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Sono in tanti a osservare il culto dei film mai realizzati; mancano seguaci, invece, per quello dei film che avrebbero anche potuto essere molto diversi. Il lungo addio (The Long Goodbye, 1973) è un caso esemplare: i registi Howard Hawks e Peter Bogdanovich vennero contattati ma si tirarono indietro, prima che il copione arrivasse sulla scrivania di Robert Altman; agli attori Lee Marvin e Walter Matthau venne offerto un ruolo da protagonista ma rifiutarono, prima della fortunatissima scelta di far vestire a Elliott Gould i panni del detective privato Philip Marlowe. Oggi che questo capolavoro compie 50 anni esatti, è bene ricordare con quanta facilità le cose sarebbero potute andare in un altro modo; con quanta facilità Marlowe avrebbe potuto non possedere mai un gatto.

Nel romanzo Il lungo addio di Raymond Chandler l’incontro che funge da innesco alla trama, tra Philip Marlowe e il suo amico Terry Lennox, viene raccontato dal primo così: “Quando si è presentato erano le cinque del mattino e cominciava appena ad albeggiare. Il trillo insistente del campanello di casa mi ha tirato giù dal letto. Ho arrancato per il corridoio e il soggiorno e sono andato ad aprire. Aveva l’aria di uno che non dormiva da una settimana. Portava una giacca leggera con il bavero rialzato e sembrava scosso dai brividi. Aveva un cappello scuro di feltro calato sugli occhi. Nella mano stringeva una pistola” (traduzione di Gianni Pannofino, Adelphi 2022). Nel film Il lungo addio di Robert Altman invece Marlowe, all’arrivo di Lennox, è sveglio da un pezzo: a tirarlo giù dal letto ci aveva già pensato il suo gatto, reclamando qualcosa da mangiare. Il felino ha gusti sofisticati, si nutre solo del mangime di un certo marchio, che però in casa è terminato. Marlowe allora è costretto a uscire, prende la macchina, raggiunge un supermercato aperto di notte, e il mangime giusto comunque non lo trova. Ne acquista un altro, torna a casa e si chiude in cucina, per nascondere al gatto l’inganno che ha in mente: trasferire il mangime appena comprato in una scatola vuota del marchio prediletto. Il gatto però non ci casca, e rifiuta il pasto.

La sequenza, che dura dieci minuti buoni, appare inspiegabilmente lunga per un gatto – assente nel romanzo e persino nel copione, inconcepibile al fianco di qualsiasi altro Marlowe cinematografico, a partire dall’Humprey Borgart di Il grande sonno (The Big Sleep, 1947) – che non avrà alcun ruolo nella storia. Eppure Altman gli dedica ampio spazio in apertura e lo rievoca nel finale, come a chiudere un cerchio, anche se bisogna vedere il film in versione originale per accorgersene. Durante il confronto al termine del quale Marlowe uccide il suo amico, stravolgendo il finale del romanzo (una scena a cui Altman teneva al punto da volere, nel suo contratto, una clausola in cui venisse messo nero su bianco che non sarebbe mai stato cambiato), nella versione doppiata in italiano Lennox dice: «Il solito Marlowe, non imparerai mai, perdi sempre»; e Marlowe, prima di sparargli, risponde: «Non questa volta». Ma le battute originali rispettivamente erano «That’s you, Marlowe, you never learn, you’re a born loser» e «Yeah, I even lost my cat», perché effettivamente poco prima, al suo ritorno a casa, il gatto era sparito, e “cat” è dunque addirittura l’ultima parola che viene pronunciata nel film.

Altman confida a David Thompson di essersi ispirato a un gatto di cui aveva sentito parlare. «[L’idea] me la diede un mio amico che mi aveva raccontato che il suo micio mangiava un solo tipo di cibo per gatti. È un commento all’amicizia e si collega con il finale, perché Marlowe considerava Terry Lennox un suo grande amico e lui a un certo punto scompare» (Altman racconta Altman, traduzione di Rosaria Contestabile, Feltrinelli 2010). L’introduzione del gatto, dunque, serve a comunicare il tema principale del film, che è l’amicizia e più nello specifico l’amicizia tradita, ma è anche un espediente per costruire un mood. In un film che mira a fare una satira del genere noir (come proverà a rendere più esplicito, dopo l’iniziale flop al botteghino e senza grandi risultati, la seconda locandina del film, realizzata da Jack Davis con le caricature dei personaggi principali), il gatto – così come le vicine di casa, sempre molto poco vestite – ha infatti il compito di dipingere Marlowe come un uomo solo; e non semplicemente solo, ma solo perché fuori dal tempo. La solitudine di Marlowe ha qualcosa di esistenziale e persino di fantastico, proprio nel senso del genere cinematografico al quale appartiene, per dire, Ritorno al futuro (Back to the Future, 1985).

Prima che ci pensasse Robert Altman, a nessuno era mai venuto in mente di togliere Philip Marlowe dal suo ambiente naturale, vale a dire gli anni Quaranta. Basti confrontare L’ombra del passato (Murder, My Sweet, 1947) di Edward Dmytryk con Marlowe, il poliziotto privato (Farewell, My Lovely, 1975) di Dick Richards, entrambi tratti da Addio, mia amata, un altro romanzo di Chandler. Il primo, girato prevalentemente in interni, mostra bene quanto alle origini il noir – un genere nato in un periodo in cui tanti autori europei di origini ebraiche, come Fritz Lang, Billy Wilder, Otto Preminger o Roger Siodmak, si erano appena trasferiti negli Stati Uniti – fosse un genere influenzato dall’espressionismo tedesco (chiara in questo senso è, ad esempio, la sequenza in cui Marlowe viene drogato, visivamente molto meno interessante nel film del 1975). Il secondo offre invece numerose scene girate in esterni (nel finale Marlowe prende persino un motoscafo), e rappresenta alla perfezione il modo in cui il genere evolve a partire dagli Settanta: lasciando fuori in larga parte il cinismo e il disincanto, la psicologia e le ambiguità morali dei personaggi, e facendo entrare al loro posto il mondo – ecco allora la corruzione delle forze dell’ordine o il trattamento riservato alle minoranze africane e orientali, temi del tutto assenti nel film del 1947, rispetto al quale inoltre cambia il finale, compaiono altre location, vengono aggiunti alcuni personaggi e ne vengono tolti altri. I due film, insomma, nonostante siano adattamenti cinematografici dello stesso romanzo, non potrebbero essere più diversi. Un solo punto fermo li accomuna: l’ambientazione negli anni Quaranta (a scanso di equivoci richiamati, nel film del 1975, da continui e altrimenti inutili riferimenti alle imprese sportive di Joe DiMaggio).

Il lungo addio mostrava invece, per la prima volta, come Marlowe potesse ancora essere un personaggio contemporaneo; ma lo faceva in una maniera un po’ crudele. «Decisi di chiamarlo Rip Van Marlowe, per dare l’idea di uno che avesse dormito per vent’anni, per poi risvegliarsi e vagare in un paesaggio da inizio anni Settanta, cercando però di appellarsi a una morale di un’epoca precedente. Lo feci andare in giro in abito scuro, camicia bianca e cravatta, mentre gli altri bruciavano incenso, fumavano spinelli, giravano in topless, mangiavano solo cibo sano, facevano ginnastica e cercavano di essere fichi», racconta Robert Altman, sempre a David Thompson. In tutto il film Marlowe dà proprio la sensazione di essere un visitatore proveniente dal passato; la sua condizione appare assoluta, e perciò immutabile; notare come sia l’unico personaggio che fuma sigarette (accendendo fiammiferi sulle superfici più impensabili) può risultare straziante; ma a chi non è mai capitato di sentirsi in anticipo o in ritardo rispetto a qualche episodio della vita, oppure al proprio tempo? Sono forse tutte qui, la modernità, la forza e la magia del Marlowe di Altman.

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2 commenti

  1. Ho letto da poco il romanzo di Chandler, mentre di Altman ne ho scritto durante gli anni di studio post universitari, con un focus sul riadattamento dei racconti di Carver in “American Shorts”. È stato bello ritrovare in queste righe traccia di un regista credo ingiustamente dimenticato. Sì, era un classico di Altman andare alla sostanza delle parole scritte senza essere fedele in tutto e per tutto alla pagina. Stravolgere senza però mai perdere di vista la volontà dell’autore. Non mi resta che guardare il film allora.

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Autore

g.nicoli@minima.it

Gilles Nicoli è nato a Roma sette giorni prima che Julio Cortázar morisse a Parigi. Scrive soprattutto di libri, cinema e videogiochi.

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