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di Giancarlo Liviano D’Arcangelo

“… perché il film sia tutto un corpo vibrante e perché lo sguardo dello spettatore – e non solo lo sguardo, tutta la sua persona – tremi di questa vibrazione”.

Spiega così, Luc Dardenne, il risultato che lui e suo fratello Jean-Pierre cercano in un’opera cinematografica, la partecipazione corporea di tutti gli animi compresenti nell’esperienza filmica, regista, attori, operatori sul set e poi spettatori in sala. Un risultato molto difficile, che Vittorio Moroni riesce a raggiungere brillantemente con L’invenzione della neve, oggetto unico per il cinema italiano degli ultimi anni.

L’attacco del film è molto semplice. Una donna e un uomo dal passato burrascoso fatto di droga e litigi violenti – Carmen (Elena Gigliotti) e Massimo (Alessandro Averone) – si contendono l’affidamento di Giada, la loro bambina di quattro anni, portandosi dentro un vissuto comune denso e vivido, così denso che è impossibile da superare, poiché si erge su un legame tempestoso, fondato sul male attraversato e superato insieme, sulle ferite inferte vicendevolmente e vicendevolmente curate, con tanto di cicatrici che rendono inseparabili.

Ma se Massimo sogna di liberarsi, se il suo spirito di sopravvivenza incendia il desiderio di andare avanti e di vivere una nuova vita, Carmen, la vera bussola emotiva del film, è una donna perennemente al bivio tra un presente per lei tormentato e un passato paludoso, una giungla che la paura spinge a ricordare come un giardino fiorito.

La piccola Giada, in questa dinamica, è un totem, è scopo d’amore identitario, è un talismano, un oggetto magico che come ogni oggetto magico s’intravvede e scompare, restando tuttavia sempre vivo nell’animo e nel cuore di chi lo insegue e fa di tutto per appropriarsene. È soprattutto Carmen, terrorizzata dall’opportunità di perderla, a trascinarci e catturarci nell’altrove del film, personaggio femminile tra i più intesi del cinema italiano degli ultimi anni grazie alla magistrale interpretazione della Gigliotti. Dolce e nervosa, sempre ambigua, autodistruttiva e opportunista, candida e subdola, manipolatrice e bisognosa d’amore, Carmen è sempre capace di portare al limite emotivo i suoi interlocutori/avversari. Massimo, Mara la nuova ragazza di Massimo, l’assistente sociale, sé stessa, la sorella Sonia, ancora Massimo – sono guidati sull’orlo del precipizio nervoso in ognuna delle sei macro-scene che compongono il film, in un flusso d’azione che Moroni ha costruito fondendo al meglio la sua esperienza di cinema documentario, un utilizzo del set e degli attori che guarda al teatro e le animazioni – splendide – di Gianluigi Toccafondi.

Ma come si raggiunge la vibrazione collettiva così anelata in principio? Il lungo percorso – a raccontarlo sono lo stesso Moroni e gli attori – è basato sulla ricerca dell’inciampo, ovvero dell’imprevisto emotivo che nasce durante l’escalation emozionale degli attori, che durante ciak molto lunghi e che non si possono interrompere, mischiano improvvisazione e copione, e sono tenuti a cogliere il cortocircuito, a scordarsi la recitazione per abbandonarsi all’immersione.

“Abbiamo scelto attori che sapessero dei loro personaggi più di noi autori” ha spiegato Moroni, che valorizza questo esperimento immersivo restando sempre addosso alle immagini, creando un movimento vorticoso che ricorda a tratti, proprio il cinema dei fratelli Dardenne nei suoi momenti più floridi come Il figlio, o L’enfant.

Ma se nel cinema dei Dardenne il vortice è sempre continuativo ed è impossibile prendere distanza dagli eventi, ne L’Invenzione della Neve la regia di Moroni cerca e consente l’intermittenza. Gli attimi di buio, le feritoie, i chiaroscuri, i primi piani sugli animali, s’intersecano e creano lo spazio per frammenti di contemplazione, in modo che l’escalation dei sentimenti in gioco in ogni scena abbia sempre un innesco e un’acme.

Lo stomaco si contrae spesso durante i centodiciassette minuti di azione, pulsante, vitalissima, si sentono i muscoli tirare, grazie ai movimenti della macchina da presa, al vissuto emotivo dei protagonisti in scena, di cui si diventa intimi confessori, tanto che non conta più l’esito della guerra tra sfidanti, conta solo il sentire, sentire l’animo umano, il proprio e quello altrui. Si compie, anche in questo caso, il prodigio, l’obiettivo massimo anelato da Luc Dardenne: vibrare, vibrare tutti insieme durante l’esperienza della visione, ma con gli attimi di quiete che anticipano o seguono la tempesta. Turbine e stasi, energia e sguardo. Proprio come accade nella vita.

 

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