Proseguiamo la rubrica in collaborazione con Scrivere di Cinema Premio Alberto Farassino, il concorso nazionale di critica cinematografica per gli Under 25 promosso da Pordenonelegge, Cinemazero e il SNCCI insieme con Mymovies e minima&moralia. Di seguito un racconto dell’ultimo Far East Film Festival di Udine.
di Gianluca Giraudo
È stata la mia prima volta al Far East Film Festival. Dal 22 al 30 aprile questo piccolo grande festival ha raccolto a Udine il meglio delle produzioni cinematografiche dell’estremo Oriente. Piccolo se messo a confronto con i festival di cui parlano tutti: Venezia, Cannes, Berlino. Grande perché il Far East è accreditato come il più importante festival sul cinema popolare asiatico a livello europeo.
Dieci le aree dell’Asia rappresentate: non solo i “big”, Cina, Giappone, Corea del Sud ma anche Thailandia, Malaysia, Filippine. Un tuffo dall’altra parte del mondo, a due passi da casa. Chi mi conosce ha accolto la mia partenza mettendo su un sorriso di sbieco a confermare che, innamorato come sono delle commedie romantiche americane e dei piccoli drammi italiani, probabilmente non sarei stata la persona più indicata. L’importante è studiare, mi son detto: e le sorprese non sono mancate.
Il Far East è quel posto dove è stato trasmesso per la prima volta in Italia “Sympathy for Mr. Vengeance” (Mr. Vendetta) di Park Chan-wook: era il 2003 e solo l’inizio della celebre trilogia sulla vendetta che sarebbe poi proseguita con “Old Boy” dello stesso anno e “Lady Vendetta” del 2005. Al Far East hanno investito sul genio di Wong Kar-wai (“Hong Kong Express”) prima che l’Occidente iniziasse a riservargli il posto che merita per “In the Mood for Love”. Nel programma di questa diciottesima edizione presenti Johnnie To, Sammo Hung, un omaggio alla leggenda Bruce Lee e tante altre di quelle cose che non serve essere esperti per definire “imperdibili”.
Appena arrivato, una motivazione ulteriore mi è arrivata da un grande giornalista che ho incontrato al Teatro Giovanni da Udine, principale location del festival: davanti a un poco asiatico e molto udinese spritz mi ha spiegato che quando si è così poco educati alla visione di questo cinema, la prima e superficiale reazione consiste nello svilirlo, invalidandone in qualche modo la dignità. Non lo comprendo quindi non funziona. “Invece è questione di sensibilità, di saper accogliere forme, tecniche, contenuti provenienti da culture diverse, lontane dai modi occidentali, intorno a cui difficilmente il grande pubblico si è formato” ha aggiunto mentre annuivo ripensando a mie vecchie lezioni di storia del cinema, in cui al massimo si parlava di Kurosawa, se eri fortunato anche di Ozu.
L’unica cosa da fare, in casi come questo, è andare in sala e mettersi alla prova. Prima dei film in sé, lo stupore è per il breve trailer in animazione che precede le proiezioni: le sagome grigie dei passeggeri di una metropolitana lanciano in terra le loro ombre che riportano i colori delle bandiere dell’estremo Oriente. Camminano e infine salgono tutte sulle stesso treno: quello del Far East o più in generale della magia del cinema? Una scenetta semplice ma perfetta: prima ancora di scoprire che la regia è di Johnnie To (“Breaking News”, “Vendicami” e quest’anno al Far East come produttore del noir “Trivisa”) sai che nessuna intro sarebbe stata più calzante per raccontare la molteplicità dei Paesi rappresentati.
La selezione ufficiale comprende quest’anno 72 titoli (di cui 5 anteprime mondiali, 10 anteprime internazionali, 8 Festival Premiere e 37 anteprime italiane, di cui 18 europee) oltre alle tradizionali retrospettive da festival: una tutta dedicata al filone della fantascienza nipponica (titolo: “Oltre Godzilla – Futuri alternativi e scenari fantastici del cinema giapponese”), l’altra al restauro in 4k di alcuni film di Bruce Lee, tra cui il celebre “L’urlo di Chen terrorizza anche l’occidente” (1972). Calati in una programmazione ricca e serratissima (una media di 9 film al giorno per 9 giorni di festival) e pronti a imbattersi in storie, meccanismi narrativi, tempi comici e leve drammatiche completamente nuovi, ci si ritrova poi a fare quello che di solito si fa al cinema: fremere per una storia legata alla criminalità organizzata cinese (“Chongqing Hot Pot” di Qing Yang), ridere per le disavventure di giovani hipster thailandesi (“Heart Attack” di Nawapol Thamrongrattanarit), indignarsi per la lotta indipendentista di un popolo (“Ten Years” di Ng Ka-Leung), o guardare con impazienza lo schermo del telefonino aspettando l’epilogo di una storia poco avvincente (“Keeper of darkness” di Nick Cheung).
Ci sono, utilizzando banalissime categorie di qualità, film belli e film brutti: un’esperienza di normalità che, viste le premesse, è più che mai confortante. La vera conquista al Far East è non tanto aver visto qualcosa di grandioso o appena salvabile, ma la possibilità in sé di averlo visto, di aver scoperto la perla in un mare che raramente arriva a sfiorare il mercato italiano.
La buona notizia è che il Far East ha iniziato a fare qualcosa anche in questo senso: quest’anno è stata lanciata la sezione “FEFF Industry/Focus Asia” in collaborazione con il neonato MIA (Mercato Internazionale dell’Audiovisivo di Roma) per favorire l‘incontro tra buyer, seller e tutti gli operatori del settore: uno spazio specifico per discutere del futuro commerciale dei film proiettati e alimentare lo scambio tra cinema europeo e asiatico. Che spesso dialogano solo per merito dei grandi nomi, cui pure il Far East riserva il massimo dell’attenzione e il suo premio più ambito: il Gelso d’Oro, statuetta che raffigura la pianta tipica del paesaggio friulano ma originaria del lontano Oriente.
Ad aggiudicarselo il visionario regista Nobuhiko Obayashi – che lo ha ritirato durante la proiezione dell’inquietante “House” nella versione originale del 1977 – e il “gigante” del kung-fu Sammo Hung, arrivato al Far East per presentare l’action thriller “The Bodyguard”, di cui è regista, attore e coreografo. A vincere l’Audience Award di questa edizione è invece il sudcoreano Han Lee con il suo “A Melody to Remember” toccante ritratto di due bambini sullo sfondo della Guerra in Corea nel 1952. Nella gioia di questo riconoscimento c’è anche la speranza: quella di poterlo rivedere in tutta Italia, in tutte le sale, come già fu per tanti altri.
Basti pensare al delicato “Departures” di Yōjirō Takita che nel 2009 vinse, insieme all’Oscar come Miglior Film in lingua straniera, proprio il premio del pubblico al Far East: se si considera poi che alla sua diffusione italiana ha lavorato la Tucker Film, casa di distribuzione nata su iniziativa del Centro Espressioni Cinematografiche (C.E.C.) di Udine – ideatore del FEFF – e di Cinemazero di Pordenone, si capisce che qualcosa di speciale questa terra ce l’ha.
Qualcosa che le oltre 60.000 persone (stime ufficiali, pubblicate sul profilo ufficiale del festival) tra critici, giornalisti, studenti, appassionati, curiosi e semplici spettatori che quest’anno sono passate dalle sale del festival hanno già captato: non riguarda solo il cinema, ma qualcosa di più. Se non fosse un termine abusato e forse ormai vuoto, si potrebbe scomodare l’espressione entertainment culturale per indicare i più di 100 eventi collegati al festival disseminati in tutta la città. Tra questi il Far East Cosplay Contest della domenica e una vastità di food e prodotti gastronomici che ti fanno pentire di aver sempre considerato il sushi l’unica pietanza asiatica in grado di dotarti di un certo accreditamento sociale.
Mentre ne parli con una delle organizzatrici del festival facendoti consigliare uno dei migliori fusion della città ti chiedi però come accolgano questo Far East gli udinesi. “Come tutti gli altri” fa lei un po’ rassegnata, “ci sono gli affezionati e i curiosi che ogni anno lo attendono e partecipano, ma per altri è come se non ci fosse”. E a te sembra una nuova lezione di stupefacente normalità: c’è chi comprende – e si gode il cinema di qualità, gli eventi e l’incursione degli appassionati stranieri – e chi pur essendo di casa no. Peggio per loro. Ti accorgi che in fondo, per avere diciotto anni, al Far East Festival va molto meglio che alla media dei coetanei umani: meno pigro e svagato, conosce benissimo le lingue e vanta professionalità specifiche insieme al desiderio di sperimentare e fare le cose in grande, consapevole che far ricredere quelli che a diciotto anni, in casa tua, non ti prendono sul serio è fonte di grande soddisfazione.

