Nella mappa delle avventure di don Chisciotte a fiutare le scelte, a decidere il percorso è a ogni bivio Ronzinante, il destriero. Durante la lettura e la rilettura del romanzo di Cervantes, questa è sempre stata per me un’opzione narrativa piena di senso, paradigmatica. L’hidalgo che vuole restaurare nel presente l’Età dell’oro, sfidando giganti a forma di mulini a vento, leoni liberati, e mandrie di pecore e montoni come fossero eserciti; il cavaliere che impone la propria illusione alla realtà con eroico sprezzo del ridicolo, quando si tratta di prendere una direzione e imbarcarsi in una nuova avventura, lascia che a decidere sia il suo cavallo: sfida la sorte con il caso. La prima interpretazione che mi è venuta in mente è stata di ammirazione, come se don Chisciotte fosse un condottiero refrattario alla paura, indifferente a qualsivoglia difficoltà che la strada, la vita, la realtà avrebbero potuto scagliargli addosso a seconda del varco selezionato. Indossando un’armatura desueta, rattoppata alla bisogna col cartone, impugnando armi spuntate e cavalcando un ronzino che, pur assurto a Ronzinante, rimane emaciato e privo di prestanza: l’eroe comunque va. L’eroe, ovunque vada, ha una volontà che fa a pezzi il destino.
Con il passare del tempo poi, le mosse del cavallo nella scacchiera dell’esistenza mancega sono a tal punto rimaste latenti nella mia testa da stimolarmi ad approfondire il tema, come se questa scelta di Cervantes non fosse soltanto una scelta narrativa, ma fosse anche una fondamentale predilezione di poetica. Nella propria foresta (altro che bosco!) narrativa, mi sembra, Cervantes decida di non calare una griglia a maglie strette che intrappoli ogni fuga di trame, chiudendo la strada a possibili variazioni feconde (di racconti estranei alla storia centrale, per esempio), riuscendo così a evitare di raccogliere nella rete un malinteso senso di coerenza e una malinconica coesione. Mi pare, quindi, che nel Chisciotte l’eroe fa l’eroe, avanza, procede, s’inoltra, non attende agnizioni, non rinuncia alle ripetizioni chapliniane di chi cade, si alza, ricade, senza per forza apprendere dall’esperienza tramite l’espediente formale della maturazione progressiva. Il cavaliere dai Leoni conquista palmo a palmo la gloria attraverso avventure prive di reti, come ha raccontato lo strepitoso Unamuno: don Chisciotte assedia il presente con la forza della fede, non ci sono prudenze e non esistono calcoli. E mentre il protagonista non teme il futuro e osa temerariamente, le trame, lo seguono al passo, si infilzano l’una con l’altra a schidionata (direbbe Sklovskij) senza nessuna vera cornice che imponga un confine alla creatività sbizzarrita. Allignano inoltre smemoratezze, repentine mutazioni onomastiche, luoghi di cui volutamente non ci si ricorda il nome, spie, a mio avviso, di un’intera costruzione che non s’inchina al modello, ma lievita attraverso scalpitanti scarti e improvvisazioni. Insomma, la fantasia del Chisciotte, che corre libera e onnipotente, è cavalcata sì dal suo protagonista, che è d’altronde ingenioso, ma è anche sguainata dal suo autore. Naufragando tra le pagine ho immaginato la fantasia – questo tipo di fantasia che ama sorprendere e sorprendersi, capace di contaminazioni tra generi – giacere nella progettazione e nella concretizzazione della storia, con il risultato di comporre, consapevole o meno, un’opera mondo, polifonica.
Da un lato quindi l’immaginazione sfrenata senza inibizioni, ma dall’altro però non bisogna cadere nell’ingenuità di pensare a una narrazione anarchica, che proceda alla cieca senza mete precise. Nel senso che il flusso della storia del romanzo scorre esattamente come l’illusione che esalta la mente del suo protagonista, il quale, pur inabissandosi per scelta nel caos delle avventure, ha ben chiaro fin dall’inizio lo scopo della propria missione: raddrizzare i torti, soccorrere i deboli, far rivivere insomma, come detto, l’Età dell’oro. In sostanza, la pazzia del protagonista e dell’autore ha una logica. E se ci si sofferma a riflettere un momento, a proposito di folle logicità, non credo si possa essere in disaccordo con Lionel Trilling quando dice: È stato detto che tutta la filosofia è una nota in calce all’opera di Platone. Può dirsi che tutta la narrativa sia una variazione sul tema del don Chisciotte.
Tutto quanto affermato sopra però riguarda soprattutto la prima parte del capolavoro del Siglo de oro spagnolo. Scritto nel 1605, fu seguito nel 1614 da una sorta di scandalo: Il segundo tomo del ingenioso hidalgo Don Quijote de la Mancha. Fu un testo apocrifo di cui tutt’oggi si ignora la vera identità dell’autore (forse addirittura Lope de Vega!), che fece incazzare il nostro Cervantes. Arrabbiato sì, ma stimolato ad accelerare l’uscita della veridica seconda parte del Chisciotte, che sarà pubblicata nel 1615. Ho citato il volume apocrifo anche per un motivo preciso, perché ho l’impressione, ascoltando altri critici, che Cervantes si sia fatto, con reinterpretazioni geniali, influenzare. Nel libro di Avellaneda, pseudonimo autore della versione usurpatrice, il protagonista si muove in qualche modo sotto controllo, la sua follia, che vira qui banalmente nel grottesco (e forse non a caso) è quasi sempre messa al guinzaglio da nobili cortigiani e lo pseudo don Chisciotte finirà – con lineare conseguenza, perché i nobili, e la società in generale, non si limitano mai a una libertà vigilata senza scadenza – in manicomio. Ora, la versione autentica del Cervantes del 1615, è anch’essa per larga parte ambientata in una corte e il protagonista anch’egli tenuto in gabbia da un duca e una duchessa che diventano i suoi domatori. E io vorrei adesso concentrare la mia analisi proprio qui, su questa violenza circense. Don Chisciotte, fino all’entrata nel palazzo ducale, si era distinto quale eroe selvaggio, aveva dormito all’addiaccio, non aveva avuto bisogno di cibo, attraverso le proprie avventure temerarie aveva mortificato il corpo, ma soprattutto aveva liberato la fantasia creatrice con una tale potenza da modificare impercettibilmente nell’immagine del lettore la realtà circostante. Avevo avuto l’impressione che la letteratura moderna, nella sua culla, avesse trionfato slabbrando gli schemi, istintiva. Invece, allorquando si sono spalancate le porte del palazzo dei duchi, mi è sembrato che io lettore, il protagonista e l’arte di scrivere iniziassimo una vera e propria via crucis. I duchi avevano letto il primo volume del Chisciotte e conoscevano quindi la natura della follia del cavaliere della Mancia. Avendo studiato a menadito il contesto storico al quale don Chisciotte credeva di appartenere, i suoi punti deboli, le velleità del sedicente eroe, si erano sentiti in grado di riprodurre, con mezzi ingenti e numerosi valletti, l’epoca invisibile che fino ad allora aveva galleggiato solo dentro la testa di don Chisciotte. E allora iniziano ad architettare la loro beffa, a riprodurre con la tecnica del mise en abyme le illusioni immacolate (come fossero artisti del Postmoderno). Ecco, anche qui è impossibile per me non affrontare questioni di teoria della letteratura. Il romanzo, in questa seconda parte, è infatti molto più controllato: irreggimentato. Cervantes ammette di avere ricevuto critiche per la mancanza di coesione nella prima parte, ma, da par suo, aggiunge che, in questa seconda parte, avrebbe dovuto essere elogiato più per tutto quello che non aveva potuto scrivere, sacrificandolo sull’altare dell’uniformità, che per ciò che aveva alla fine raccontato. Ma i geni si salvano in qualsiasi situazione. Invece io ho avuto l’impressione che, nella prima e nella seconda parte, vi fossero due concezioni distinte e, forse opposte, di letteratura. Della prima parte ho già detto, della seconda dirò adesso. I duchi che conoscono già la storia dell’ingenioso hidalgo somigliano a coloro che hanno letto tantissimi libri. I duchi credono di potere manipolare la materia rarefatta dei sogni di don Chisciotte attraverso messe in scene di cartapesta. Imbrigliando la fantasia impenetrabile e invincibile dell’eroe, ne costruiscono un modello nel quale ciò che era incanto diventa trucco. L’intero apparato serve magnificamente a far echeggiare una forma persuasiva di affabulazione, rendendo quello che era un discorso spontaneo ispirato, una diabolica tecnica seducente. Non c’è dubbio che i duchi e i sapienti posseggono una buona dose di inventiva, che siano capacissimi di elaborare storie fantastiche e di intrecciarle destando una fascinazione rara. Ma la differenza di fondo sta nel fatto che quella che era nella prima parte una sfida, adesso è diventata puro calcolo: le scorrerie ignare lungo la Mancia, le scommesse alla cieca, l’amore clownesco della Sierra Morena fatto di poesia e capriole, adesso si congelano nella finzione assoluta di dichiarazioni d’amore in rime false e ostentate. Credo insomma che, mentre alla corte dei duchi si sia consumata una versione dell’arte simile a un gioco, dove le regole sono stabilite e a nessuno è dato violarle, così mortificando in ogni senso protagonista e autore, nella prima parte, invece, il cavaliere e il suo creatore non abbiano avuto in senso letterale davvero paura di niente, nella forma e nel contenuto, come raramente accade, si ha chiara la percezione che siano stati sfidati gli dei, armati di ybris.
Alessandro Garigliano è nato nel 1975 a Misterbianco. Collabora con i blog minima&moralia e Nazione Indiana. Il suo primo romanzo, Mia moglie e io (LiberAria edizioni, 2013), è stato segnalato al Premio Calvino; il suo secondo romanzo, Mia figlia, don Chisciotte, è uscito a febbraio 2017 per NN editore.



Interessante riflessione sul Chisciotte. Devo dire che in Spagna (da dove scrivo) viene data, giustamente, importanza a quest’opera, sebbene non sempre si riesca a trasmetterne nella giusta misura la sua grandezza, non so da cosa dipenda, forse dal fatto che ci cresci sapendo già quant’è importante quest’opera, sebbene poi forse non venga approfondito lo studio in modo consono per dimostrarne il vero valore. Immagino che in parte sia dovuto al fatto che vengono forniti tanti dati teorici che devi prnedere per buoni (mi riferisco ad esempio a studi comparativi di letteratura del tempo, congiuntura culturale, ecc). Dipenderà anche dal fatto che viene affrontato il suo studio da troppo giovani, a mio avviso, poiché a scuola si studia ai 14 anni circa (ecco perché dicevo poc’anzi che lo studio viene affrontato in modo prettamente teorico, non vi è stato il tempo di “conoscere”” troppo, e quindi anche l’interesse per l’opera diviene teorico), troppo presto per poter avere un giudizio così lucido e preciso, come quello qui sopra, nonché appassionato.
Fa piacere vedere come un’opera così teoricamente “di costume” satirico-cavalleresca alla spagnola con in sè il seme di quella che sarà in parte l’evoluzione culturale spagnola (penso alla predilezione spagnola per il grottesco plasmati spesso nella letteratura e cinema ispani) possa suscitare questi sentimenti più accesi ed appassionati anche, o soprattutto, oltre i Pirinei ed oltre i ristretti cerchi degli studiosi Chisciottiani.
Era un pezzo che volevo comprare il libro e adesso mi sono definitivamente convito. Ho intervistato Vila Matas a Monforte d’Alba e mai dimenticherò la fierezza del suo sguardo dietro il prudente velo di una saggia pacatezza. troverò il mio Ronzianate e il mio Sancho Pancha (si scrive così?. Dimenticavo: articolo bellissimo. Mi ha preso nel più profondo del cuore. Grazie davvero e ciao.
Paolo
ERRATA CORRIGE – Era un pezzo che volevo comprare il libro e adesso mi sono definitivamente convinto. Ho intervistato Vila Matas a Monforte d’Alba e mai dimenticherò la fierezza del suo sguardo dietro il prudente velo di una saggia pacatezza. Troverò il mio Ronzinante e il mio Sancho Pancha (si scrive così?). Dimenticavo: articolo bellissimo. Mi ha preso nel più profondo del cuore. Grazie davvero e ciao.
Paolo
L’intelligenza si manifesta spesso tramite processi ricorsivi, giochi, anche virtuali , di specchi, mise en abyme. E i geni nella maturità tendono ad avere il volto somigliante. Cfr. ebook (amazon) di Ravecca Massimo. Tre uomini un volto: Gesù, Leonardo e Michelangelo.