nancé e suo figlio circondassero Laurence; era toccante questa adozione dell’orfanella, cementata dal cuore prima che dalla legge; e questa fiducia da parte della fanciulla che, povera e abbandonata, accettava senza arrossire i doni del suo amante.

Aurélien era il sindaco del comune. Non potendo celebrare le proprie nozze, aveva fatto convocare il suo assistente, un bravo contadino che, sentendosi a disagio nell’abito nuovo e nella società dei suoi padroni, sospirava nell’attesa del momento in cui si sarebbe sbarazzato della cravatta e dell’incarico. Tra il matrimonio civile e la benedizione religiosa non si voleva far passare troppo tempo, ma le angosce del buon uomo si prolungavano, perché il curato non accennava ad arrivare. Era infatti andato a portare gli ultimi soccorsi a un moribondo in un luogo sperduto nelle campagne; così, tutti rimanevano in attesa, in quella sorta di imbarazzo che si impadronisce delle persone riunite per interpretare un ruolo, e sconcertate nel veder stravolgere l’ordine della rappresentazione.

Laurence non riusciva a resistere a questo disagio del quale lei, più di tutti, subiva il supplizio. Salì su una terrazza ornata di fiori che si elevava al centro di un piccolo giardino solitario, e da lì, affacciata al balcone, posò sulla campagna uno sguardo malinconico. Quello era il suo paese, ormai! Quello il recinto in cui i suoi affetti, i suoi sogni e le sue speranze si sarebbero reclusi! Una casa, dei doveri la attendevano! A quell’anima libera e fiera, che per patria aveva il mondo intero e neppure le bastava, sarebbero toccati spazi limitati, sentieri sui quali ogni giorno avrebbe lasciato l’impronta dei suoi passi volti all’orizzonte, ma che poi, inesorabilmente, sarebbero tornati al punto di partenza! Un tetto basso avrebbe riparato ogni sera la sua testa ardente di sogni e di fughe; un clima regolare avrebbe alternato il caldo e il freddo, senza che lei potesse mai cogliere in anticipo un raggio di sole o scansare il soffio del vento del nord.

Nel giro di un’ora, tutto sarebbe finito. Un freddo mortale scese sul suo cuore.

Ma poi, il suo pensiero tornò ad Aurélien… L’amore è come la magia, rende naturale ciò che era parso impossibile. In quel momento l’artista tornò donna e il sogno di una felicità diversa cancellò in lei il futile rimpianto di una felicità perduta. Dove mai si può trovare un’anima sufficientemente forte e cinica da esitare davanti alle promesse dell’amore, da respingere i suoi giuramenti, lusinghieri per l’orecchio quanto dolci per il cuore? Se quest’anima esiste, non è l’anima di una donna.

Così Laurence sognava la felicità e l’amore, quando alcuni passi fecero scricchiolare la ghiaia nei pressi. Si avvicinava un uomo in abiti da viaggio, coperto di polvere. Una capigliatura disordinata gli ricadeva sulla fronte ampia e color zafferano; la sua barba era folta e nera, e i suoi grandi occhi, infossati nelle orbite, guizzavano incendiati da un bagliore fulmineo.

«Oh, Dio! Sei tu» gridò Laurence, gettandosi tra le sue braccia. «Sei tu… Volevi proprio che questo fosse il giorno più bello della mia vita?»

«Sorella, bambina mia» disse il forestiero, carezzandole i capelli neri, «non sono dunque arrivato troppo tardi?»

«No, no, assisterai alle mie nozze, vedrai la chiesa e l’altare… e dipingerai un bellissimo quadro della cerimonia, non è vero? Oh, quanto devi dipingere bene, adesso!»

«E tu, Laurence, e tu? Hai dunque abbandonato la tua arte?»

«Ma no! A lui piace tanto vedermi lavorare…»

«Al borghese, dici?» mormorò lo straniero. «Siamo soli, qui?»

Laurence impallidì e percorse con occhi inquieti i sentieri tortuosi del parco; quindi, dopo un attimo di esitazione, condusse suo fratello nel proprio appartamento e chiuse la porta.

«Spiegatevi» disse lasciandosi cadere su una sedia, con una sorta di terrore.

«Bambina mia…» disse l’artista. «Ho vent’anni più di te, e questo mi dà il diritto di considerarti come una figlia… Bambina mia, hai riflettuto attentamente su ciò che ti accingi a fare?»

«Riflettuto? Ma sì, Carlos: io lo amo!»

«Ah, donna!» esclamò lui, battendo un piede a terra. «Amare un borghese, tu, mia sorella! Un cavillatore della legge, un uomo di mestiere, uno che misura la vita col compasso e manda al patibolo quelli che non rispettano i suoi canoni! Ascoltami: tu sei libera e io ti voglio bene; puoi sposarti, non litigheremo per questo. Ti ripeto ancora una volta quel che ti ho scritto quand’ero a Roma: devi fare ciò che desideri. Sono arrivato un po’ tardi, in effetti, a giudicare dalla corona nuziale che ti cinge il capo, ma voglio ancora sperare di restituirti la libertà; perciò tu mi ascolterai, e solo dopo che l’avrai fatto, potrò approvare il tuo matrimonio. Ne soffrirò, tuttavia, e ti vorrò bene ancora di più, perché ne avrai bisogno, povera bambina!»

Laurence posò la fronte candida sulla mano sottile, velata di vene azzurre, e una lacrima, che aveva cercato invano di trattenere, scivolò sul bouquet di gelsomino e fiori d’arancio.

Carlos, che aveva preso a camminare in silenzio per la stanza, fermò di colpo il passo, osservandola. «Sei bella come la Vergine del Correggio» disse «e hai tanta poesia nello sguardo, tanto fuoco nell’anima, tanto genio nelle mani… Tu, vegetare tra giuristi e contabili, tu, mettere soldi da parte, generare bambini, fare da serva a una famiglia e a un uomo! Oh, sorella mia, mia povera sorella… Senza dubbio, essi sono riusciti a convincerti che una donna non nasce libera, che la gloria disonora l’anima tua; che bisogna soffocare il fuoco sacro con acqua e cenere. Sorella mia, mia figlia, mia allieva, perduta, perduta!»

«No, Carlos. Così come il Cielo mi ha fatta, essi mi hanno accolta e amata; lungi dal pretendere che sacrificassi i miei desideri, le mie idee d’indipendenza e la mia passione per le arti, sono stati loro, lui, sua madre, a sacrificare i loro princìpi per farmi partecipe della loro felicità, senza esiliarmi dalla mia.»

«Dunque, i superbi si degnano di perdonarti il tuo genio. Dimmi: tuo marito ti perdona anche di essere bella, di quella bellezza che avrebbe dipinto Van Dyck? Non ti ha forse ordinato di lisciare i tuoi riccioli ribelli ricorrendo alla mano dell’acconciatrice, di costringere il tuo busto andaluso in una gabbia di stecche dure come acciaio, di tener basso il tuo sguardo di fuoco, di fare uso dei cosmetici per sbiancare il tuo colorito orientale? Oh cara, puoi star tranquilla, tuo marito è affascinante, tua suocera è perfetta… Loro si rassegnano a te, ti accettano senza rimproverarti. Ma sai davvero quali doveri la tua condizione ti impone? Sai cosa sia la schiavitù? Hai mai trascorso un’ora in prigione, e sai quanto lunga è la vita? Guarda quei fossati inariditi, quei bastioni in rovina, quella grata arrugginita che nessuno cala più: un tempo era così che si custodivano le donne, mentre gli uomini, ben oltre le mura di cinta, ingaggiavano battaglie, affrontavano assassini e rapitori, rischiavano la morte o il disonore. Non era poi così grave, in verità, che il proprio marito fosse nella lontana Terrasanta, se nel castello c’era un bel paggio… Ebbene, oggi per la donna ci sono catene più forti del ferro delle lance e della pietra delle fortificazioni: il pregiudizio, il costume. Ecco i vostri lacci, e guai a colei che li spezza! Le altre donne la disprezzeranno e gli uomini la ameranno, ma di un amore oltraggioso, privo di stima. Addio, dunque, alla libertà! Andrà a male il raccolto, oppure verrà meno il favore del ministro; tua suocera avrà la gotta e bisognerà curare l’eredità di uno zio ricco e malandato; e quando sarai sul punto di dare un figlio al tuo fortunato sposo, per il timore di veder svanire una speranza tanto preziosa (poiché una donna come te non potrà affrontare la maternità con la naturalezza delle donne del popolo), una prudenza esagerata ti imporrà le noie logoranti di una reclusione di sei mesi, sacrificando senza pietà i giorni più belli della tua giovinezza all’incerta speranza di un rampollo illustre, già visconte nel tuo grembo… Addio al tuo avvenire, addio agli allori, addio all’Italia!»

«Aurélien desidera l’Italia quanto me. Non ti ho forse scritto che saremmo venuti a raggiungerti laggiù?»

«Sì, in diligenza, con una scorta di gendarmi per proteggerti dai brividi dell’Appennino, e una comoda poltrona riservata a teatro, nel palco dell’ambasciatore! Addio alle nostre cene d’artisti, scintillanti di brio e poesia, quando, nel calore febbrile dell’ispirazione, il pittore abbozzava con audacia i tratti della danzatrice: ora eterea e flessuosa, che si piegava al languore dell’oboe, ora impetuosa e guizzante come una baccante rapita dai canti dell’ebbrezza. L’ebbrezza dell’artista! L’esaltazione impetuosa di un delirio sublime, il bruciante piacere dell’intelletto! La dissolutezza del genio, l’irruzione del fuoco celeste! Quell’ebbrezza furiosa che pareva strappare l’anima e imprimerla sulla tavolozza di Salvator Rosa e tra le note di Tartini. Vai, dunque! Nel mondo che ti attende, l’entusiasmo è cagione di scandalo e ti toccherà, fredda e disillusa, rinunciare a ogni gioia del pensiero, a quelle corse notturne che facevamo attorno ai monumenti antichi, a quelle estasi silenziose che ci tenevano avvinti sotto gli archi gotici dei templi medievali. La pietà è un dovere per una madre di famiglia: andrai in chiesa a pregare… Eppure, quali slanci ti ho visto provare quando eri solo una povera ragazza che viveva di pittura, nutrendosi di colori e ispirazione! Ricorda il nostro soggiorno a Parigi, la nostra casa sul Lungosenna deserto, l’antica città, la città della Storia; ricorda quelle due torri, sorelle rivali, che si levavano nel cielo luminoso, mentre la luna, languida e svagata, ritagliava in festoni d’argento le eleganti logge e le fasce di colonnine… E invece tu vivrai alla Chaussée-d’Antin, tra strade costruite solo ieri, allineate l’una all’altra come versi scolastici, bianche come le mani dell’ozio; del resto, dove mai potresti andare? Tu, sultana smarritasi in mezzo ai profani che fuggirebbero alla scia del tuo profumo d’ambra, e in mezzo ai baccellieri d’oltre Senna che troverebbero modo di celebrare la tua bellezza a voce alta, nonostante il pugnale scintillante alla cintura del tuo giannizzero.»

«Taci, Carlos! Questi ricordi mi lacerano l’anima» disse Laurence, il cuore colmo di un palpito furioso. «Per pietà, non costringermi a volgere il pensiero a un passato irrimediabilmente perduto, bello come la giovinezza, e come essa, inafferrabile.»

«Tu credi…» disse l’artista, afferrando il braccio della sorella, e i suoi occhi brillavano di un fuoco improvviso, «tu credi che non potremmo più essere felici! Chi ha infranto la nostra felicità, e ne ha nascosto anche i frammenti? Quali vincoli gravano su di te? Eccoli, sono questi!»

E afferrò bruscamente il bouquet di fiori d’arancio, per poi stritolarlo fra le mani.

«Carlos, io ho pronunciato un giuramento!»

«L’uomo non ha il diritto di giurare, poiché non ha i mezzi per mantenere la parola data. Stolto è colui che si lega al domani. Tanto varrebbe giurare sulla propria testa che per un’intera giornata il cielo sarà sereno.»

«Sono una donna, fratello mio, e ho bisogno d’affetto. Ero sola, e ho trovato una famiglia; avevo sognato l’amore, e l’ho ispirato.»

«Il genio non ha sesso. La donna nata per perpetuare la specie e l’artista, che porta in sé la vita di un intero mondo, sono cose assai distinte. L’artista non appartiene a se stesso; le piccolezze della vita ordinaria gli vanno strette. Il disgusto e la noia, la noia pungente, il tormento, la fine atroce di un’anima operosa giungeranno presto ad appannare quel falso splendore di felicità che la piatta quotidianità promette invano. Ah, quante volte avevi giurato di non essere mai altro che un’artista! Eri così fiera della tua libertà, dei tuoi costumi puri come la buona fede, sereni come la salda coscienza! È stato dunque vano rifiutare il povero Henriquez, che ti avrebbe donato fino all’ultimo dei suoi pennelli, che ti raffigurava in tutte le creazioni del suo giovane talento… Tu lo sacrificasti alla sua gloria e anche alla tua; spezzasti il suo e il tuo cuore… E ora che ha conquistato il successo sotto il cielo della sua patria, egli ti benedice: ti sogna ancora giovane e bella presso le mura dell’Alhambra, ti piange, e al contempo ti ringrazia di averlo salvato. Ricordi il giorno in cui vedesti il suo volto impallidire al tuo rifiuto, e subito dopo accendersi d’entusiasmo dinanzi al futuro di pittore e d’indipendenza che gli dischiudevi con tanto ardore? “Laurence ha ragione” egli esclamò, voltandosi verso i suoi compagni. “Alvarès, Gaetano, Bragos: in Ispagna!”. Loro con trasporto ripetevano: “In Ispagna! in Ispagna!”. Altri gridavano: “A Roma!” e una povera statua di gesso dell’Amore, armata di faretra e con la benda sugli occhi alla maniera antica, fu ridotta in cocci come un sacrificio offerto alla libertà. Ah, come ti amavano tutti, quei miei valorosi allievi! Che rispetto sacro nutrivano per la candida innocenza! Al solo rumore dei tuoi passi, le statue si velavano, i cavalletti si rovesciavano. Quando andavi a sederti su un antico blocco di marmo, con i capelli neri sciolti sulla mantiglia e le ginocchia giunte sotto il mandolino, che sembrava fremere all’avvicinarsi delle tue dita, in un attimo eri ritratta su venti tele, come se l’atelier avesse avuto venti specchi che riflettevano la tua immagine. Ah, quanti cuori facevi palpitare, quante fantasie accendevi! Quanta anima davi ai pennelli, quanta vita infondevi sulla tela! E quell’amore che seminavi attorno a te, com’era puro e casto in quelle giovani menti, innamorate della mia Laurence come d’un sogno profumato, come d’una melodia celeste, di un’apparizione fantastica uscita dai quadri dei grandi maestri! Adesso sarai amata di un amore coniugale, un amore spento e tranquillo, senza gelosia e senza venerazione, senza trasporto e senza la vera passione. “Era celebre” diranno, “e ha scelto l’oscurità. Aveva un grande destino, e l’ha soffocato nel suo salotto. Ha rinunciato alla gloria per la rispettabilità… Oh, miseria! In realtà, lei ci sovrastava, e noi le abbiamo gridato: In ginocchio! Era una stella nei cieli, e noi ne abbiamo fatto un diamante per ornare il nostro scettro. Il mondo l’attendeva, e noi l’abbiamo rapita al mondo. Che ci benedica, allora, colei che abbiamo privato dell’avvenire e reso mediocre quanto noi!”. E se solo sospetteranno un rimpianto nella tua anima appassita, se solo coglieranno una lacrima nascosta fra le tue ciglia, te ne faranno una colpa, quei barbari! Perché, sorella mia, la tristezza di una donna disonora il suo sposo: per essere virtuosa fino in fondo, è bene che rinunci a piangere.»

Anche Carlos piangeva mentre parlava; la sorella gli si gettò tra le braccia e lo strinse con forza, come se temesse che qualcuno potesse strapparla da lui in quello stesso momento.

«Resta! Resta» ripeté il pittore, stringendola al petto; le sue lacrime le cadevano sul capo. «Bambina, bambina che vuole una famiglia…» aggiunse. «Ma non hai il mondo intero? Tu che avevi adottato il mondo come patria, ora lo trovi troppo vasto? Non trabocca forse la tua anima? Che cos’è, per il bohémien, la terra battuta dai suoi passi vagabondi, che cos’è il cielo sotto il quale il suo spirito libero si abbandona? La terra non gli appartiene, forse? Tutti i luoghi non godono forse della luce del sole? Così l’artista: ha l’universo per famiglia, la sua patria è la terra che lo ispira. E ti lamenti anche di essere sola… ingrata! E Carlos? E tuo fratello?»

«Fratello mio!» gridò la fanciulla, gettandogli le braccia candide al collo. E scoppiò in lacrime.

«Piangi, sì» diceva lui, «piangi! Ti ho vista nascere, ti ho cullata sulle ginocchia, ti ho addormentata col mio canto, e l’hai dimenticato. Hai trascorso l’infanzia vicino a me, l’ho riscaldata con le mie tenerezze, ho allevato il tuo giovane talento, e mi abbandoni. Ti ho plasmata per la libertà, ed eccoti schiava. Appoggiandoci l’uno all’altra, abbiamo sfidato il futuro; ognuno di noi aveva l’anima sempre pronta ad aprirsi all’altro, e adesso ti ritrovi sola!»

Laurence lo stringeva tra le braccia.

«Maledizione!» gridò lui. «Non potevi dirmelo prima? Avrei forgiato la tua anima per questo mondo nel quale desideri vivere: avrei limitato il tuo spirito, ti avrei tenuta a freno, e allora, naturalizzata nella società che tanto ti attrae, non ci saresti arrivata come una straniera, goffa e timida al centro di un circolo in cui non si parla la tua lingua. Ma è tardi, ormai. L’arbusto obbedisce alla mano che lo inclina: l’albero non si piega, si spezza. Vai, dunque, a deperire nella tristezza e nella noia; vai dunque a vegetare su questo suolo ingrato, dove mancherà lo spazio ai tuoi passi, l’aria ai tuoi polmoni, l’indipendenza al tuo portamento. E io, che non avevo che te, sorella mia, trascinerò nel disincanto i miei giorni, lontano da te, che avresti potuto renderli così belli…»

«Oh!» gridò la fanciulla, e d’impeto gettò via il bouquet.

«Guarda quanto terso è il cielo, quanto inebriante è l’aria, quanto vasto è l’orizzonte» esclamò allora Carlos, raggiante di gioia e di speranza. «Vedi quanto è bella la campagna? A noi tutto questo! A noi il mondo.»

Caddero nelle braccia l’uno dell’altra.

«Libera!» disse Carlos con entusiasmo.

«Libera!» ripeté Laurence, con un profondo sospiro.

Scrisse alcune parole su un pezzo di carta, lo unì alla coroncina bianca che si era tolta dal capo, lo poggiò sul tavolo, e, con un ultimo sguardo alla stanza che si accingeva a lasciare per sempre, gridò, afferrando il braccio del fratello: «Vieni!»

Il curato del villaggio era finalmente rientrato. Le candele erano accese, i registri dello stato civile erano stati aperti e il corteo nuziale si accingeva a partire. Aurélien, dopo aver cercato invano la fidanzata nel giardino e nel parco, corse nella sua stanza, sussultò alla vista dei fiori stropicciati sparsi sul pavimento, quindi afferrò con mano tremante il biglietto e la corona.

“Ve la restituisco” aveva scritto lei. “Mai vostra! Mai di un altro!”

«Laurence! Dov’è Laurence?» gridò Aurélien, sconvolto, verso il corteo in attesa sulla terrazza.

«Mia figlia?» esclamò madame de Nancé, sgomenta.

Frattanto, in fondo a una strada bianca e polverosa che attraversava campi e maggesi, una diligenza volava, rapida come il vento, e si udivano lo schiocco della frusta, le grida del postiglione e il rumore sordo delle ruote che lasciavano dietro di sé nuvole di polvere.

Aurélien si ammalò gravemente. Ebbe crisi nervose, una febbre cerebrale, una convalescenza lunga e difficile.

L’anno seguente rientrò in servizio, pronunciando una “mercuriale” molto apprezzata; i suoi amici si sentirono in dovere di lodarlo, con elogi proporzionati all’interesse che la sua sfortuna e il suo talento suscitavano in loro. Fu una prima consolazione, che egli accolse quasi a malincuore e quasi senza accorgersene.

L’anno dopo fu madame de Nancé ad ammalarsi; Aurélien si prese cura di sua madre con dedizione, con ansia. Quando lei tornò alla vita, egli comprese il valore di ciò che gli era rimasto, grazie alle angosce che il timore di perderla aveva risvegliato in lui. La sua capacità di soffrire non si era esaurita con la fuga di Laurence, e neppure quella di amare. Per tutto quell’anno, visse per sua madre.

L’anno ancora successivo sposò una giovane di buona famiglia, che gli portò trentamila lire di rendita, e, a furia di sentir ripetere che la ricchezza porta la felicità, finì per crederci anche lui.

L’anno seguente, divenne padre e si affezionò alla madre di suo figlio.

L’anno seguente, si trasferì con la famiglia a Parigi.

Un giorno volle vedere i nuovi capolavori che Horace Vernet aveva inviato a Parigi. La folla si accalcava nella galleria del Lussemburgo; il ritratto di una fanciulla di Albano attirava tutti gli sguardi. Il suo abito rosa pallido, i merletti di un bianco opaco facevano risaltare in modo nuovo e delicato il tono deciso del suo colorito e le ombre della sua ampia fronte.

«Quanta finezza, in quella carnagione» si diceva. «Che purezza, quelle sopracciglia! E che taglio del volto… Quanti pensieri silenziosi dietro quello sguardo assorto, quante passioni taciute sotto quella quieta meditazione… Nessuna francese avrebbe potuto ispirare una creazione così soave e ardente!»

Aurélien si avvicinò: l’incantevole italiana era il ritratto di Laurence. Nel riconoscerla, perse i sensi.

Aurélien è un uomo meritevole. Diventerà pari di Francia, se mai la carica diverrà elettiva, oppure ministro, se mai il governo comincerà a rappresentare la nazione.

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