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no larrain

Questo pezzo è stato pubblicato sul n. 25 di Artribune.

No (2012), terzo film della “trilogia della dittatura” di Pablo Larraìn, è anche il più complesso e affascinante della serie. Se il regime di Pinochet era restituito ai suoi albori con un’atmosfera visiva lugubre e funeraria in Tony Manero (2008) e soprattutto in Post Mortem (2010), in questo caso la sua fase crepuscolare – coincidente con il famoso referendum sulla sua presidenza indetto nel 1988 – viene restituita con inquadrature colorate, sovraccariche.

I cadaveri che si accumulavano per le strade grigie e plumbee nel secondo capitolo (memori forse de I cannibali, 1969, di Liliana Cavani) lasciano lo spazio a un tipo di minaccia visiva molto più ariosa, frenetica, convulsa. Il formato 4:3 e la qualità sgranata delle immagini, impiegati nominalmente per creare un effetto di continuità con gli spot reali e gli altri documenti storici televisivi, configura un approccio sorprendente alla storia e alla memoria. Il look “anni Ottanta” è infatti un varco per penetrare quella che è una transizione storica, non solo cilena ma di tutto l’Occidente. René Saavedra, il giovane, scapestrato e coraggioso pubblicitario assunto a guidare la campagna del NO, è il veicolo di questa transizione e al tempo stesso il perno dell’intera narrazione.

Il suo coraggio è diversissimo da quello esibito dai padri della sinistra e dai giovani resistenti, che insistono prima attoniti poi infuriati alle sue proposte comunicative animate da una leggerezza e da una spensieratezza spiazzante. Lo accusano immediatamente, infatti, di rimuovere le colpe e le responsabilità, la durezza del quindicennio di dittatura e i crimini commessi. Solo che i “loro” spot risultano respingenti, inguardabili, luttuosi. Il dilemma che si pone fin da subito è quella tra la testimonianza di una posizione, con la consapevolezza di essere condannati a perdere, o il tentativo spregiudicato di vincere con ogni mezzo espressivo a disposizione.

La sfida di Saavedra è dunque quella di sfuggire continuamente allo schema rappresentativo e recitativo costruito per anni dalla distopia per l’opposizione e la resistenza, un conflitto preordinato, per allestire un conflitto all’insaputa dell’avversario, per così dire. Un conflitto, cioè, basato su parametri, regole, convenzioni sconosciute perché inediti: le convenzioni di un mondo nuovo.

La comunicazione punta dritta alla semplicità, anche a costo di una certa semplificazione, allo scopo di spedire il messaggio al maggior numero di persone possibile e di renderlo soprattutto attraente. L’effetto del NO con l’arcobaleno, l’effetto di un Cile del futuro immaginario costruito interamente “come-lo-spot-di-una-bibita”, l’effetto del coinvolgimento progressivo di artisti, cantanti, attori famosi, è quello di rendere sempre più grigia, ottusa e respingente la realtà politica, e persino sociale, del regime: di farlo apparire per ciò che è, noioso e obsoleto prima ancora che crudele. La campagna di Saavedra costruisce sapientemente – passo dopo passo, trasmissione dopo trasmissione – un desiderio che prima non esisteva, o esisteva in forma sopita, una domanda per un’offerta di là da venire.

Gli avversari – guidati da un Guzmàn interpretato dallo stesso Alfredo Castro protagonista dei primi due film, che quindi incarna perfettamente la trasformazione stessa della nazione lungo gli anni Settanta e Ottanta, la sua paura e la sua paralisi – non possono vincere. Perché più cercano di imitare la freschezza e la positività, più lasciano emergere l’immobilismo, la pesantezza e la stupidità della dittatura: è come se la morte goffamente tentasse di simulare la vita. (“Tutti aspirano a essere ricchi: ma non tutti lo diventano, solo qualcuno. È impossibile perdere quando tutti aspirano a essere quel qualcuno”, dice a un certo punto uno dei pubblicitari del regime.)

Il risultato è impietoso, e l’intelligenza del NO diventa passo dopo passo qualcosa di inafferrabile, proprio perché dà forma a un’aspirazione. La scelta proposta, dunque, è quella tra rimanere legati ai propri vecchi schemi, rassicuranti anche se garanzia di sconfitta (forse proprio perché garanzia di sconfitta), o accettare la sfida del presente rovesciando il tavolo da gioco. E giocando ostinatamente il proprio, di gioco.

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Autore

christiancaliandro@minimaetmoralia.it

Christian Caliandro (1979) è storico, critico d’arte contemporanea e curatore. Insegna presso l’Accademia di Belle Arti di Foggia. Tra i suoi libri: La trasformazione delle immagini. L'inizio del postmoderno tra arte, cinema e teoria, 1977-‘83 (Mondadori Electa 2008), Italia Reloaded. Ripartire con la cultura (Il Mulino 2011, con Pier Luigi Sacco), Italia Revolution. Rinascere con la cultura (Bompiani 2013), Italia Evolution. Crescere con la cultura (Meltemi 2018), Tracce di identità dell’arte italiana. Opere dal patrimonio del Gruppo Unipol (Silvana Editoriale 2018), manuale Storie dell’arte contemporanea (Mondadori Education 2021) e L’arte rotta (Castelvecchi 2022). Dirige la collana “Fuoriuscita” per l’editore Castelvecchi. Dal 2004 al 2011 ha diretto le rubriche inteoria e essai su “Exibart”; dal 2011 cura la rubrica inpratica su “Artribune”. Collabora inoltre con “minimaetmoralia” e “che-Fare”, e dal 2017 dirige insieme a Angela D’Urso La Chimera–Scuola d’arte contemporanea per bambini presso TEX, ExFadda, San Vito dei Normanni (BR). Ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati, tra cui: The Idea of Realism/L’idea del Realismo, American Academy in Rome, Roma (2013); Concrete Ghost/Fantasma Concreto, American Academy in Rome, Roma (2014); Amalassunta Collaudi, Museo Licini, Ascoli Piceno (2014); Sironi-Burri: un dialogo italiano (1940-1958), CUBO-Centro Unipol Bologna (2015); Cristiano De Gaetano: Speed of Life, Fondazione Museo Pino Pascali, Polignano a Mare (2017); Now Here Is Nowhere. Six Artists from the American Academy in Rome, Istituto Italiano di Cultura, New York (2017); le quattro edizioni de La notte di quiete, ArtVerona, Verona, quartiere Veronetta (2016-2019); le sei edizioni del progetto Opera Viva Barriera di Milano, Flashback, Torino (2016-2021); il progetto Artista di Quartiere, Torino (2020); Z/000 GENERATION. Artisti pugliesi 2000>2020, AncheCinema, Bari (2020); Fragile, galleria Monitor, Roma (2021); Cantieri Montelupo, programma di residenze artistiche, Museo della Ceramica, Montelupo Fiorentino (2021). 

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