La pubblicazione di “Partenze” per più di un motivo mi ha riportato alla mente Paul Auster. Come lo scrittore americano aveva annunciato tre anni fa che “Baumgartner” sarebbe stato il suo ultimo romanzo, Julian Barnes ha lasciato capire che “Partenze” potrebbe essere il suo addio alla narrativa. In entrambi i casi, a spingere al commiato è stata la malattia – un tumore – terminale in un caso, cronica e compatibile con la sopravvivenza nell’altro. Paul Auster e Julian Barnes: due autori quasi coetanei, che hanno esordito agli inizi degli anni Ottanta e che si sono visti costretti, dopo oltre quattro decenni di onorata produzione, a salutare il proprio pubblico. Se il primo è effettivamente scomparso pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, ci si augura che il secondo possa rimanere ancora a lungo tra noi.

Ancora, se “Baumgartner” è un racconto crepuscolare che non vuole essere la summa poetica di Auster ma ne mostra semmai i lati più cupi e lascia il lettore un po’ affranto, per “Partenze” il discorso è diverso. Barnes ripercorre i temi cari e cerca di quintessenziarli in una storia che un po’ è la propria e un po’ è quella dei suoi tanti personaggi. Il suo addio è molto più calcolato, calibrato, giustapposto in un gioco di specchi con il tempo davvero molto barnesiano, pubblicato in concomitanza del suo ottantesimo compleanno, un modo per togliere arbitrarietà alla morte, per congedarsi con un lavoro compiuto e non farsi sorprendere dalla fine nel mezzo di un romanzo, un’uscita di scena orchestrata con la certezza che sia impossibile partorire un capolavoro dopo gli ottanta. Benché, confessa ora, sin da giovane abbia scritto ogni romanzo come se fosse l’ultimo (e ancora non sappia dire se questo approccio abbia reso migliore anche uno solo dei suoi libri), stavolta l’aura di definitività è indubbiamente più concreta.

“Partenze” è una meditazione sul potere dei ricordi e sottolinea la centralità della rimembranza in un’opera culminata sì nel romanzo vincitore del Man Booker Prize del 2011 (“Il senso di una fine”, nel quale il peso specifico dei ricordi è quanto mai evidente) ma giunta con “Partenze” ad una chiusura filosofica pressoché impeccabile. È il romanzo di chi non vuole e non sa dimenticare, di chi è abituato a riavvolgere il passato per decifrare il presente, di chi considera ciò che è stato il migliore carburante narrativo. Si tratta di una scelta che sottende, dopo una certa età, anche una spiegazione neurologica. Se la memoria a breve termine inizia a perdere colpi, quella a lungo termine non viene scalfita, perciò ci si rifugia nel «mondo perduto di Allora», per dirla con Baumgartner, non (solo) per abbandonarsi alla nostalgia ma per approdare ad un tempo sicuro e intatto.

Andando in questa direzione, “Partenze” finge benissimo di non essere un romanzo di commiato e con la sua forma ibrida finisce per somigliareanchead un’erudita riflessione sulla scrittura e sull’amore, piena di digressioni e di materiali letterari diversi, un mosaico che a riassumerlo sembra più intricato di quanto non sia. Pur toccando temi pesanti come macigni, e nonostante una struttura non lineare che contempla interruzioni e salti, “Partenze” è un gioiello di leggerezza e il merito è della prosa brillante di Barnes, magistrale equilibrista tra le pagine narrative e quelle saggistico-filosofiche.

Il primo capitolo è un falso inizio, molto simile a un saggio letterario sui diversi tipi di memoria, in particolare sulla memoria autobiografica involontaria, che prende il via dallo strano caso di un quarantenne con i postumi di un ictus emorragico posterotalamico sinistro che dopo aver assaggiato una crostata di mele inizia improvvisamente a ricordare tutte le crostate mangiate nel corso della sua vita in rigoroso ordine cronologico – un’iperbole del «leggiadro sussulto registrato da Proust a causa della madeleine». È il secondo capitolo che introduce i personaggi di Stephen e Jean, che si conoscono e si innamorano ventenni a Oxford grazie al comune amico Julian Barnes, tranne poi vedere la loro storia giovanile imitare, naufragando, quasi tutte le storie d’amore giovanili. È un plot grossolano e sfilacciato, ma è pur sempre un plot ed è l’unico rintracciabile nel libro. Al suo interno c’è poi un buco di quarant’anni, tanto è il tempo che passa tra il primo e il secondo innamoramento tra Stephen e Jean, che ormai anziani si incontrano di nuovo grazie allo scrittore, lui con alcuni insuccessi alle spalle e un figlio dall’altra parte del mondo, lei fiera, indipendente e senza vincoli.

Se è difficile spiegare la follia umana che spinge a volte a replicare ciò che già non ha funzionato in precedenza, il tentativo di Steph e Jean, per quanto arrivi in tarda età, per quanto consapevole e maturo, appare paradigmatico della coazione a fallire a cui ci arrendiamo quando forziamo il tempo a riavvolgersi su se stesso. La storia di Steph e Jean, che con ogni probabilità è pura fiction benché nel libro si affermi il contrario, è in realtà la metafora della vecchiaia e dell’approssimarsi all’epilogo. Una storia che ha un inizio e una fine con un buco di quarant’anni in mezzo somiglia alla vita di un anziano uomo di lettere, che si sclerotizza sulla realtà contingente delle sue terapie, delle sue ossessioni e delle sue più stringenti necessità e che contemporaneamente inizia a ricordare i minimi dettagli di un tempo lontanissimo, lasciando scoperto tutto quello che c’è nel mezzo, l’età adulta insomma, come se il suo svolgimento fosse d’improvviso privo di importanza. Guarda caso, i quattro decenni di produzione letteraria di cui si diceva all’inizio coincidono perfettamente con il buco e finiscono per scolorire come un’epoca tutto sommato trascurabile nel momento in cui a prevalere sono la vecchiaia e il suo paradossale impeto neuropsicologico nel rintracciare ricordi sopiti da anni o nell’inventarne di nuovi.

La parte finale è più rilassata, contempla parentesi, dilazioni, partenze diverse e non ha fretta di arrivare alla conclusione. Julian eredita il Jack Russell di Stephen e Jean, il vivace Jimmy, invidiato perché inconsapevole della propria mortalità, anzi inconsapevole persino del suo essere un cane; ricorda alcuni amici passati a miglior vita, tra i quali lo scrittore Martin Amis e l’editrice Carmen Callil, e le ultime battute scambiate con loro; si convince che la malattia semplicemente accade, segno dell’universo che fa il suo lavoro; pur colpito da uno dei motti di Jean («la felicità non mi rende felice») continua a cercare la felicità e a riconoscerne gli indizi.

Dotato di un ritmo quasi jazz e di dialoghi sempre arguti, “Partenze” rimane attaccato al lettore anche grazie ad un’ironia dall’irresistibile gusto british. Tante le battute indimenticabili, su tutte l’eccezionale «Ti piace rischiare con le vite degli altri. E in fondo non è questo che fa un romanziere?»; oppure la freddura su Proust, inevitabilmente il romanziere più citato: «C’è parecchio Proust in questo libro, mi accorgo. E dire che non sono nemmeno proustiano. Ma forse si vede, perché, come è appena successo, lo nomino essenzialmente per dissentire».

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Autore

pierluigilucadei@minimaetmoralia.it

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d'autore» (Galaad, 2014) e «Letture d'autore» (Galaad, 2016).

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