di Federico Gironi

Per noi italiani l’estate del 1982 è l’estate del Mundial, dell’Italia di Bearzot e Paolo Rossi, di Sandro Pertini che esulta, di Nando Martellini che con la voce rotta grida “Campioni del Mondo, campioni del Mondo, campioni del mondo!”.
Ma più o meno negli stessi giorni in cui gli occhi dell’Italia erano fissi sugli schermi dei televisori per seguire le imprese di Cabrini, Tardelli e soci, negli Stati Uniti che ancora non avevano scoperto il soccer l’attenzione era tutta per lo schermo grande, quello dei cinema, i cinema che nel giro di otto settimane proposero ai loro spettatori altrettanti film che, con le storie che raccontavano e i risultati che ottennero, cambiarono per sempre il volto di Hollywood chiudendo definitivamente una stagione (quella della New Hollywood) per aprirne una che dura ancora oggi.

Se in Spagna i Mondiali si giocarono dal 13 giugno all’11 luglio, in USA tra il 16 maggio e il 9 luglio debuttarono in sala E.T. l’extra-terrestre di Steven Spielberg, Tron di Steven Lisberger, Star Trek II: L’ira di Khan di Nicholas Meyer, Conan il Barbaro di John Milius, Blade Runner di Ridley Scott, Poltergeist di Tobe Hooper (ma anche un po’ – tanto – di Spielberg), La Cosa di John Carpenter e Interceptor – Il guerriero della strada di George Miller. Tutti film di fantascienza o derivati, che tutti insieme incassarono la bellezza di 658,5 milioni di dollari solo in quelle fatidiche otto settimane, con ovviamente E.T. a rappresentare da solo più della metà del bottino.

La storia di come si sia arrivati alla realizzazione e all’uscita così ravvicinata di questi otto titoli così diversi tra loro ma tutti all’incirca dello stesso genere, della genesi e dell’evoluzione – spesso rocambolesca e avventurosa – di ognuno di questi progetti, di come avrebbero influenzato la carriera dei loro realizzatori e soprattutto di come avrebbero cambiato il volto di un’industria, innovato strategie di marketing, acquisito e conquistato nuove tipologie di spettatori, spianando la strada alla stagione dei grandi blockbuster, dei tentpole, delle proprietà intellettuali e a quella che – nel bene e nel male – è la Hollywood dei nostri giorni, è la storia raccontata dallo scrittore e critico cinematografico americano Chris Nashawaty nel suo “Il futuro era adesso”.

A spingermi verso il libro è stato qualcosa che ha a che fare con i miei interessi e la mia attività: con la parziale eccezione del secondo Star Trek (non sono esattamente un trekker), i film di cui parla il libro sono tutti film che mi piacciono molto; in particolare ho una grande passione per Blade Runner e – soprattutto – per La Cosa, che reputo un film fondamentale come appassionato e come critico, tanto che lo propongo immancabilmente ai miei studenti del corso di Teoria e analisi del film. Ma per fortuna “Il futuro era adesso” non è un libro teorico e analitico, di critica cinematografica.

Dico “per fortuna” per vari motivi. Uno, forse il principale, è che purtroppo capita spesso che i libri di critica siano terribilmente noiosi (ricordo sempre come, nelle primissime pagine del suo “Cose da fare a Francoforte quando sei morto”, Matteo Codignola, parlando di critica cinematografica, dice: «sia dal sostantivo che dall’aggettivo si sprigionava una sostanza che mi faceva tossire dalla noia») mentre quello di Nashawaty è un libro non solo interessante negli spunti e nell’analisi, ma estremamente piacevole e divertente. Inoltre, i critici e la critica spesso prendono delle cantonate colossali: cosa che, avendo un rapporto irrisolto col mio mestiere, mi ripeto di continuo come un mantra, e che peraltro “Il futuro era adesso” esemplifica spesso e volentieri. Le prime parole del libro, quelle che aprono il prologo, recitano infatti: «I critici cinematografici sbagliano spesso, ma è difficile immaginare una giornata peggiore per la categoria del 25 giugno 1982», laddove quella data è la data dell’uscita nelle sale americane di Blade Runner e La Cosa, ai tempi entrambi piuttosto maltrattati – lì dove non seccamente stroncati – anche dai più bravi, come Roger Ebert o Pauline Kael (ma, ricorda Nashawaty, i critici topparono di brutto anche su film come il primo Mad Max, il primo, seminale Halloween e un capolavoro indiscutibile come Un mercoledì da leoni).

Quindi, non è un libro di critica, “Il futuro era adesso”, ma che libro è, allora? È il libro di uno che sì, ha fatto il critico ma non solo; e che, usando lo storytelling, fa una cronaca appassionante delle vicissitudini produttive e delle origini artistiche di quegli otto film, realizzati da autori straordinari spesso in lotta con l’establishment di cui pure facevano parte nel nome di una visione creativa che veniva da luoghi interiori profondi (lo sapevate, per esempio, che E.T. e Poltergeist sono due film nati da diverse costole di un’unica sceneggiatura?).

È, forse soprattutto, un libro che ricostruisce la storia della Hollywood degli ultimi 40 o 50 anni, raccontando una trasformazione irresistibile dettata da un insieme di concause: il successo di Guerre Stellari, la nascita del fandom, la deflagrazione della cultura pop, il ricambio generazionale tra gli autori (appartenenti a « una generazione plasmata dalla teoria critica e da innumerevoli ore di dissezione cinematografica») e ancora di più tra gli executives dei grandi studios («dirigenti col simbolo del dollaro negli occhi»), la nascita di strategie distributive a tappeto. Certo, come dice Nashawaty tutto questo oggi è diventato «un mostro pop che si divora da solo, infantilizzando nel frattempo il proprio pubblico», ma lui non scrive per giudicare, ha l’approccio dello storico più che del critico nel raccontare quello che definisce «un grande Anno Zero» dell’industria cinematografica americana.

«Nel bene e nel male, viviamo nell’era cinematografica che l’estate del 1982 ha creato. Si potrebbe sostenere che Hollywood abbia tratto da quelle otto settimane tutte le lezioni sbagliate, portandole all’estremo. Ma almeno per quell’estate gloriosa, futuro e presente si incontrarono. Andavamo al cinema e sembrava davvero che il futuro fosse adesso», scrive però anche Nashawaty, e qui tradisce qualcosa che nel suo libro è sempre presente, anche se spesso sotterraneamente: un po’ critico, soprattutto storico, l’autore di questo libro è sempre anche un fan, un cinefilo, un appassionato che non vuole smettere di vedere quel cinema – il cinema in generale – con gli occhi e lo spirito del ragazzino che era allora. E in questo la sua operazione è in qualche modo simile a “Summer of the Shark”, il video saggio di Sasha Stone su Lo squalo che è parte della serie Voir, prodotta da Fincher che è in streaming su Netflix.
È un bene che sia così. Perché, nonostante quel che vanno sostenendo spesso i critici più seriosi, sottrarre la nostra soggettività dall’equazione nel rapporto coi film e col cinema, anche a livello intellettuale, non è solo sbagliato, ma forse perfino dannoso.

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1 commento

  1. That’s a fascinating article! The transformation of cinema that summer was not only a historical highlight, but also a source of inspiration for artists today. Based on my personal experience developing and playing games at Space Waves Game, I see many similarities between how cinema evolved and how modern games are changing narrative storytelling. Thanks for sharing this insight!

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