Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.
“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.
Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.
9. OH, MADRE
“Non credi che forse dovresti metterti subito a cercare qualcosa? Vai al centro per l’impiego. Oppure potremmo chiedere a tuo padre se conosce qualcuno.” Ambra usava sempre il plurale quando cercava di convincere Luca a fare qualcosa che le pareva ragionevole, come se includere un numero più ampio di persone nel discorso potesse rappresentare un ulteriore sostegno al suo sforzo di persuasione. E poi c’erano i forse, i condizionali, le cautele che camuffavano però una decisione già presa. Le apparenze avevano sempre marciato contro quella coppia: suo padre appariva stentoreo, mentre in realtà era un uomo tranquillo, gioviale e remissivo. Sua madre invece aveva tutta l’aria della donna docile, con il suo sorriso cordiale e le sue maniere accomodanti, quello sguardo come sofferente, meditabondo, ma in realtà indagatore, attento, che mascherava al contrario una grande forza di volontà e un’intelligenza ben superiore a quella del marito.
Non che Giovanni mancasse di carattere, ma il percorso imprevedibile che aveva preso la vita di Ambra con la sua relazione extraconiugale era diventato per Luca un simbolo di libertà e auto-affermazione. Non esistono strade dritte, ne era consapevole, ed era consapevole anche di come dietro a qualsiasi stereotipo ci fosse un’infinita combinazione di increspature, di invisibili moti dell’anima. Ecco, sapeva che le persone nascondono mondi, ma esplorare quei mondi, convincersi ad affrontarne la complessità e farsene carico, poteva richiedere una forza di volontà, o una fantasia, che era proprio ciò che faceva la differenza.
La telefonata di sua madre aveva incalzato Luca prima che lui potesse prepararsi ad affrontare adeguatamente la sua nuova condizione – era un disoccupato – dandole forma nella mente. “Mamma, mi hanno licenziato. Non era il lavoro che faceva per me. E il capo era uno stronzo.”
I genitori di Luca erano convinti che tutto potesse essere risolto con un po’ di buona volontà e la loro ramificata ed estesa rete sociale. Grazie a quella risorsa segreta Ambra manteneva in vita l’inesauribile rassicurazione di poter fare la sua parte, di poter mettere ordine a un caos soltanto apparente, momentaneo, casuale. Luca invece sentiva che la sua condizione era segnata dall’ineluttabilità delle condizioni strutturali proprie della sua epoca. La sua generazione, i suoi amici, non avevano altro orizzonte che quello: occupazioni a scadenza, impieghi trovati come si trovano due euro a ridosso di un marciapiede, che culo! Così la sua improvvisa disoccupazione smetteva di essere un dramma o una sciagura, ma un accadimento naturale al quale sarebbe stato meglio abituarsi.
Non aveva grande esperienza nel mondo del lavoro, se non fosse stato per i lavoretti stagionali estivi o qualche ingaggio (da volantinatore, da archivista, da rilevatore per il censimento) per sostenersi un po’ più dignitosamente durante la stagione universitaria. Il presente, tuttavia, lo riguardava in un modo di cui non si poteva aver paura, visto che era una roba in cui era immerso. I suoi genitori, invece, vedevano il dispiegarsi della contemporaneità come una strana piaga che non si accordava ai ritmi, al respiro del loro tempo. Ora Luca capiva il verso della canzone di Lindo Ferretti, “Non si teme il proprio tempo, è un problema di spazio.” Luca non aveva altri spazi da sondare, non c’erano altre possibilità a disposizione: la vita era questa, punto. Si poteva essere critici, si poteva essere schifati, ma averne paura no. Bisognava vivere secondo le regole del gioco, e se andava bene provare a fare qualche salto per avvantaggiarsi quel tanto che bastava.
“Insomma, ti sono rimasti dei soldi? Riesci a pagare l’affitto?” Quello era ovviamente un problema. Il padre di Giorgio, proprietario dell’appartamento in cui vivevano i due, era molto esigente in termini di scadenze: per quanto a Luca fosse concesso di pagare una cifra abbordabile, allo scoccare del primo del mese il padrone di casa si aspettava una busta – rigorosamente in nero – contenente la quota mensile patteggiata. “Questo mese non ho problemi, ma’. Per il prossimo mi organizzo e vedo di trovare qualcosa. State tranquilli.”
“Possibile che un laureato non trovi lavoro? Dovresti fare il giro di tutte le aziende per vedere se hanno bisogno di qualcuno che sia esperto nel tuo campo. Pensa che oggi c’è gente che si occupa solo di gestire i social network.”
“Lo so ma’, facevo quello a Torino. Ma non è che si sta seduti a mettere mi piace ai commenti. C’è tutta una strategia dietro. Si analizzano i dati, le tendenze…”
Sua madre ne approfittò per tornare su un suo vecchio cavallo di battaglia. “Ecco, ma perché non cerchi qualcosa a Torino? Lì c’è sicuramente più scelta. E poi c’è Clara. Come sta Clara?”. Luca non voleva parlare di Clara, poteva discutere per ore del suo lavoro perduto ma di Clara no, assolutamente no.
“Clara sta bene, grazie. Ti saluta.”
Non era vero. Non parlava mai dei suoi genitori con lei perché voleva tenerla a debita distanza. Non voleva trovarsela in qualche foto di famiglia come un ectoplasma. E ora non voleva coinvolgere la sua famiglia nello sgretolio della sua relazione. Era stato licenziato. Una cosa per volta. Si sentì uno schifo. “Perché tratto così di merda le persone?” si chiese mentre sua madre si assicurava, con discrezione ma con la solita volontà di indagare a fondo la questione, che tutto tra loro andasse bene.
Liquidò sua madre dicendo che aveva da fare e si ritrovò nella sua stanza. Lo spazio aperto che per un attimo si era prestato alla sua fantasia era tornato ad essere uno spazio vuoto. Si trovò a pensare che sua madre, alla sua età, non solo era sposata, ma aveva un lavoro e anche tutta l’intenzione di tenerselo. All’età che lui aveva adesso i suoi progetti non riguardavano soltanto i film da guardare dopo cena, ma la costruzione di qualcosa. Luca, quel qualcosa, lo rifiutava ma ne sentiva anche una sorta di nostalgia. Mettere su famiglia non era certo una prospettiva che lo appassionava, ma la capacità di plasmare la propria vita come un progetto e non come una serie di accadimenti disgiunti e casuali non gli sembrava così male.
Il problema è che tutti i suoi sogni erano raffazzonati ed astratti: trovava caricaturale l’entusiasmo che molti suoi coetanei riversavano nelle loro passioni così abbottonate. Tutti gli orizzonti verso cui si sentiva proteso erano stupidi sogni a occhi aperti. Accese lo stereo e fece partire una canzone. La canzone era un gelido sibilare di sintetizzatore che conduceva lentamente a un crescendo esplosivo. Il personaggio del testo percepiva la sua stanza come una cosa vivente, con le tubature che gorgogliavano dietro ai muri e la corrente elettrica che sfrigolava lungo i cavi e nei filamenti incandescenti delle lampadine. Fuori c’era il mondo, freddo, e dentro c’era un universo vicinissimo di ricordi da cui stare lontani. “And the wires conduct / And the water runs down to the sea / But stay away from the drink / Stay away from the diaries.”
No, quella canzone non andava bene per lui, non in quel momento. La sua indisponibilità emotiva lo rese ancora più insofferente e ostile. Cosa voleva? Non lo sapeva. Sapeva solo che prima o poi avrebbe dovuto mettere a posto alcune cose. Risolvere la storia senza capo né coda con Clara. Trovare un lavoro decente e uno stipendio sensato. Magari levarsi da quell’appartamento schifoso. E poi portare a cena Laura. Con che soldi, cazzo? Il lavoro fa schifo ma le cose costano. “Doesn’t matter, doesn’t matter”, concludeva la canzone che rimbalzava tra le pareti. Esatto, non importa. Almeno oggi. Domani si vedrà. Luca spense lo stereo, non ne voleva più sapere di quei suoni. Si spogliò, provò a stimolarsi toccandosi svogliatamente, ma non funzionò. Quindi si mise l’accappatoio e si diresse verso il bagno. Una doccia calda l’avrebbe sicuramente smosso. E gli restava ancora del fumo: fino a cena era sistemato. Come prospettiva era più che abbastanza.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
