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di Ivano Mugnaini

Gianluca Garrapa, con L’esercizio di Adam (I Quaderni del Bardo, 2025), secondo classificato al Premio InediTO-Colline di Torino, compie un’operazione narrativa tanto audace quanto inquietante: trasforma il corpo umano in un oggetto da esposizione per indagare l’ultima frontiera della coscienza. Il romanzo, ispirato alle controversie sollevate dalla mostra Body Worlds di Gunther von Hagen, non si limita a esplorare l’etica della plastinazione, ma scava nella vertigine metafisica di un io che sopravvive alla propria materialità, diventando linguaggio puro, spettro cognitivo, virus narrativo capace di infettare corpi altrui e oggetti inanimati.
La trama, nella sua crudezza grottesca, funge da impalcatura per un’indagine filosofica radicale: Adam, scrittore di successo, viene tradito dalla moglie Clara e dal suo migliore amico Sigmund Archer, plastinatore senza scrupoli. Convinto di essere affetto da una malattia incurabile – in realtà un complotto orchestrato con esami falsificati – Adam viene indotto ad accettare la plastinazione post mortem. Ma il tradimento è più profondo: viene plastinato mentre è ancora in coma, ancora vivo. La sua mente, però, non si spegne. Diventa un’entità fluttuante, capace di osservare i suoi carnefici, leggere nei loro pensieri e, infine, orchestrare una vendetta che trasforma l’intera famiglia in una collezione di plastinati riuniti per l’eternità.
La forza del romanzo risiede nella sua architettura narrativa polifonica. Garrapa non si accontenta della prospettiva di Adam: affida la voce a oggetti (il portafiori riparato con la tecnica giapponese del kintsugi, “riparare con l’oro”, p. 9), a fiori (gli anemoni, le orchidee, i narcisi che dialogano con l’infermiera “pazza”), e soprattutto ai plastinati stessi – Arthur e Tanàsia – esposti dietro una vetrina come merce esotica. Questi ultimi, con un misto di filosofia esistenzialista e comicità involontaria, riflettono sulla loro condizione di “farfalle incastonate nell’ambra” (p. 23), prigionieri di un’eternità che non hanno scelto.
La scrittura di Garrapa si muove con disinvoltura tra registri diversi: dalla prosa lirica e rarefatta (“Il tramonto prodigava luce calma sulle cose e il paesaggio accoglieva nel suo grembo il mantello dei colori”, p. 27) al grottesco farsesco del capitolo Il regno di Tanàsia, in cui la protagonista racconta con linguaggio infantile e distorto (“rinazina” per cocaina, “roulette” per roulotte) la propria storia di abuso e plastinazione. Questo sdoppiamento stilistico non è gratuito: riflette la frattura ontologica del romanzo, il divario incolmabile tra la materia (corpo, oggetto) e lo spirito (coscienza, linguaggio).
Il tema centrale – il confine labile tra vita e morte – viene affrontato con una lucidità spietata. Garrapa cita Edgar Allan Poe in epigrafe (“I limiti che dividono la Vita dalla Morte sono, nella migliore delle ipotesi, vaghi e confusi”), ma va oltre l’orrore romantico per interrogare la contemporaneità: in un’epoca di narcisismo digitale e ossessione per l’immagine, la plastinazione diventa l’ultima frontiera del controllo sul proprio corpo. Archer, il cialtrone geniale, sfrutta questa pulsione: “Sono spaventati dalla naturalezza con cui la vita modifica i connotati fisici. Ecco perché per loro è vitale morire al momento giusto: al culmine della bellezza e della vita” (p. 22).
Ma il romanzo rovescia questa logica. La plastinazione non è liberazione dall’oblio, bensì condanna a una coscienza eterna intrappolata nella materia. “Gettati nella morte in vita eterna”, scrive Garrapa con efficacia ossimorica (p. 23). L’orrore non è la morte, ma la sopravvivenza della mente in un corpo che non può più muoversi, sentire, agire – se non attraverso l’incorporazione negli altri, quel “virus” di cui parla Adam stesso: “Mi insinuo in loro come un virus, ecco. Con tutte le conseguenze del caso” (p. 81).
Il kintsugi, la tecnica giapponese di riparare ceramiche con polvere d’oro, funge da potente metafora strutturale. Il portafiori rotto ma riparato con l’oro diventa specchio della condizione umana: la frattura non va nascosta, ma esaltata come parte della storia. Adam, il corpo plastinato, è anch’egli un vaso rotto e ricomposto – ma con un materiale che non permette più la trasformazione, la vita. L’oro del kintsugi celebra la cicatrice; la plastina la congela per l’eternità.
Garrapa dichiara esplicitamente i suoi debiti letterari: cita Francis Ponge e il suo “partito preso delle cose”, ma anche Luigi Malerba (di cui riprende un’epigrafe), e Volponi con Le mosche del capitale. Tuttavia, le sue vere affinità elettive vanno cercate altrove. Nella sua indagine sul corpo come oggetto esposto, Garrapa dialoga con il J.G. Ballard di Crash e Empire of the Sun, dove il corpo diventa paesaggio traumatico. Nella sua riflessione sulla coscienza disincarnata, echeggia il Philip K. Dick di Ubik – non a caso citato ironicamente da Arthur e Tanàsia nella vetrina (“si chiamava Philip K. Dick…” p. 17). E nella sua prosa frammentata, nel flusso di coscienza che si dissolve nei margini della pagina, si avverte l’eredità di uno scrittore come Antonio Tabucchi, maestro nel raccontare gli spazi liminali tra vita e morte.
Particolarmente suggestivo è il riferimento a P.D. Ouspensky (Frammenti di un insegnamento sconosciuto), inserito come intermezzo filosofico (p. 93): “Gli uomini che hanno un corpo astrale possono comunicare l’uno con l’altro a distanza”. Questo passaggio non è un semplice citazionismo erudito: diventa la chiave ermeneutica del romanzo. La “voce extracorporea” di Adam non è un fantasma nel senso tradizionale, ma un linguaggio che si è emancipato dal corpo, un’entità capace di attraversare la materia e insediarsi negli oggetti, nei fiori, persino nei corpi altrui.
Lo stile di Garrapa è ossimorico. Da un lato, nelle sezioni narrate da Adam-plastinato, adotta un minimalismo quasi telegrafico: “Sono Adam e da un anno vivo imbalsamato in casa dietro la scrivania. Sono Adam e come tutti gli oggetti prima o poi anche io sono diventato una cosa” (p. 81). Frasi brevi, ripetizioni ossessive, una sintassi scarna che riflette la condizione di un io ridotto a pura coscienza senza corpo. Dall’altro, nelle sezioni in cui la voce extracorporea si espande, Garrapa si concede a un barocco visionario: “Nella transizione ero cosa e fiore, ero stanza e mare. Adesso sono di nuovo corpo umano morto. Vivo. Ma di un pensiero che non può più stare in nessun altrove” (p. 62). Qui la punteggiatura si dissolve, le metafore si accavallano, il linguaggio diventa esso stesso corpo fluido, materia in trasformazione.
Questa doppia natura stilistica riflette perfettamente il tema centrale: la tensione tra immobilizzazione (la plastinazione) e flusso (la coscienza). Garrapa non sceglie tra le due polarità, ma le fa coesistere nella stessa pagina, nello stesso periodo, creando un effetto di straniamento che coinvolge il lettore nella vertigine metafisica del protagonista.
Il climax del romanzo – la “riunione di famiglia” in cui Archer, Clara e i figli vengono plastinati a loro volta – è un capolavoro di orrore metafisico. Non c’è violenza esplicita, né sangue: solo l’implacabile meccanismo della vendetta di Adam che, attraverso Ambigua (la segretaria complice), trasforma i suoi carnefici in oggetti da esposizione. “Siamo di nuovo una famiglia, come ai bei tempi. / Per sempre” (p. 125). Ma l’orrore supremo sta nel fatto che questa non è una punizione, bensì una riunificazione. Adam non distrugge i suoi nemici: li eleva alla sua stessa condizione di coscienza intrappolata. La vendetta diventa atto d’amore perverso, desiderio di condividere l’eternità con chi lo ha tradito. In questo rovesciamento morale, Garrapa tocca una profondità dantesca: l’inferno non è la separazione, ma la comunione forzata nell’immobilità.
L’esercizio di Adam non è un romanzo facile. La sua struttura frammentata, i continui cambi di prospettiva, il linguaggio spesso criptico richiedono un lettore attivo, disposto a perdersi nei meandri della coscienza disincarnata. Ma è proprio questa difficoltà a renderlo un’opera significativa, con cui venire in contatto, confrontandosi, imponendo a noi stessi bilanci obiettivi.
In un’epoca di transumanesimo e intelligenza artificiale, in cui si dibatte se la coscienza possa essere trasferita su supporti non biologici, Garrapa pone una domanda radicale: cosa resta dell’io quando il corpo diventa oggetto? La sua risposta non è consolatoria: la coscienza sopravvive, sì, ma diventa prigioniera di una materia che non può più trasformarsi. L’eternità non è liberazione, ma condanna a osservare il mondo senza potervi agire – se non come virus, come spettro, come linguaggio che infetta altri corpi.
Con una scrittura che unisce la precisione del saggista alla visionarietà del poeta, Garrapa ha creato un’opera che sta a metà strada tra il thriller metafisico e il trattato filosofico. Un romanzo che, come il corpo plastinato di Adam, ci costringe a guardare oltre la superficie delle cose, verso quell’abisso inquietante dove la coscienza si separa dalla carne e diventa, forse, pura parola. In quell’abisso, come insegna il miglior horror letterario, rischiamo di riconoscere noi stessi: spettri già viventi, anime intrappolate in corpi che un giorno diventeranno oggetti, mentre il linguaggio – forse – continuerà a fluire, eterno e indifferente, oltre la nostra fine.

Ivano Mugnaini è autore, critico e traduttore; scrive su riviste come “Il Quorum”, “Rome Central”, “Quarto Potere”, “Libera il libro”, e “Itinerari Letterari” e ha curato, assieme a Luca Ragagnin e Mauro Ferrari, i “Quaderni Dedalus”, annuari di narrativa contemporanea.

                           
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Autore

vanni.santoni@gmail.com

Vanni Santoni (1978), dopo l'esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L'età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera. Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

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