Con doppia uscita settimanale, minima et moralia vi propone la pubblicazione a puntate del romanzo “Aosta City Blues” di Matteo Castello, accompagnato dalle illustrazioni di Edoardo Meda.

“Aosta City Blues”, originariamente pubblicato nel 2021 e ora profondamente rimaneggiato e rinnovato, racconta la storia di Luca che, dopo gli studi universitari, torna nella sua città natale affrontando le difficoltà e le frustrazioni della vita di provincia.

Tra lo sforzo di inserirsi in un contesto estraneo e la riscoperta di una nuova identità, il mondo locale offre un’improbabile e grottesca svolta fanta-politica: l’occupazione del palazzo della Regione da parte di un gruppo di indipendentisti di estrema destra.


10. POST-SCRIPTUM

Quando suonò il campanello, verso le dieci e mezza del mattino, Luca era ancora addormentato. Aprirà Giorgio, pensò senza realizzare pienamente che ora fosse. Il campanello suonò un’altra volta, così Luca si convinse a vedere quale fosse il motivo dietro tanta insistenza. Era mezzo nudo e rinunciò all’idea di infilarsi pantaloni e maglietta. Si avvoltolò il lenzuolo sopra le spalle e andò alla porta. “Luca, come stai?”

Era già passata una settimana dal licenziamento e fino ad allora era a malapena uscito dalla sua stanza. Il postino alla porta era Aldo, un vecchio collega del centro di smistamento. “Scusa il disturbo, ma ho visto il tuo nome sulla busta e ho pensato di vedere come te la passavi. Che bastardi.” Quel ragazzo era appena più grande di lui, eppure aveva l’aria consumata e dignitosa di un lavoratore tutto d’un pezzo. Era leggermente stempiato e mostrava una professionalità che Luca si sognava. Si era sempre sentito impacciato e timoroso di recare un disturbo gratuito e non necessario ogni volta che suonava un citofono. Aldo invece faceva il suo lavoro con calma e aveva anche trovato il tempo per fermarsi a fare due chiacchiere. Luca sciolse il grugno stropicciato e simulò un sorriso.

“Ciao, va tutto bene, grazie. Quindi… c’è posta per me? Sarà la comunicazione dell’azienda”. Aldo gli porse invece una busta colorata che si distingueva nettamente da tutte le altre nel mucchio. Era di carta riciclata e al tatto risultava piacevolmente ruvida.

“Non credo, pare più una lettera d’amore. Bravo Luca!”

Quel tono così amichevole lo destò per un attimo. “Senti, vuoi un caffè?” Proposta stupida. “No grazie, sto lavorando e ho ancora un sacco di buste da consegnare. Sai, il PDM non si ferma mai…”

Luca fece per chiudere la porta, poi si ricordò che sarebbe stato opportuno aggiungere qualcosa a quello scambio così unilaterale. “…E tu come stai?”

Il postino si fermò un attimo sul pianerottolo, qualche scalino più in basso.

“Tutto bene. Si lavora. Non è il massimo ma sono appena diventato papà. Si chiama Lucia. Per lei lavoro volentieri. A presto Luca, fammi sapere se ti serve qualcosa”.

Luca ricambiò il saluto e chiuse la porta, pensando che quel tipo cordiale di cui sapeva così poco poteva essere uno dei motivi per cui, forse, quel lavoro non gli sarebbe pesato più di tanto. Ci si abitua a tutto, e l’abitudine smussa gli spigoli. Dovevi soltanto tenere duro, si disse Luca tra sé e sé, poi magari sarebbero arrivate la dimestichezza, la professionalità, il distacco compito di Aldo. Avresti avuto anche tu il tempo di concentrarti sulle persone.

Quella busta bizzarra interruppe le sue elucubrazioni: l’aveva per un attimo dimenticata tra le dita, ma ora la sua presenza si faceva secondo dopo secondo più ingombrante. Si diresse verso camera sua: era ancora buia, le tende pesanti facevano filtrare pochissima luce e davano alla stanza l’aspetto di una tana. La luce entrò prepotente quando le scostò da un lato facendole scorrere lungo l’asta. Luca si sistemò sul letto, con il lenzuolo ancora attorcigliato al corpo a mo’ di sudario. Stracciò delicatamente l’involucro, come se avesse a che fare con una reliquia. Poi tirò fuori i fogli piegati con cura, e cominciò a leggere.

“Ciao Luca,

oggi splende il sole e fa abbastanza caldo, sono in maglietta con la finestra della cucina aperta, e il rubinetto gocciola pian piano, ma il rumore costante delle gocce d’acqua non mi dà fastidio, anzi mi tranquillizza con un ritmo regolare di cui sento di aver bisogno.

Come mai ti scrivo queste cose? Sai che c’è? È da settimane che ho in mente questa lettera. L’ho scritta e riscritta decine di volte e ogni volta ho stracciato tutto quanto, il cestino è pieno di carta straccia. Quindi ho deciso che avrei iniziato a scrivere di tutto tranne di quello di cui vorrei veramente parlarti, così da sbloccare un flusso che non mi lascia dormire e che sono sicura che tu accoglierai con la solita naturale indifferenza. Sono cattiva, non sei indifferente, sei solo talmente concentrato su te stesso che non ti accorgi delle esigenze degli altri, non ti accorgi delle mie esigenze. Forse non lo fai nemmeno apposta. Però sei buono e sai essere dolce, lo sei stato tante volte e mi piaceva scambiare un po’ della mia vita (ne avrei scambiata di più, sai?) con il tuo carattere profondo, delicato, seppure scostante e intransigente. Ora hai finito il tuo percorso e pretendi che con la tua esperienza da universitario debba finire tutto il resto, debbano finire i tuoi amici, dobbiamo finire noi due, che forse non siamo nemmeno mai iniziati. Sei così, vuoi che la tua realtà mentale e la realtà che hai attorno coincidano, vuoi tagliare il mondo secondo le demarcazioni nette che produce la tua mente. Hai creato questo strappo tra noi per gestire meglio una situazione problematica, forse. O forse avevi in mente di farla finita con la nostra relazione e hai semplicemente trovato un modo per non prendertene pienamente la responsabilità. “Trovami un modo semplice per uscirne” è il titolo di una canzone che ti piaceva, vero? Però questo caldo, questa maglietta leggera, la mia pelle bianca che freme al tepore di questo anticipo di bella stagione, il ritmo vitale di cui tu mi parli sempre (sembra che tu non possa vivere senza i continui stacchi ritmici che ti imponi, non sai mai regalarti pace, costanza), be’ dicevo, tutte queste cose mi fanno sentire viva, e per me essere viva significa condividere le esperienze, non imporsi delle barriere o delle gabbie con l’illusione che la solitudine possa garantire un’esperienza esclusiva, più vera, più autentica del mondo. Non riesco a parlare come te e non voglio parlare come te, non è il mio modo di essere.

Torno a scrivere dopo qualche ora di pausa. Prima volevo dirti: vorrei condividere con te questa stanza, vorrei abbracciarti e riprendere a fare le cose che hanno reso i nostri momenti insieme speciali, a loro modo: le lunghe chiacchierate, anche quelle che finivano con i nostri soliti litigi mortali, le serate in bici a Torino, quando sembrava che la notte non dovesse finire mai, le bevute, le carezze, la tua semplice presenza. Però poi ho pensato che non ho più voglia di condividere queste cose. Sarei disonesta a dirti che non mi manchi. Però stare con te era una sfida continua, nonostante spesso riuscissi a convincermi che non fosse così. Eppure, da quando non ci vediamo più mi sento stranamente leggera, meno in colpa (di cosa? Non so dire con esattezza, ma è come se la tua lontananza sia un modo per scaricare la colpa su chi è rimasto, su chi ha continuato a fare ciò che voleva – o doveva – fare, mentre tu ti sei imposto l’obbligo di tornare a casa, quella casa di cui o non parlavi, o ne parlavi come dell’ultimo posto dove avresti voluto vivere). Quindi ecco che c’è: mi manchi ma sto ritrovando me stessa grazie alla tua assenza, mi sto riscoprendo, e non sto per niente male se devo essere sincera. La mancanza è come una malattia, passerà. Resterò io, più forte di prima.

Scusa se il mio ti suonerà come uno sfogo, ma sento il bisogno di tirare fuori quello che sento e che per settimane mi ha fatto stare male. Io ti voglio bene, Luca. Ti suonerà strano dopo le cose che ti ho scritto ma è così. Vorrei vederti, prima o poi, magari una volta che l’astio si sarà placato, dopo che tutto sarà tornato alla normalità, quando la nostra esperienza, passando, avrà fatto sedimentare nei ricordi solo i momenti belli. Voglio ribadirti però una cosa: per me vivere significa non costringermi a rinunciare a ciò che amo, non forzarmi a cercare la mia strada attraverso la rinuncia. È più facile vivere un’esperienza alla volta, te lo dico con molta sincerità. Sei in una fase difficile della tua vita, lo capisco, mentre io sono ancora presa dal continuo sballottamento dei miei studi, dei miei compagni di corso, degli esami, delle strade aperte che voglio considerare senza farmi troppi problemi (l’anno prossimo andrò all’estero per sei mesi, te ne avevo parlato e ricordo che la cosa ti aveva rattristato, poi avevi minimizzato come sempre). Per te l’ambizione è sospetta, sembra una scelta del tipo “o la borsa o la vita”, mentre invece è ciò che rende speciale una persona. Dicevo: senti di avere di fronte delle alternative mutualmente escludenti. O la tua vita, le tue scelte, oppure stare insieme a me, stare insieme a me come se fossi un ostacolo posto tra tutte le possibilità che rischieresti di non considerare se dovessi limitarti a spartire una casa assieme (che difficoltà ci sarebbero?), se dovessi condannarti a rispettare i miei tempi, se dovessi addirittura rimanere solo per qualche mese per una scelta non tua (le persone sono le stesse ovunque, perché dovresti andare in un altro paese, mi hai detto: invece no, viaggiare vuol dire maturare, vuol dire migliorarsi, ma per te migliorarsi è investire, e investire è un atto colpevole, interessato, opportunista… ma il mondo è fatto di opportunità!).

Mi dispiace, continuo a perdere il filo, dovevo dirti tante cose. Perché con una lettera, ti chiederai? La risposta è semplice: primo perché fai il postino. Secondo perché così non puoi interrompermi, non puoi giocartela con la tua dialettica che mi ha fatto innamorare e che ogni volta usi per portare le nostre discussioni su lidi irrealistici, estendendo i disaccordi fino all’infinito senza arrivare mai al punto. Ora però arrivo a una conclusione, alla sentenza, visto che sono una giurista. Non vediamoci più. È finita, avevi ragione tu e avevo ragione io, oppure non aveva ragione nessuno dei due. Non dovrai telefonarmi, trovare scuse. Ti lascio provando una grande tristezza, ma sono decisa, ci ho pensato molto. Le nostre strade non combaciavano e spero di risparmiarti una fatica (ti immagino mentre pensi a come fare, a quando sentirmi, a cosa dirmi). Non ti dirò restiamo amici, perché non ci credo. Ti dirò però che ti rispetto, e che questa lettera è una prova di fiducia e considerazione nei tuoi confronti, un modo per farti avere un pezzo consistente di me e delle mie ragioni, non dei pezzettini monchi e incompleti di frasette a occhi bassi, di parole masticate con rabbia o rancore. Questa sono io, quello che leggi sei tu. Sono stata dura, lo ripeto, ma anche in questo caso te lo dovevo. Sarebbe stato inutile mascherarmi, sarebbe stato come ingannarti, trattarti da bambino. Non telefonarmi, non scrivermi. Sentiamoci tra sei mesi, o tra un anno. O tra dieci, come in quel film. Facciamo passare il tempo e riscopriamoci come persone nuove.

Un abbraccio e un ultimo bacio, caro Luca.

Sono con te e con me. Con me, finalmente.

Clara

P.S. Ti dedico una canzone che mi è sempre piaciuta molto, più l’originale che la versione moderna che tu preferivi. Anzi, la dedico a tutti e due, in questo caso uniti in un ultimo ballo intimo, immaginario, ma dolce.

Isn’t it a pity

Isn’t is a shame

How we break each other’s hearts

And cause each other pain

How we take each other’s love

Without thinking anymore

Forgetting to give back

Isn’t it a pity.”

Luca chiuse la lettera ripiegandola con le mani tremanti. La rimise nella busta e la chiuse nel cassetto della scrivania accanto al letto, sotto la robaccia dimenticata lì dentro da mesi. Di una cosa era certo: non voleva più trovarsela tra i piedi, non voleva incappare nella sua presenza neanche per sbaglio, magari cercando le sigarette o rovistando tra le monetine abbandonate. Si sentiva come un animaletto da compagnia travolto per sbaglio dall’auto dei suoi padroni. In un attimo tutto quanto, il licenziamento, il vecchio Chiabloz, la rissa al pub, i suoi genitori, il pugno al naso preso da ragazzino, il pensiero di Clara, gli occhi di Laura, il ricordo dell’università, il vuoto del futuro, si raggrumò nel bel mezzo della fronte, a circa un centimetro di profondità, e esplose. Si mise la testa tra le mani e iniziò a singhiozzare come un bambino.

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