C’è chi si mette degli occhiali da sole
per avere più carisma e sintomatico mistero
F. Battiato – Bandiera Bianca
Considerazione non richiesta, numero uno.
Scrivo queste righe mentre la temperatura raggiunge i 40° e la tastiera si trasforma in una distesa di colla liquida sulla quale temo, a ogni lettera, che le dita possano restare incollate se non addirittura sprofondare. Se vi dovesse capitare di restare appiccicati è solo colpa del caldo. Ne scrivo anche come promemoria per i giorni in cui verrà il fresco e probabilmente la recensione sarà online: d’estate non si può lavorare, d’estate si può anche morire.
Massimiliano Maggi, da qui in avanti M.M., esordisce con un romanzo intitolato Allegra e che di allegro, nell’accezione più comune del termine, ha davvero ben poco: una ragazzina poco più che diciottenne figlia di una famiglia disfunzionale e ingarbugliata, di una madre i cui fili si sono spezzati da tempo e di un padre alcolizzato, sorella di una sorella malata di lavoro e di un fratello scomparso. Il tutto annacquato nei confini di una Orvieto buia, stanca e lercia, come alle volte appare Bologna sotto i porticati nel pieno della notte, ma senza le sfumature di giallo che inquietano, soltanto ombre, puzza di piscio e alcolismo esuberante. Bastano davvero poche battute per costruire l’universo dentro il quale si muove la storia, in un’ironia quasi rassegnata: la vita è il nostro weekend con il babbo, mentre la morte la passeremo con la mamma o ancora il problema – e la benedizione – della nostra famiglia è che le cose, da noi, non durano. Un manifesto dichiarato.
M.M. ha però messo al mondo Allegra molto prima del suo esordio scrivendo alcuni racconti, pubblicati tra gli altri da Narrandom e La Nuova Verde, con protagonisti e protagoniste più giovani della 18enne Allegra incastrati anche loro in una provincia che ha lo stesso sapore di Orvieto, in famiglie che prendono più di quanto lasciano, ma con l’illusione costante del vissero tutti felici e contenti. Un’illusione che in Allegra è scomparsa. Dove sono finite le speranze e l’innocenza dei protagonisti e delle protagoniste, che fine hanno fatto lo stupore e la serenità di chi nonostante tutto trova qualcosa di buono? In alcuni di questi racconti M.M. era presente come protagonista della storia condividendo con l’Allegra, protagonista del romanzo, alcuni tratti essenziali: insofferente alla sveglia presto, rimasugli di sbronze sui vestiti, Orvieto che è fuori dalla finestra come una bestemmia, le bestemmie, una famiglia nella quale cercare il proprio posto. L’operazione di M. M. appare un processo, ben riuscito, di trasfigurare il proprio vissuto dentro la pelle di un altro. Allegra è la sorella maggiore delle ragazzine e dei ragazzini di quei racconti, ma anche la trasposizione al femminile di M. M. stesso. Più che somigliare al padre, allo zio sconsiderato, al fratello scomparso, M. M. si nasconde nelle gonne corte e nei bicchieri vuoti di Allegra. Scegliere di raccontare dal punto di vista femminile è un’operazione che va sottolineata, quanto meno per il coraggio. Questo è un esordio che non temo a definire onesto, nello sguardo che si posa sul mondo, ma sopratutto nella scrittura che cerca di mantenersi coerente, proporzionata e consapevole che debba esserci un nesso tra forma e contenuto. All’autore si perdonano i momenti in cui la voce della diciottenne appare remixata con un programma di vocal changer fino a somigliare a quella di M. M. o di uno scrittore qualsiasi alle prese con le filosofie della vita. Tutto è fatto di storie, ogni cosa. Senza le nostre storie, noi uomini saremmo uguali alle bestie sono pensieri che cercano di dare profondità a personaggi altrimenti incastrati in caricature oppure Io parlo spesso di sorrisi e risate, forse troppo spesso, devo riconoscerlo sono quasi delle giustificazioni che l’autore concede alla propria stessa scrittura. Passaggi che mi fanno sorridere e che mi ricordano qualcosa che disse G. P. durante una presentazione, qualcosa che somigliava a – cito a memoria: non so mai cosa far fare ai personaggi durante i dialoghi, spesso sorridono, si toccano i capelli, accendono sigarette, insomma cosa facciamo mentre parliamo? M. M. lo si perdona perché sono parentesi brevi, anch’esse poco pretenziose, che somigliano alla scena del famoso accento svedese: Fantozzi, è lei? L’inganno non funziona, è talmente palese da diventare ironico, divagazioni concesse perché mai fuori luogo. Riconoscere l’autore tra le pagine non sempre è un bene, non sempre è un male, ma in questo caso non distoglie da quello che mi è sembrato l’effetto cercato da M. M. Un provinciacentrismo, non soltanto geografico, ma direi anche emotivo. In provincia si è lontani dal mondo che conta davvero, dal flusso della storia, eppure ci si sente più importanti perché tutti ti conoscono e più inutili perché niente di importante si potrà fare.
L’autore si ritrova incastrato in una provincia che somiglia più agli Stati Uniti degli anni ’70 che all’Italia dei secondi 2000, ne ricalca il linguaggio quasi si trattasse di un doppiaggio, con qualche uscita fottutamente disturbante, e sembra diventare vittima della sua stessa narrazione. Gli USA di Bukowski, Fante, Miller, una provincia che è tutto il mondo e nel quale tutto il mondo si esaurisce, con confini ben definiti e poi dimenticati, città delimitate da quel che resta di un progresso fallito, fabbriche abbandonate, ponti disastrati, desolazione di quel che poteva essere e non è stato. Allora la provincia non è soltanto ambientazione, ma si trasforma in protagonista relegando al ruolo di semplici comparse tutti i personaggi che si muovono come spinti da una forza più grande di loro. Perché in certi luoghi le cose funzionano così, le parti sono assegnate d’ufficio ed è quasi impossibile ricominciare: tutti conoscono tutti, i cognomi sono un marchio, il colore della pelle, il conto in banca, la tenuta alcolica sono più che sufficienti per assegnare a ognuno il proprio ruolo in questo spettacolo senza copione. A proposito di copione non mancano le citazioni e i riferimenti a una cultura pop, che è sia letteraria sia cinematografica, che mischia lo splatter gratuito e godereccio di Tarantino e i suoi personaggi minori – l’arrivo miracoloso del barbone ricorda Mr. Wolf, l’uomo che risolve i problemi in Pulp Fiction – con l’ironia di Vonnegut e la sincerità di Bukowski. Una scrittura molto televisiva, fatta di immagini che sono lunghi piani sequenza e dialoghi che sembrano venire fuori da una sceneggiatura, colpi di scena e sospensioni che somigliano ai cliffhanger tipici della serialità. Sempre il barbone, che è un personaggio mutante nella sua funzione e nella sua essenza, costruisce con la protagonista un rapporto che in alcune scene ricorda Léon, in altre poi Il grande Lebowski e sa scatenare nella mente di Allegra, e quindi del lettore, l’impressione che niente sia realmente come sembra. Anche quelli che sembrano personaggi minori, descritti con qualche pennellata precisa, hanno il tempo per svelarsi diversi da ciò che appaiono, rievocando passati imprevedibili e futuri ancora tutti da scrivere. Lo sono la madre, la sorella, il padre, lo zio che addirittura si fa chiamare con un nome non suo, lo saranno gli amici in una storia che pagina dopo pagina scivola in un pozzo profondo e ne beve tutta l’acqua. Per descrivere bene quest’effetto di straniamento chiamo in soccorso proprio Vonnegut e quel che scrisse in Galapagos: l’autore sottolinea quanto la realtà sia facilmente influenzabile e manipolabile grazie all’opinione delle persone, una stessa identica cosa, nel suo testo le isole Galapagos, cambiano perché cambia la percezione che si ha di esse. Così per M. M. Orvieto cambia e Allegra cambia, il padre cambia e la madre cambia, la sorella cambia e lo zio cambia, tutto muta soltanto perché a mutare è l’opinione della protagonista. La realtà, quindi, è qualcosa che a conti fatti non esiste, al più si costruisce, e a farlo sono i grossi cervelli degli esseri umani. Ancora Vonnegut, e sempre in Galapagos, si diverte a sottolineare in alcuni personaggi le estreme e tragiche conseguenze che comporta l’avere dei grossi cervelli, cervelli che l’evoluzione porterà progressivamente a scomparire perché fallibili e generatori costanti di errori e cattive idee. Il cervello di Allegra pare non funzionare alla perfezione, non funziona quello dei genitori, e le idee che spuntano sembrano sempre tutt’altro che ragionevoli. Una certa autodistruzione, pericolosa e senza fine, che spinge i personaggi sull’orlo del burrone, al limitare del punto di non ritorno, che appare naturale, quasi congenita. Perché forse aveva ragione Vonnegut e i grossi cervelli sono soltanto fonte di guai.
Quel che resta è il disgusto per una media borghesia che, ben consapevole dei propri mostri, si ostina ad andare avanti lasciando dietro di sé le rovine, il deserto, la polvere bianca, nasi distrutti per noia o per rabbia, bottiglie svuotate per rabbia o per noia, sesso senza amore e amore senza sesso, famiglie che stanno insieme con la forza dello Spirito Santo e che hanno perso ogni speranza. Eppure. M. M. descrive e scrive un romanzo di formazione capace di illuminare queste zone d’ombra e anche per questo è un libro onesto, diretto, di tondelliana memoria. Senza moralismi e patetismi, per questo ringrazio l’autore. Il patetismo è un’arma che funziona benissimo, ma M. M. ne fa volentieri a meno costruendo una storia che sembra uscita da un giornale di paese, dove chiacchiere, notizie, verità, calunnie si mischiano senza poter essere più distinte. Lo stesso filo che collega tutta la vicenda, e che diventa poi il mezzo grazie al quale Allegra non è più una ragazza ma diventa donna, gioca con un’ambigua bugia che forse il lettore, meno i personaggi, può già avvertire e ciò nonostante continua a sperare che sia invece verità. Un bluff che non accontenta nessuno, né chi si è lasciato ingannare né chi aveva sospettato fin dal principio, e che ricorda l’impasse della scena finale de Le Iene: i protagonisti puntano la pistola l’uno contro l’altro, ma chi è che sta dicendo la verità? E soprattutto, arrivati a questo punto, è così importante? L’inganno è sufficiente purché la situazione si sblocchi. Tutti abbiamo bisogno di qualche certezza con la quale costruire la nostra identità e i personaggi di questa storia non fanno eccezione. Trovano la quadra e il quadro si chiude, proprio come chi ha visto svanire nel nulla una persona cara e si accontenterebbe anche di una prova della morte pur di mettersi l’anima in pace e andare avanti.
Il romanzo di formazione, che Lukàcs e Moretti hanno ben descritto, qui vede ribaltati e scombussolati i cliché: la famiglia non è il porto sicuro nel quale ritornare ma la minaccia costante, l’eredità e il denaro non risolvono il dilemma, la maturità non si raggiunge con un impiego ben retribuito, il viaggio è quasi sempre mentale, i confini del proprio spazio vitale vanno arredatati e immaginati. La Capria scriveva in La neve del Vesuvio che i protagonisti videro con sorpresa la cima del Vesuvio tutta coperta di neve . Il vesuvio non pareva più il Vesuvio con quel cappuccio bianco. Così anche Allegra guarda quel mondo che credeva di conoscere e che improvvisamente non riconosce più, sconvolto da un elemento imprevisto che è il ritorno sulla scena del fratello ricordato, ma mai vissuto, che esisteva nelle fotografie, ma non nella realtà. E quando la storia finisce cessarono di colpo le grida che ogni giorno salivano dal cortile. Finirono le belle giornate che erano durate fin troppo quell’inverno. E la gita sul Vesuvio non si fece più, anche perché la neve intanto era sparita e chissà quando sarebbe riapparsa un’altra volta. Allegra lo sa che in un mondo fatto di amici e cugini, fratelli acquisiti e fratelli di sangue, dove tutti conoscono tutto e tutti conoscono tutti può bastare un segreto per sentirsi finalmente invincibili. Anche se una certa leggerezza non tornerà più e Allegra non sarà più soltanto Allegra, ma la signorina Allegra Manchi. Lascia stare, tanto tra poco saranno tutti morti gli sussurra qualcuno prima di svenire e questa sembra la via di fuga migliore.
Considerazione non richiesta, numero 2.
Da quando qualcuno ha avuto la brillante idea di concedermi questo spazio, non faccio altro che scrivere di esordi. È una coincidenza non voluta. Qualcuno esordisce con racconti, qualcuno dopo anni di racconti affronta finalmente il romanzo, qualcuno dopo anni di romanzi prova con i racconti. Esordire è una cosa bellissima, peccato lo si possa fare solo una volta nella vita e non tutti gli anni come la dichiarazione dei redditi.
Francesco Spiedo (1992) nasce a Napoli, da madre ansiosa e padre operaio, sperimentando fin da subito le conseguenze dell’iperattività. Cresciuto a San Giorgio a Cremano, studia per diventare ingegnere anche se non praticherà mai. Precedentemente animatore, cameriere, concierge, addetto alla sicurezza e ad altre attività non riconosciute dal Ministero del Lavoro, inizia a scrivere su commissione e su riviste, sotto falso nome e come ghostwriter. Stiamo abbastanza bene (Fandango Libri, 2020) è il suo primo romanzo. Crede in Maradona e Woody Allen.
