Mentre leggevo “Diario della guerra al maiale” di Adolfo Bioy Casares, recentemente tornato in libreria grazie a SUR, nella nuova traduzione di Francesca Lazzarato, ho iniziato a pensare a una parola: impensabile. Capita, a volte, di avere l’impressione che il senso profondo di un’esperienza di lettura possa essere racchiuso in poche lettere. Resta poi da vedere se sia vero e quale sia il suo significato, ammesso che ne abbia uno. Questo è il resoconto di ciò che ho trovato finora.

Parto dalla parola, perché a pensarci bene è parecchio strana. Presa alla lettera, non può essere riferita a niente: infatti o tutto è pensabile, e allora non le resta nulla da indicare, o rimane qualcosa d’impensabile, ma è impossibile dirne alcunché. Presa in senso lato, si rivela utile a descrivere tutto ciò che la società reputa ormai inammissibile, inadeguato, intollerabile, lesivo dei diritti e della dignità umana al punto da volerlo espungere persino dal pensiero.

Anche in questo senso l’impensabile, in assoluto, non indica niente: dalla schiavitù alla tortura, non c’è nefandezza che in qualche epoca, in un determinato luogo, non sia stata ritenuta perfettamente accettabile. L’impensabile allora diventa un concetto etico e politico, sempre situato nel tempo e nello spazio: tanto che l’idea stessa di progresso, sociale e culturale, può essere immaginata come un’operazione di continuo travaso, dal pensabile all’impensabile.

Uno dei dati più preoccupanti dei nostri tempi allora è forse questo: sta accadendo il contrario. Mi sembra un buon modo per interpretare l’attualità dell’offerta culturale e politica di questo paese: si attinge tantissimo all’impensabile, per riportarlo nell’alveo del pensabile. Accade lo stesso nel romanzo di Adolfo Bioy Casares, dove a venire attaccato è uno dei tabù meno violati della storia umana: i giovani improvvisamente iniziano a uccidere i vecchi.

Prima di “Diario della guerra al maiale”, pubblicato per la prima volta nel 1969, aveva tratteggiato uno scenario simile “Le canzoni di Narayama” di Shichirō Fukazawa, romanzo del 1956 portato poi sul grande schermo da Shōhei Imamura con “La ballata di Narayama”, capolavoro premiato con la Palma d’oro al 36º Festival di Cannes. In quel caso era la legge di un villaggio, nel 1860, a stabilire che gli anziani, una volta compiuti i settant’anni, salissero su una montagna a morire di stenti.

Qui, invece, gli avvenimenti si collocano al di fuori di qualsiasi perimetro istituzionale: per una settimana, dal 23 giugno al 1 luglio, le strade di Buenos Aires si trasformano in un territorio di caccia e di guerra, dove dilagano la brutalità e la violenza, e nessuno che abbia compiuto cinquant’anni può sentirsi al sicuro, soprattutto di notte. È l’impensabile: i fatti narrati non avvengono lontano nel tempo, in uno sperduto villaggio giapponese, ma nella capitale argentina.

Mi vengono i brividi a immaginare come verrebbe affrontato un tema simile nei romanzi di oggi. Il modo d’insistere sull’angoscia, sul senso d’ingiustizia; la ferma denuncia; i momenti strazianti; i personaggi di alleggerimento; la venatura horror, meglio se psicologico; le indagini; la metafora del conflitto tra diverse generazioni, ribadita fino allo sfinimento; i dettagli pulp; e poi, inevitabile, la morale. Non c’è bisogno che qualcuno si prenda il disturbo di scriverli per averli bene in mente.

Ecco un altro impensabile: questa storia in un mercato editoriale ossessionato dalle vendite, dominato dai generi. Adolfo Bioy Casares si tiene invece lontano dalla retorica e offre un terzo impensabile nella maniera in cui il protagonista e i suoi amici accolgono la novità. C’è, nel loro contegno, qualcosa del carattere di un popolo, del fatalismo argentino che si trova in film come “Silvia Prieto” di Martín Rejtman o “Un mundo misterioso” di Rodrigo Moreno.

La ragione profonda di questo atteggiamento, però, è che all’autore la guerra del titolo serve solo come contesto: gli interessa parlare di una stagione della vita, più che di una settimana di follia a Buenos Aires. Questi anziani, che tra loro si chiamano ancora ragazzi e corrono ancora dietro alle ragazze, e vengono protetti e nascosti o traditi dai figli, proprio non riescono ad andare di pari passo: gli anni avanzano ugualmente per ciascuno, ma l’invecchiamento è individuale.

Le circostanze in cui si trovano esasperano questo aspetto: c’è chi si tinge i capelli per apparire meno vecchio e togliersi il bersaglio di dosso, e chi si sente ancora giovane nella testa ma non può evitare che il corpo inizi a dare segni di debolezza. C’è chi ha il fisico e i sensi in decadimento e chi, trovandosi invece in sofferenza mentale, si fa invadere dallo spavento. Per tutti vale l’idea di abitare in un mondo che, col tempo, è diventato esclusivamente il proprio.

«Gli sembrò di capire per la prima volta perché si dice che la vita è sogno: se si vive abbastanza, i fatti dell’esistenza, come quelli di un sogno, diventano incomunicabili perché non interessano a nessuno. Per coloro che sopravvivono, le persone una volta morte si trasformano in personaggi di un sogno; si spengono in loro, vengono dimenticate, come sogni che sono stati convincenti, ma che nessuno vuole ascoltare.»

Alla fine la guerra finirà esattamente com’era iniziata, vale a dire senza alcuna ragione particolare. Non prima però d’aver trovato traccia di un ultimo impensabile, il più importante del romanzo: la vecchiaia agli occhi di un giovane. «Attraverso questa guerra capiscono in modo intimo, doloroso, che ogni vecchio è il futuro di un giovane. Di loro stessi, forse! Un altro fatto curioso: il giovane elabora invariabilmente questa fantasia: uccidere un vecchio equivale a suicidarsi.»

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Autore

g.nicoli@minima.it

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

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