di Fabio Stassi

A osservare le foto di Berlusconi a Cannes, si prova un misto di disagio e di sollievo. L’incoraggiante sorriso del cavaliere, esibito sempre nelle occasioni ufficiali come un amuleto o un pass-partout, risulta finalmente triste come un trucco smascherato, una battuta che non fa più ridere nessuno, la richiesta patetica di un obolo di visibilità accanto ai grandi della terra. È difatti un ultimo sorriso, e verrebbe da dire un sorriso postumo, sopravvissuto a sé stesso. Una forzata contrazione muscolare che non genera più il consenso di una platea né un pensiero positivo, ma soltanto una solitudine imbarazzata. Sembra una di quelle foto che si fanno da ragazzi, alla fine della scuola, dove il più petulante del gruppo, quello che tutti lasciano in disparte, squaderna i denti per emulazione dei leader della classe, per farsi credere come loro, accettato, e riconosciuto, e vincente. Nessuno, a quell’età, è mai stato ingannato da una smorfia del genere.

L’anomalia italiana, invece, l’anomalia di un paese che si credeva adulto e non è mai entrato neppure nell’adolescenza, è stata credere o far finta di credere che quel sorriso fosse vero. Che appartenesse realmente a un dongiovanni irresistibile, a qualcuno che la sapeva lunga. È bene dirlo chiaramente. Berlusconi è un malinteso storico. Non è mai stato un seduttore, un Mastroianni, per intenderci. Lui non conquista, compra. Non attrae, conviene. In definitiva, non possiede alcun fascino, esercita un potere (economico, televisivo, politico). È un uomo che non ha mai avuto niente a che fare con la bellezza, solo con gli affari. La parola “carisma”, nel suo caso, è semplicemente una parola sbagliata. La sua caparbietà, un certo entusiasmo trascinante e virale, e anche aggressivo, nel perseguire il proprio successo, non sono mai stati “carismatici”. Sono solo l’effetto di una smisurata e malata proiezione di sé, riassumibile in un ciclo degenerativo universale: narcisismo-egocentrismo-megalomania.

A vedere quella foto, mi è tornata in mente una pagina di Pasolini che avevo sottolineato molti anni fa. Ho estratto dalla libreria il suo “progetto di romanzo”, anche per lui un ultimo romanzo, un libro postumo che sarà intitolato Petrolio. Pasolini lo scriveva chiuso in una torre medievale, a Chia, nella provincia viterbese, con un senso di rabbia e di impotenza, e vi affollava curiose predizioni. Partì da quella casa, il giorno dei morti del 1975, verso il litorale di Ostia.
Quella pagina l’ho ritrovata subito. È stato come se fosse rimasta lì, aperta, per tutto questo tempo, ferma nella mia memoria. Vi viene descritto un sorriso, un eterno sorriso italiano. Il sorriso di un imprenditore. Un imprenditore milanese che aveva un fratello a cui intestava un gran numero di società (la ramificazione più importante del suo impero). Uno che “non avanzava, accumulava. Non saliva, si espandeva.” Per l’ironia che a volte hanno anche i profeti, questo imprenditore si chiamava Troya.

“Sarebbe per me troppo lungo seguire tutta la lenta storia (due decenni) di questa accumulazione” scriveva Pasolini, sottolineando però che alla base del suo impero c’era “un patto lombardo-veneto (sia pure con qualche tenebrosa radice meridionale)”

Il sorriso di questo imprenditore è il sorriso stereotipato di un uomo pubblico, di uno costretto a sorridere. Ma non è un sorriso rassicurante, splendente, radioso, “tanto comune tra gli uomini pubblici”. Il sorriso di cui parla Pasolini è

“un sorriso di complicità, quasi ammiccante: è decisamente un sorriso colpevole. Con esso Troya pare voler dire a chi lo guarda che lui lo sa bene che chi lo guarda lo considera un uomo abbietto e ambizioso, capace di tutto, assolutamente privo di un punto debole, malgrado quella sua aria da ex collegiale povero e da leccapiedi da sagrestia […]. Infine questo sorriso esprimeva anche un altro messaggio, che è un messaggio essenziale, indispensabile e direi quasi sacro in Italia: Troya, cioè, sorridendo furbescamente, voleva far sapere ininterrottamente, senza soluzione di continuità, e a tutti che egli era furbo. Quindi che lo si lasciasse andare, per carità, che lui ‘sapeva certe cose’, ‘aveva certi affari urgenti d’importanza nazionale’ (che un giorno o l’altro si sarebbero saputi), che lui era così abile e diciamo pure ‘strisciante’ da cavarsela sempre nel migliore dei modi e nell’interesse di tutti. Naturalmente, essendo un sorriso di complicità, era anche un sorriso mendico: mendicava cioè compassione sulla sua manifesta colpevolezza.”

Condividi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Autore

fabiostassi@minimaetmoralia.it

Fabio Stassi (Roma 1962) di origini siciliane, vive a Viterbo e lavora a Roma in una biblioteca universitaria. Scrive sui treni. Nel 2006 ha pubblicato il romanzo Fumisteria (GBM, premio Vittorini Opera Prima 2007). Per minimum fax: È finito il nostro carnevale (2007), La rivincita di Capablanca (2008), Holden, Lolita, Živago e gli altri (2010) e Il libro dei personaggi letterari (2015). Per Sellerio ha pubblicato L’ultimo ballo di Charlot, tradotto in diciannove lingue (2012, Premio Selezione Campiello 2013, Premio Sciascia Racalmare, Premio Caffè Corretto Città di Cave, Premio Alassio), Come un respiro interrotto (2014), un contributo nell’antologia Articolo1. Racconti sul lavoro (2009), Fumisteria (2015, già Premio Vittorini per il miglior esordio) e La lettrice scomparsa (2016). Ha inoltre curato l’edizione italiana di Curarsi con i libri. Rimedi letterari per ogni malanno (2013).

Articoli correlati