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A vent’anni dal G8, questa sera alle ore 18, a Casetta Rossa di Garbatella, si racconta Genova attraverso le pagine della nuova edizione di Happy Diaz. Insieme all’autore Massimo Palma, intervengono i giornalisti Shendi Veli e Giovanni Acquarulo. L’illustrazione, un ritratto di Ian Curtis, è di Tuono Pettinato, che ricorderemo con affetto e riconoscenza eterna.

di Massimo Palma

C’è stato un prima di Genova 2001.

Ogni ragazza felice, ogni espressione assonnata, partecipe di quei giorni, ogni sorriso, poi ogni urlo scomposto, ogni silenzio sono il deposito di quel prima. Sono il volto di anni di elaborazione, di lotte, di esperienze e di vita che hanno portato migliaia di ragazzi a Genova.

Ora quel prima è bruciato. Da venti anni è avviluppato nella cenere lieve che si suppone sia dei morti, ma che ai vivi pesa oltremodo. L’esperienza di Genova 2001 aderisce viscosa a questo sapore funebre, a questa pira che una generazione si è accesa forse per dimenticare, forse per ricordare meglio, comunque per definirsi sempre post: dopo Genova.

Per una coincidenza singolare, il “dopo Genova” è un’espressione che
vale in egual modo per due generazioni, non una. C’è infatti una Genova immortalata in una foto celebre, che campeggia nella copertina del secondo album dei Joy Division: un particolare di una tomba a Staglieno, il cimitero genovese dov’è stato sepolto Carlo Giuliani. Dov’è il suo più caro amico, Edoardo Parodi. Una foto che ha una storia lunga, simbolica. L’ha raccontata Peter Hook, il bassista di quel gruppo di Manchester.

Per la copertina di Closer e anche per il 12’’ di Love Will Tear Us Apart, Peter Saville aveva mostrato alla band una serie di fotografie di cripte scattate da Bernard Pierre Wolff presso il cimitero di Staglieno, a Genova […], dove venivano seppelliti i ricchi mercanti italiani. Quelle famiglie agiate si erano lanciate in una macabra competizione usando le proprie tombe, e ognuna faceva costruire dei monumenti sempre più elaborati. […] È una copertina bellissima. Tutti noi adoravamo le foto, soprattutto Ian. Mi chiedo: quando le ha scelte, si è reso conto di quanto sarebbero state simboliche? Non lo so; suppongo non lo sappia nessuno. Dentro di me penso di no, ma credo che le abbia viste e le abbia ritenute adatte alla musica contenuta nell’album – che di per sé era una specie di colonna sonora della sua sofferenza.

Closer uscì postumo il 18 luglio 1980. I Joy Division non esistevano più. Ian Curtis, il cantante epilettico, il paroliere dagli occhi azzurri, era morto suicida due mesi prima. Prima di quel simbolo funebre, quindi, prima di quella foto di una cripta di Genova-Staglieno, prima dell’icona dove due generazioni collassano, la vita di Curtis era straripata, le sue parole gravi si erano posate su una musica mai sentita prima, la sua sofferenza era sfociata in ritmo.

Lui che fuse il punk con la letteratura, i Sex Pistols con Dostoevskij, lui rivisse sul palco il sacro morbo del principe Myškin dell’Idiota per poi morire ascoltando The Idiot di Iggy Pop.

Genova 2001, la Genova-metonimia di una generazione dopo, per molti è cominciata il 15 luglio, quando in migliaia, da tutta Europa, fecero i bagagli, pronti a partire. Il lunedì sarebbero cominciate assemblee, seminari, la vita politica, pastosa e confusa della settimana genovese, prima delle grandi manifestazioni previste per il 19, il 20, il 21 e della chiusura il 22.

Quindi domenica 15 si fecero i bagagli. Che poi quel giorno è il compleanno di Ian Curtis. Che era nato di domenica, il 15 luglio del 1956.

Ma adesso era il 2001. La vita, la politica, Genova era alle porte. Poi sì, è vero, venti anni prima, prima di Genova, c’era stata la domenica della vita, quando Ian visse e cantò, un derviscio agitato sul palco, il baritono infilato nei nervi dei brani, a cantare se stesso, rappresentando milioni. Era la domenica della vita, vissuta prima di vedersi in un cimitero di Genova. Era la domenica della vita – appena prima del lunedì.

 

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