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Cronache Ribelli, il collettivo che attraverso le piattaforme social in questi anni ha creato uno spazio di racconto storico alternativo, mettendo al centro della narrazione le vicende delle classi popolari, delle minoranze e delle soggettività oppresse, torna in libreria il prossimo 3 ottobre con la raccolta di racconti Una storia di vendette.
Un volume che, attraverso quindici storie – ambientate in contesti del passato dove diseguaglianze e ingiustizie forse appaiono più evidenti che nel presente – narrano vicende che tracciano il cammino della vendetta bramata da chi abita il fondo della società contro la sua testa. Dalle trincee della Prima Guerra Mondiale al New England del XVIII secolo, dalla caduta del muro di Berlino alla  rivolta di Los Angeles al Cooper Do-Nuts e il grande sciopero di Seattle, Cronache Ribelli ci racconta un sentimento di rancore profondo che molto spesso sfocia nella vendetta come atto di riscatto.

Estratto dal racconto Il piccolo Lenin

Luigi aveva studiato quelle lacerazioni in seno alla Resistenza nel dopoguerra, ma sentirle raccontare così era diverso.

– Io decisi comunque di farla pagare a Serpieri. – Inserì il pugno sinistro nel palmo della mano destra. – Ma mi fermarono prima.

– Chi?

– Non lo so. Qualcuno fece il mio nome alla polizia e mi invischiarono in una serie di arresti a danni di alcuni partigiani che, secondo un vecchio giudice fascista, praticavano vendette personali.

– Ah, le famigerate vendette partigiane? – Luigi si chiedeva ancora per quanto avrebbe dovuto sentire certi politicanti usare singoli episodi o inventare storie di sana pianta per delegittimare l’intera Resistenza.

– E io nemmeno mi ero vendicato ancora… – bestemmiò e poi riprese a raccontare. – Il Partito mi consigliò di fingermi matto per evitare il carcere e io lo feci – scosse nuovamente la testa. – Così quando l’amnistia non coprì i malati di mente, rischiai di restarci a vita in manicomio.

– E invece?

– E invece a un certo punto le accuse caddero e potei tornare libero – si fermò un attimo. – Giusto in tempo per partecipare allo sciopero delle filande.

– E lì ti spararono.

– Ma sparai anch’io.

Luigi ritrasse la testa in segno di sorpresa.

– Mi ero portato una beretta che non avevo mai restituito. L’idea era di usarla per ammazzare Serpieri se si fosse fatto vivo per parlamentare con gli scioperanti. Ormai non mi interessava di essere scoperto e preso, volevo solo fargli saltare la testa.

– E lui invece non si presentò.

– Mandò i carabinieri, che ci presero tutti a fucilate – si carezzò la spalla sinistra con la mano destra come a toccare vecchie cicatrici. – Quando vidi che i nostri cadevano a terra falciati dai proiettili, risposi al fuoco. Allora i militari cercarono di togliermi di mezzo. Venni colpito ma riuscii a fuggire fino a casa di Secondo.

Luigi pensava a tutta quella storia, a come suo nonno avesse mentito fino alla tomba.

– Lui mi ha salvato la pelle e ha gettato i miei vestiti nel lago della filanda, che all’epoca era ben più profondo di oggi – questa volta Zuccarelli sorrise davvero. – Cercammo di mettere in giro la voce che fossi annegato, ma i carabinieri sapevano che non era così. Per questo Secondo, mentre me ne stavo nascosto in montagna come durante la guerra, ha pregato Olao di aiutarmi a espatriare. Ormai per me era l’unica possibilità.

– E in Cecoslovacchia?

– Lì ho visto il bene e il male del – alzò il tono – “socialismo realizzato”. E ho fatto la mia vita, da lavoratore di campagna. Almeno non avevo nessuno da odiare.

– Però niente moglie e niente figli?

– No, in vita mia ho amato solo la Maria. Ma lei, giustamente, andò per la sua strada.

Luigi pensò che anche quella era una storia d’altri tempi. – Ma allora perché sei tornato in Italia nel ‘90?

– Il socialismo era finito e io volevo morire dov’ero nato. Volevo rivedere i vecchi posti e i vecchi amici.

– E invece hai ritrovato Serpieri.

– Ci ho provato a passarci sopra, lo giuro. Eravamo diventati vecchi entrambi. Ma poi una sera l’ho incrociato per strada. Lui era un po’ su di giri a causa del bere e ha iniziato a urlarmi contro che aveva dovuto vendere tutto per causa mia e dei comunisti come me. Non aveva più i soldi di una volta ma conservava lo stesso atteggiamento di disprezzo per i poveracci e l’arroganza di un tempo. – La vena del collo di Zaccarelli iniziò a pulsare. – Ho pensato di ammazzarlo sul posto ma c’era troppa gente e così sul momento ho lasciato perdere.

– Sul momento – disse Luigi senza amarezza.

– Il cuore mi batteva forte e la rabbia mi aveva ripreso tutto. Ma non era come vogliono farti credere oggi, ragazzo, non è tutto brutto e sbagliato quando accade.

Luigi pensò a tutte le volte che lui quelle sensazioni e quei sentimenti li aveva repressi.

– Andai ancora una volta lassù – Zaccarelli col dito indicò in alto – e ritrovai il mio coltello dove l’avevo lasciato quarantacinque anni prima. Poi studiai Serpieri per qualche giorno. La mattina andava sempre a passeggiare sul sentiero lungo il lago. Aspettai all’ingresso del ponticello e alla prima occasione buona…

– Lo ammazzasti.

– Tre coltellate al fianco. Dopo l’ultima non riuscivo ad estrarre il pugnale tanto lo avevo mandato giù. Così, amaramente, dovetti lasciarlo sul corpo di quello stronzo mentre lo buttavo nel lago, dopo avergli legato addosso tre o quattro pietroni per farlo restare sul fondo.

– E poi lo dicesti a qualcuno? – lo incalzò Luigi.

– Nessuno, ma tuo nonno e Olao, appena seppero della scomparsa di Serpieri, vennero da me.

– Avevano capito.

– Certo. Ma a differenza del ‘45 mi appoggiarono. Olao era già malato e volle scrivere quella lettera per te e Lucia. Disse che la nipote avrebbe saldato il suo debito con me se ce ne fosse stato bisogno.

– E in effetti ci aveva visto lungo.

– Tutta colpa del lago.

– E secondo gli esperti verrà peggio – decretò Luigi, che ormai aveva ottenuto buona parte delle informazioni di cui aveva bisogno.

Adesso doveva fare il suo lavoro.

 

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