In questi giorni si è visto, anche a partire dalla discussione intorno a TQ, che il tono del dibattito culturale in Italia è fortemente inquinato da anni di una pratica di discorso pubblico più disposto a creare opinioni preconfezionate, se non contrapposizioni quasi calcistiche, che a entrare nel merito delle questioni che di volta in volta si pongono.
Una delle priorità che quindi ci è parso importante affrontare è quella di ritrovare un terreno di confronto, dove 1) si privilegi la chiarezza e l’articolazione, invece del rumore di fondo, dell’autorefenzialità, del discorso ad personam o dello pseudodiscorso e 2) possano emergere convergenze e divergenze, anche aspre, ma sulle idee; in modo che il dibattito sia quello che si dice un’occasione per cambiare idea, farsene una propria propria, riuscire a articolare meglio le opinioni che si avevano all’inizio.
È stato centrale, fin dai primi incontri, ribadire una serie di atteggiamenti che ci interessano praticare come metodi del dibattito: la fiducia, l’ascolto, la capacità autocritica. Ci piacerebbe che questi atteggiamenti fossero condivisi da chi si confronta con le questioni che proviamo a porre. Siamo molti all’interno di TQ, e qualsiasi riduzione ad unum di una diversità di prospettive sarebbe un errore piuttosto stupido. Abbiamo provato a mettere per iscritto però alcune impressioni comuni.
La questione generazionale
Viene criticata da più parti l’inutilità, la pretestuosità, la presuntuosità della questione generazionale. In questo senso, c’è un’evidenza di fondo di cui non si vuole tenere conto. Un movimento generazionale non può lapalissianamente che presentarsi che come movimento generazionale. Ma attenzione, il dato anagrafico non è una targetizzazione, ma vuol essere una lente che molti di noi sanno usare proprio perché hanno avuto delle esperienze simili, negli anni della formazione e in quelli del (non) lavoro. Queste esperienze, spesso individuali, solitarie e magari non edificanti, possono servire a costruire progressivamente uno sguardo comune, il che vuol dire una lente allargata e prismatica.
Questa lente comune può essere usata come dispositivo con cui guardare se stessi, e con cui confrontarsi con il contesto generale piuttosto che un desiderio di riserva o di oasi. Avere tra i trenta e i quarant’anni in Italia oggi vuol dire essere cresciuti, per esempio, con uno stato sociale che garantiva dei diritti (da un’istruzione qualificata a una previdenza decente) che oggi non garantisce più.
A cascata, le contraddizioni messe in luce attraverso la lente generazionale portano a illuminare altre questioni che vanno al di là delle generazioni e della stessa situazione italiana, ma la focalizzazione generazionale è una delle poche rimaste in assenza di altri elementi aggreganti nella società italiana di oggi.
Il riconoscimento di un gruppo di intellettuali da un punto di vista generazionale e del lavoro è l’elemento caratterizzante di TQ, come – per dire – l’elemento di genere lo è per il movimento Se non ora quando, l’elemento generazionale lo è per il movimento Il nostro tempo è adesso, l’elemento del lavoro lo è per i lavoratori dello spettacolo che hanno occupato il Valle.
Altrettanto lapalissianamente, essendo la questione generazionale una questione di messa a fuoco di uno sguardo diverso, TQ è disposta a confrontarsi e collaborare in ogni modo possibile con persone che non sono trenta-quarantenni ma condividono la centralità della questioni poste nei manifesti.
La questione -centrismo
Viene criticata da più parti di TQ il suo essere romanocentrica, minimumfax-centrica, maschiocentrica, semprelestessepersone-centrica… Ovviamente un gruppo di persone nel momento in cui si costituisce avrà alcune caratteristiche e non altre. Bisogna vedere se quelle caratteristiche sono rivendicate o costitutive del gruppo o connotanti (anche inconsciamente). Tutte queste pregiudiziali perdono progressivamente di peso allorché il movimento TQ si allarga, come sta accadendo, diventando sempre più pluralista sia da un punto di vista geografico che di genere che di professioni, e ovviamente portando ciascuno dei suoi componenti a doversi confrontare con altre persone e altri contesti. Moltissime delle persone che hanno firmato i manifesti o hanno dato una loro adesione non si conoscono nemmeno tra di loro, la costituzione di un’identità di questo movimento è – per fortuna – totalmente in fieri.
La questione “ma questi già c’hanno il riconoscimento”.
TQ non è nato da persone che non avevano la parola in contesti culturali anche rilevanti, con l’intento di avere più spazio, più riconoscimento, più credito. La maggior parte di TQ già opera singolarmente secondo quello che è stato scritto nei manifesti.
TQ è nata perché a quel credito nel mondo della cultura, piccolo o medio o grande che sia, venga affiancata un credito da un punto di vista e professionale e politico.
E TQ è nata perché l’impegno singolare spesso donchisciottesco e vano, abbia più forza a partire dal confronto collettivo e dal coordinamento.
Questo riconoscimento politico non può prescindere ovviamente da un impegno personale, una presa di responsabilità. Es. io sono un giornalista che scrive sul giornale X, un redattore della casa editrice Y, un insegnante della scuola Z, posso rivendicare un giusto trattamento lavorativo? posso criticare dall’interno il malfunzionamento di certi contesti? Posso immaginare di migliorare quei contesti, nel piccolo e nel grande, a partire da un confronto comune e da un impegno personale?
La questione qualità
Nel manifesto TQ non si parla di nessun tentativo di stabilire delle commissioni censorie o giudicanti. Nessuno lo vuole fare, né esplicitamente né implicitamente. Se n’è discusso parecchio, e ci si è detto piuttosto che occorre alzare la guardia contro questo tipo di illusioni puriste, minculpopesche, da “migliori”. Quello che si vuole fare è cercare il più possibile di nutrire quelle pratiche che nel mondo della cultura garantiscano un po’ più di qualità, una vita più degna come una migliore circolazione delle idee: dunque in re un impegno per battaglie come la bibliodiversità, una critica culturale non succube delle clientele o delle soggezioni (pensiamo auspicabile che – per esempio – a partire da una condivisione di buone pratiche, ci si scanni su questo o quel libro, ci si stronchi, ci si critichi con cognizione di causa su questo o quel progetto artistico, con una modalità che sarà più simile alla correzione fraterna che al paternalismo o all’attacco aggressivo) e ancora, dicevamo, una scuola che promuova veramente l’inclusione sociale, un mercato che abbia delle regole, il riconoscimento delle competenze lavorative – anche in termini economici… Il concetto di qualità è quindi da prendersi come riferimento per un’azione di tipo politico:per esempio, vogliamo una scuola pubblica laica, gratuita, libera, solidale, invece di dover mandare i curriculum al Cepu. Vogliamo un giornalismo che verifichi le notizie prima di urlarle in prima pagina. Vogliamo un’industria culturale dove ci sia sempre meno sfruttamento e autosfruttamento. Vogliamo dei libri senza refusi, che restino in libreria più di un mese, che riconoscano altri valori oltre che quello della vendibilità.
Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

In linea di principio ci sono senz’altro questioni che mi trovano vicino, ma continuo a faticare parecchio nel mettere in prospettiva la gran quantità di manifesti e proclami fin qua accumulati. Forse non resta davvero che attendere e verificare l’incidenza delle pratiche.
Mi chiedo se, prima di partire dal mondo, non sia però il caso di partire da casa propria… in soldoni, tutto questo significherà che gli editori che si sono impegnati in quest’avventura con gran parte dei loro esponenti (editor, scrittori, etc) cominceranno col combattere al proprio interno certe cattive abitudini? Rinunceranno agli stagisti non retribuiti o alla precarizzazione del lavoro, ad esempio? Faranno in modo di esportare questo “modello virtuoso” anche nelle altre redazioni?
Sulla questione generazionale, mi spiace, ma a me continua a sembrare anche una questione di classe: la precarietà s’innesta su una disuguaglianza di classe, accentuandone spesso le differenze.
…rinuncerete agli stagisti non retribuiti?
Parole sante quelle di M. Murgia.
Claudia, sei d’accordo anche con la sua breve ricontestualizzazione, e con quello che le ha risposto Daniela Brogi, se hai visto il suo sito, di Michela Murgia?
Sì, perché immaginavo che i toni della Murgia fossero più stemperati e meno radicali di quelli riportati su Repubblica. Credo che la sua parziale ricontestualizzazione rimetta un po’ di equilibrio in una polemica che sta diventando quasi patetica. Trovo un po’ strano però che nei TQ ci siano editori o comunque gente che in casa editrice, o comunque nel mondo editoriale, conta molto.
Perché strano?
E che cosa vuol dire “contare molto”?
Ciao Christian,
sono un editor e un autore di 37 anni e dico da tempo molte delle cose sostenute da TQ.
L’idea di fare qualcosa è ammirevole. Vi siete mossi però in modo evidentemente criticabile, mescolando tra l’altro questioni diverse.
Credo che abbiate sbagliato a non prevenire almeno alcune delle critiche che vi vengono rivolte. A ogni modo ora potreste riconoscere che sono legittime, queste critiche, come legittimi sono i sospetti, anche se infondati, e legittimo è sentirsi confusi.
Una revisione profonda, alla luce delle repliche dei molti addetti ai lavori, potrebbe ancora starci. Pensi che questo possa accadere o, al di là di possibili aggiustamenti minimi, TQ resterà ciò che è?
Salve Christian, ho l’impressione che il gran numero di proclami nascondano una necessità psico-sociale (se così possiamo dire):quella di differire le pratiche cui sopra si faceva riferimento. E’ come se cercassimo tutti, attraverso manifesti, proclami, teorizzazioni, interventi, posts, di riempire con la “chiacchera” il vuoto entro cui temiamo di precipitare. Sentiamo la necessità di legittimarci, narcisisticamente, attraverso cornici, etichette e quadrature:ieri il NIE, oggi la Tq. Diversi quanto si vuole ma entrambi animati dalla necessità di legittimazione. Sembra di essere, a livello di comunità, prigionieri di una fase “specchio” distorta:tutti alla ricerca della composizione dei frammenti sparsi di identità. La soluzione non sta forse in un pò più di coerenza, coraggio e di scelte etiche conseguenti? Ma forse mi sto riferendo ad “eterotopie”…