di Rosario Sparti

Dopo aver superato il ragguardevole traguardo dei 40 anni, il Bergamo Film Meeting è ancora vivo e lotta insieme a noi. Un compito che la storica manifestazione lombarda, nonostante il passaggio di consegne ai vertici del festival, porta avanti con un programma sempre all’insegna della qualità, contraddistinto dalla capacità di guardare sia allo stato dell’arte del cinema, con le sezioni competitive e i diversi eventi paralleli, così come alla storia – lo testimoniano le ampie retrospettive dedicate ai due registi francesi Éric Rohmer e Sacha Guitry. Tra presente e futuro si situa il consueto appuntamento con la sezione “Europe, Now!”, focus dedicato al cinema europeo contemporaneo: protagonisti quest’anno sono i registi Frederikke Aspöck (Danimarca), Metod Pevec (Slovenia) e Lukas Moodysson (Svezia), di cui sono proposte delle personali complete.

Durante i nove giorni di proiezioni abbiamo avuto il piacere di conversare con quest’ultimo, una vecchia conoscenza della cinefilia a cavallo tra 90’s e anni zero, celebrato per il delicato esordio Fucking Åmål (1998) e il caustico Together (2000), poi seguiti da diversi film più cupi nel tono e più sperimentali nella forma, fino al ritorno alla vivacità degli inizi con We are the best! (2013), adattamento di una graphic novel realizzata da “Coco” Moodysson, moglie del regista e scrittore svedese. Forse proprio questo ritorno alle atmosfere giovanili deve averlo spinto di nuovo verso i personaggi che abitavano la comune «Insieme» messa in scena ventiquattro anni prima, riproposta oggi in un sequel dal titolo Together 99 (2023) che li vede più grigi ma non domi sulla soglia del passaggio al nuovo millennio rientrare nelle vecchie stanze color nostalgia, pronti a riflettere sull’irrancidimento di una generazione.

Presentato in anteprima italiana, il film rappresenta la chiusura di un cerchio che ha visto Lukas Moodysson diventare uno dei nomi di punta della rinascita del cinema scandinavo a partire dagli anni novanta: un rilancio nato con l’obiettivo di allontanarsi dall’ombra del vate Ingmar Bergman, che aveva definito Fucking Åmål come “il primo capolavoro di un giovane maestro”, ma vissuta sotto l’egida del nuovo santo protettore Lars Von Trier, tra i produttori di Together.

Anche se col tempo il suo nome ha finito per distaccarsi da entrambi i modelli, grazie a un percorso fatto di svolte improvvise e coerenti reiterazioni, all’insegna di uno sguardo sincero fino alla durezza verso i territori più foschi dell’animo umano e una calorosa adesione al mondo dei bambini e degli adolescenti, descritti durante il processo di crescita mentre cercano di individuare una via di salvezza in quel test di sopravvivenza chiamato vita. Un test che il regista stesso conosce bene e che sembra ormai affrontare con un atteggiamento diviso tra leggerezza pop e malinconia abissale: l’identica combinazione che contraddistingue la musica dei Cure, band del cuore di Moodysson, come testimoniata dalla foto di copertina di Disintegration che campeggia sulla t-shirt che il regista indossa durante questa chiacchierata.

A soli 17 anni hai pubblicato una collezione di poesie, seguita da altre raccolte e dalla scrittura di un romanzo. Perché hai deciso di abbandonare quella strada e cimentarti nella regia?

È una scelta che è nata dalla noia, avevo voglia di cambiare e poi mi sentivo limitato dalla poesia. Non è stata la cinefilia però a farmi scegliere questa strada, ci sono arrivato per vie traverse. Devo dire che probabilmente è il linguaggio artistico con cui riesco a esprimermi meglio e dove sono anche più capace, addirittura con gli anni è diventato il mio stesso sangue, eppure ho ancora un rapporto complicato con il cinema. Mi piace lavorare con le immagini ma molto meno osservarle, infatti vedo pochissimi film: lo so, è disdicevole, perlomeno in base ai rimproveri ricevuti da molti miei colleghi. Sinceramente la letteratura o la musica continuano a interessarmi più del cinema.

Dopo gli studi al Dramatiska lnstitutet, hai realizzato diversi cortometraggi tra cui Bara prata lite (1997). È uno dei tuoi primi lavori ma in quella storia fatta di malinconia, paura della solitudine e sofferenza data dalla difficoltà di comunicare mi sembra ci sia già l’essenza del tuo cinema. Tanto che quel personaggio ritornerà anche nei tuoi film successivi.

Si tratta del mio primo vero esercizio cinematografico, realizzato con il produttore che poi mi ha seguito lungo tutta la carriera. Ricordo che quando portai la sceneggiatura a Sten Ljunggren, l’interprete principale, gli dissi che ero dispiaciuto per lui per il carico di cupezza e tristezza che avrebbe dovuto affrontare girando quel corto. Ripensando ai miei primi lavori credo che oggi aggiungerei più calore e umorismo, che è qualcosa su cui mi piace lavorare adesso. In realtà un po’ di leggerezza e stupidità aiuterebbe molto cinema serio. Ecco, se c’è qualcosa che preferisco sia alla musica sia al cinema sia alla letteratura è proprio l’humour. Ma non quando si combina alla musica: la musica divertente non è buona musica.

Dopo un lungo periodo di inattività cinematografica, durante il quale hai anche perso tuo padre, con We are the best! sei tornato alle origini: nuovamente una storia di formazione al femminile come in Fucking Åmål e Lilya 4-Ever, ma stavolta filtrata da un calore e una vitalità che la distinguono dal tono realistico e drammatico di quei film. Si tratta di una scelta che mi sembra combaci con la ricerca di levità di cui parli.

Sicuramente cercavo leggerezza, per questo ho guardato allo stile dei movimenti cinematografici degli anni ’60 e ’70, alla ricerca di un cinema più libero e più sincero, ricco di difetti a differenza del presente dove l’uomo cerca di vivere in un mondo ripulito da ogni imperfezione. Sicuramente la scomparsa di mio padre ha contato molto, perché era una brava persona, avevamo un buon rapporto in vita e l’abbiamo molto migliore ora che è morto (ride, ndr). Quando qualcuno se ne va troppo presto ci sono discorsi che restano incompleti, è qualcosa che succede a tanti ma questa sensazione d’incompiutezza lascia comunque scioccati. Per questa ragione mi sono trovato a dover affrontare un periodo buio e stavolta la soluzione è arrivata scrittura: mi sono messo a seguire le tracce di una storia e da lì sono nati due romanzi. Non avevo voglia di girare un’altra storia triste, We are the best! infatti è il tipico film che guardi quando vuoi stare bene.

C’è una vena di utopismo che attraversa tutti i tuoi film. Che si tratti della supposta libertà di una Stoccolma in cui le protagoniste vogliono fuggire in Fucking Åmål, del sogno di un mondo migliore che unisce la comune in Together, la possibilità del paradiso in Lilya 4-Ever oppure lo spirito di ribellione che motiva i manifestanti anti-globalizzazione di Terrorists. È importante per te pensare che ci sia sempre una possibilità di cambiare le cose?

Dal punto di vista privilegiato di uno svedese benestante e in buona salute sarebbe facile dire che si può sempre cambiare quel che non va bene, tuttavia la realtà è che se si ha un cancro o si vive in luogo molto diverso dalla Svezia non sempre le cose si possono modificare oppure si può farlo solo in parte. Sono molto interessato al desiderio e all’importanza di voler trasformare le cose, rifletto spesso su questo, cambiando anche idea su quanto si possa veramente mutare di sé stessi, degli altri e dell’ambiente che ci circonda. Non riesco comunque a dare una risposta a questo mio dialogo interiore: faccio continuamente avanti e indietro tra le varie posizioni.

Fucking Åmål, Together, Lilya 4-Ever e We are the best! sono tutti raccontati dal punto di vista dei giovani. Cos’è che ti attira in loro?

Non so perché, probabilmente sono un po’ infantile. Penso che ciò che mi attira nei giovani è che sono reattivi, reagiscono sempre in modo forte alle cose. Molti adulti perdono quel tipo di apertura, quindi forse sto solo cercando di proteggere l’adolescente che è ancora dentro di me.

Allo stesso tempo adotti anche una prospettiva femminile, spesso mettendo in scena donne che rifiutano le convenzioni.

È vero che trovo la mascolinità tradizionale molto noiosa, effettivamente mi annoio ad averci a che fare e finisco per lavorare con donne non tradizionali. Non mi sono mai sentito a mio agio nei gruppi maschili.

A proposito di gruppi, com’è stato far guardare allo specchio i personaggi di Together a distanza di decenni? Cosa ti continua ad attirare del pensiero e dello stile di vita delle comuni anni ’70?

Together 99 è un film più sulla generazione dei miei genitori che sulla mia generazione. Come età io sono più vicino al personaggio di Miriam, che a sorpresa fa il suo ingresso in questo nuovo mondo e finisce per attaccare ed essere attaccata per il suo essere giovane e diversa, fino a poi trovare un punto d’incontro con i vecchi compagni della comune. Vive con sentimenti opposti, in evoluzione, che io stesso ho vissuto nei confronti di quella generazione. Da sempre cerco di capire cosa ci fosse di giusto e di sbagliato nelle idee politiche, negli ideali e i sogni di sinistra di quel tempo. Alcuni dicono Together 99 sia un film cinico, ma se ci si sente vicini a qualcosa è importante anche criticarla.

Mi sembra prevalga il fascino, anche se privo di romanticizzazione.

Artisticamente e culturalmente mi interessa molto tutto quello che riguarda la generazione dei miei genitori. Per esempio, sono stato molto influenzato da una serie di pittori della scena svedese degli anni ’60, però se penso a loro dal punto di vista politico dovrei direi che erano dei pazzi. Diciamo che mi sento di simpatizzare con questo lato un po’ ingenuo delle idee di allora: Carl-Johan De Geer, lo straordinario scenografo di Together che in passato faceva parte di un rivoluzionario movimento artistico, mi diceva che loro erano convinti di poter cambiare il mondo disegnando un simbolo su una stoffa e poi si sono resi conto che non era vero. Io mi sento vicino a questa naïveté, a questa forma di candore degli esseri umani, e condivido anche la delusione di quel fallimento.

Se volessi guardare al passato come fanno i personaggi di Together 99, cosa pensi sia rimasto di quell’adolescente che all’inizio degli anni ottanta scriveva poesie?

Senz’altro ero piuttosto depresso quando ero giovane. Fino ai 23 anni ero un tipo un po’ noioso, poi dopo mi sono ripreso e sono ripartito. Effettivamente Together 99 è un film sulla generazione dei miei genitori, ma riflettendoci c’è anche un’altra chiave con cui leggere il film: come età, adesso, io sono più vicino ai personaggi maturi del nuovo film. Condivido con loro molti dei sentimenti che esplorano, in particolare il tentativo di capire il proprio passato: a partire da Erik, che voltandosi indietro pensa di aver fatto solo errori, mentre altri invece sono più clementi con loro stessi. Questa è una situazione che anche io vivo attualmente. Ora mi chiedo se quello che scrivevo in quel periodo intorno ai sedici anni mi piacerebbe ancora, se la musica che ascoltavo quel tempo avrebbe ancora senso.

Hai trovato una risposta a questa domanda? Direi di sì dato che oggi indossi una t-shirt dei Cure.

La musica significa tanto per me, penso che abbia salvato la mia vita e quella di molte persone. Forse mi piace ancora di più conoscere la musica che ha preceduto la mia nascita: io sono del 1969, mi interessa capire qual è la musica da cui sono venuto. In questo momento, per dire, sto ascoltando molto Leonard Cohen e altri artisti più oscuri di quel periodo, anche se seguo pure musica più recente. Per risponderti, a dire la verità, nella vita sono cambiato molto ma in fin dei conti quello che ascoltavo allora per me ha ancora molta importanza.

Disintegration quindi è il tuo album preferito dei Cure?

No, è Pornography.

 

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