Con Tutti chiedono compassione (Editoriale Scientifica, Napoli) Francesco Permunian rinnova l’adesione alla visione manganelliana della natura immorale della letteratura, per dare forma a uno zibaldone in cui confluiscono memorie, appunti, invettive, riflessioni sulla letteratura. L’architettura si regge su “materiali di scarto; da mattoni e mattonelle sbrecciate, palesemente inadatte per costruire un solido romanzo”, ispirata alle “magiche costruzioni” alla Bruno Schulz, con reperti rimaneggiati per edificare una struttura nuova con gli elementi della vecchia, come suggeriva Kafka. Affascinato dal paradosso, Permunian assegna alle sue storie un tono grottesco dagli esiti comici per amplificare un livore radicato, effetto del cambiamento della personale percezione del mondo, da lirica e elegiaca e tragica.

Allievo di Andrea Zanzotto, deve la sua svolta narrativa a Maria Corti che caldeggerà il suo esordio, alle soglie dei cinquant’anni, con Cronaca di un servo felice, a cui seguiranno opere in prosa e poesia tra cui Il principio della malinconia (Quodlibet), La Casa del Sollievo Mentale (Nutrimenti), Il gabinetto del dottor Kafka (Nutrimenti), Costellazioni del crepuscolo (Il Saggiatore), Sillabario dell’amor crudele (Chiarelettere), Giorni di collera e di annientamento (Ponte alle Grazie), Elogio dell’aberrazione (Ponte alle Grazie) che celano riferimenti a Witold Gombrowicz, Thomas Bernhard, Juan Rulfo, Bruno Schulz, Antonio Lobo Antunes, a Eugène Ionesco e Emil Cioran, oltre a Tommaso Landolfi, Giorgio Manganelli e Goffredo Parise.

Come in Jauffret, anche in Permunian l’odio è il mezzo per radiografare il presente. Le “microstorie” racchiudono invettive contro il potere ecclesiastico e le omertà del Vaticano accanto a pagine furenti contro il sistema editoriale della “romanzeria nazionale”, il circo letterario, le infestanti scuole di scrittura, gli ipocriti giornalisti e gli scrittori paladini dell’abbattimento del potere mediatico della borghesia italiana, le scialbe novità di stagione sugli scaffali delle librerie di catena, che ricordano l’insofferenza di Gadda confessata in una lettera a Leone Traverso.

Il titolo dell’opera è un rimando alle parole di Augusto Monterroso (“Tutti raccontano interminabilmente la loro storia, tutti chiedono compassione”), scelta per denunciare la deriva di un individualismo monomaniaco che dai social network si estende ad altri ambiti. L’uso del paradosso e del sarcasmo nell’inatteso ripiegamento lirico si rivela una vana via di fuga dall’“incipiente assedio delle ombre”. Da qui la necessità di esasperare il tono della scrittura fino all’approdo nell’assurdo e nell’aberrante, con visioni deformate evocate dai reperti del passato.

Gli incubi ricorrenti prendono forma attraverso i fantasmi ridicoli che abitano il vecchio scrittore/burattinaio smarrito nell’immane vocìo della sera, tra sagome che popolano le paludi del Polesine, dove “l’odore della solitudine regna sovrano”, ombre che funestano il Garda, vociferanti manicomi di suore e preti che mescolano preghiere e bestemmie, maschere uscite dal buio in una sera di Capodanno, lupi neri che sbranano ragazzi in divisa militare, zelanti preti che si accecano per non vedere più la sporcizia del mondo.

La deriva esistenziale sfociata nell’afasia emotiva e spirituale è resa nel disprezzo del presente e nell’annientamento del desiderio, nella vana ricerca di un approdo lirico-tragico. La dimensione infantile sembra l’unica in grado di preservare coerenza nel mondo allucinato di Permunian, in un indistinto e incontenibile desiderio che porta il suo io narrante alla ricerca della voce materna, ancora udita “come il sospiro di un’ombra portata dal vento”, in un inquietante ricorso al passato associato agli assilli che tormentavano Manganelli.

E mi consolo al pensiero che presto verrà l’alba e la luce cancellerà questa folla di fantasmi che mi soffoca con le sue preghiere insistenti.

I continui ingrandimenti sulle pratiche masochiste e sadiche che dominano la produzione dell’autore contribuiscono a tradurre in chiave artistica, morale, sentimentale, religiosa e sessuale il significato della degenerazione con esiti surreali. Il mondo di Permunian ricorda quello sadiano nella misura in cui è la chiusura, come sottolineò Roland Barthes, “a permettere il sistema, vale a dire l’immaginazione”.

Convinto che la memoria e l’oblio raggiungano un equilibrio nella fotografia, Permunian affida la seconda parte dell’opera allo studio dei luoghi della Resistenza nel Polesine nel racconto di un viaggio con il fotografo Mario Dondero per tracciare una “cartografia dell’infamia” attraverso la commistione di vicende storiche e deformazioni grottesche, culminate nell’apparizione di un grosso carro trainato da un cavallo bardato a lutto con a bordo un clown travestito da angelo equestre con le ali di cartapesta.

La vena tragicomica della tensione alla morte, tipica dell’intera produzione poetica e in prosa di Permunian, cela profonde affinità anche con la tradizione letteraria latinoamericana. La visione dell’esistenza – comune a Jauffret – come nient’altro che un’inutile ripetizione, nel racconto di un dolore sommesso e inestinguibile attesta la netta adesione di Permunian a una personale poetica dell’abbandono. Tutti chiedono compassione è un prepotente affondo sull’insensatezza del vivere, concepito da una voce capace di lambire in modo maniacale e morboso l’assurdo per offrire un feroce ritratto della miseria della natura umana.

 

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1 commento

  1. Articolo notevole, mi ha incuriosito molto. Non conosco Permunian ma sono un “assiduo” di Manganelli e di Gadda. Da quanto leggo, la “menzogna” letteratura ha un altro cacciafrottole: penso che mi piacerà leggerlo

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Autore

a.pisu@minima.it

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all'Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.

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