È uscito in libreria Quando eravamo prede, il nuovo romanzo di Carlo D’Amicis, pubblicato da minimum fax. Vi proponiamo la lettura del primo capitolo del romanzo e vi segnaliamo qui i prossimi appuntamenti con l’autore. (Immagine: un dettaglio della copertina. Illustrazione di Agostino Iacurci.)
Dio vide ciò che aveva fatto, ed ecco era molto buono
In principio erano gli animali, e i cacciatori vivevano della loro morte.
Avvolti in pellicce un tempo appartenute alle prede, arrivavano all’alba con i fucili a tracolla e si salutavano con un colpo di mento, strofinandosi le mani. Tacere era la più diffusa tra le tecniche con cui miravano a imitare l’unica autorità che riconoscevano sopra le proprie teste: la natura e le sue leggi.
Nemmeno uccidere, in quelle leggi, richiedeva un dubbio, un approfondimento: le leggi della natura non avevano un perché. Una volta stabilito, questo bastava a legittimare l’imperturbabilità dei volti, la certezza del passo, l’inesorabilità della mira.
I cacciatori avevano mani di fango e nomi da bestia. Le proprie generalità le avevano sepolte venendo al mondo, e da quel giorno si facevano chiamare come l’animale a cui, per indole o fisionomia, sentivano di assomigliare.
Leone. Bisonte. Formica.
E poi Vipera, Falco, Ramarro, Volpe, Lince, Sciacallo.
Erano nomi che non potevi maneggiare senza avvertirne il peso. Per me quei nomi equivalevano a orazioni, ma, prima che trovassi la forza di pronunciarle, i cacciatori mi avevano già voltato le spalle.
Le spalle dei cacciatori erano larghe come querce e non c’era modo di sottrarsi alla loro ombra.
All’ombra di quell’ombra, io avevo imparato a fare a meno della luce: crescevo, semplicemente, lasciando che il tempo mi spingesse in avanti.
Per nascondere alle prede il loro odore e per tentare di resistere al declino, i cacciatori avanzavano invece controvento. Sputavano sulla vecchiaia, ma ogni sputo gli ritornava in faccia.
A causa di questo affronto dell’età, a noi cuccioli (per quanto cuccioli o bambini fossero parole che nessuno usava, come se fossimo imbarazzati dalla loro fugacità) era destinata una qualche punizione. O comunque, io me l’aspettavo da un momento all’altro, e scrutavo mio padre con preoccupazione.
A volte avevo il timore che fosse proprio mio padre, la punizione.
Mio padre aveva il muso lungo e carnoso, una sacca pendula sul collo e il corpo massiccio sulle gambe esili. Lo chiamavano Alce.
La prima volta che chiesi ad Alce il permesso di uccidere un animale avevo dieci anni. Sto parlando, ovviamente, di un altro animale. E sto parlando degli anni del Cerchio, che scorrevano in un tempo a parte.
Anche il Cerchio era un luogo a parte. Un luogo enorme, fatto di mille boschi e di poche case.
Tutto quello che sapevamo del Cerchio era che noi ci trovavamo al centro: forse era presunzione, o forse l’umiltà di riconoscere che, in qualunque direzione guardassimo, il confine del Cerchio sarebbe rimasto distante.
Per me, essere al centro ed essere distante si traduceva in una smania che Alce pretendeva di domare socchiudendo gli occhi.
«Cosa vuoi fare, tu?»
«Voglio uccidere, padre!»
Quando chiedevo qualcosa a mio padre, lui di solito non rispondeva: era il suo modo di risparmiare un no.
A volte, però, dopo essersi grattato una guancia, m’invitava a ripetere la domanda. Sapevo, allora, che alla mia voce non era permesso esitare. Era una specie di prova, superata la quale Alce usciva lentamente dal torpore, sbatteva le palpebre e mi faceva cenno di seguirlo.
(Quasi tutto, nel Cerchio, era una specie di prova.)
«Fai mangiare il Toro», ordinò Alce a mia madre stipando la cartucciera. «Forse noi faremo tardi».
Sembrava una premura eccessiva: in fondo si trattava solo di andare, uccidere e tornare indietro.
Mentre mio padre inforcava la doppietta e richiamava i cani, io infilai gli stivali da pioggia. Cominciavano a starmi stretti.
Sparare, già allora sparavo bene. Sul retro della casa crivellavo barattoli di birra con una carabina Kral Magnum ad aria compressa. Quando i barattoli erano pressoché disintegrati, nell’attesa che mio padre si scolasse altre lattine (l’attesa era sempre molto breve) mi esercitavo con un arco in legno di corniolo.
Assieme al tasso e al sambuco, il corniolo è il legno più adatto per un arco. Era stato Toro a intagliare il mio, levigandolo con cura nelle lunghe ore che trascorreva sotto la nostra veranda. Quando fu pronto, applicò sul dorso un tendine di bue, verificò il bilanciamento dei flettenti e poi venne da me con un nodo sulle labbra che stringeva l’impaccio di un sorriso.
«Il tiro con l’arco insegna a pensare senza pensare», disse. «A volere senza volere». Più altre enigmatiche affermazioni dalle quali trassi soltanto che l’arco era mio.
Alce si allontanò dalla catasta di tronchi e venne a vedere cosa stava succedendo. Camminava storto, sbilanciato dal peso della scure. Si asciugò il sudore dalla fronte. Se avesse avuto una terza mano si sarebbe strizzato i genitali, come faceva ogni volta che rivolgeva al Toro la parola.
«È molto gentile da parte tua», balbettò.
«La gentilezza non esiste», disse Toro cambiando subito espressione.
Quindi chiese a me se Agnello vedesse là intorno qualcosa di gentile.
Agnello, per il momento, era il mio nome. In seguito si sarebbe stabilito se sarei diventato una pecora o un montone.
«Voglio dire», riprovò Alce, «che non dovevi disturbarti per mio figlio».
Raramente i cacciatori si guardavano negli occhi. Preferivano tenere bassi i loro sguardi, come se fossero costantemente sotto mira. Sembravano ciechi, almeno finché non arrivava il momento di sparare.
Toro tagliò corto: «Non è un disturbo».
Poi affondò all’orecchio di mio padre: «Così come Agnello, lo sai, non è tuo figlio».
Mentre Toro provocava Alce, mia madre si affacciò sulla veranda.
«Le hai lucidate?», chiese il Toro.
Lei annuì e posò le frecce del mio arco sui gradini. Più in là non poteva andare.
Mia madre era la luce che permetteva ad Alce e Toro di essere ombra.
Bisbigliando il suo nome o invocandolo con grida selvagge che riecheggiavano per giorni dentro il bosco, Toro e Alce se ne spartivano la muta e sottomessa presenza.
Mia madre si chiamava Cagna.
Benché ci giocherellasse come con una collana, intorno al collo indossava una catena.
Se per i cacciatori la parola era spesso superflua, per la Cagna il silenzio era sempre necessario.
Una volta, ricordo, provai a spezzare quel silenzio chiedendole cosa pensasse lei della felicità.
La Cagna incrociò i ferri e si chinò a leccarmi l’orecchio. Aveva una lingua calda e umida: la stessa che usava di notte per eccitare il Toro.
Senza capire che quella era la sua risposta, la invitai a sentire che idea ne avessi io.
Mi guardai intorno e abbassai la voce: «La felicità è una cosa che si muove».
Lanciai il suo gomitolo di lana contro il muro e la spinsi a riprenderlo al volo. Poi ci rincorremmo per tutta la stanza.
«Hai visto?», le dissi. «Non avevo ragione?»
Alla Cagna venne il fiato corto. Cominciò a tremare. Sentire battere il proprio cuore la spaventava. Riavvolse in fretta il gomitolo e tornò al suo lavoro. Era zeppo di buchi e di maglie saltate.
Mi sedetti anch’io accanto al fuoco, mentre lei riprendeva a sferruzzare.
Tenere gli occhi bassi la calmò: esistevano momenti nei quali guardarsi diventava difficile, perché la bellezza degli animali (anche quando gli animali siamo noi) è di fatto insostenibile. Non era nient’altro che la loro intollerabile perfezione, in fondo, che ci spingeva a ucciderli.
Depositate le frecce sui gradini della veranda, la Cagna rientrò in casa e Toro le andò dietro. Mio padre lasciò cadere la scure, si strizzò l’uccello e, con passo da ladro, li seguì in camera da letto.
Le punte delle mie frecce erano filettate, con la cocca intagliata direttamente lungo l’asta. Tesi l’arco con tutte le mie forze e le scagliai rabbiosamente contro il tronco del faggio più vicino. Eccitato da come le frecce si conficcassero, ma anche deluso dell’arrendevolezza con cui la corteccia si lasciava oltraggiare.
(Era questo, che tanto ci stancava: l’impulso a sovrastare la natura si accompagnava sempre al bisogno di non sentirla del tutto soggiogata. Perché noi eravamo ancora, allo stesso tempo, la civiltà e il creato. Eravamo l’arma, ma anche il bersaglio.)
Andai a riprendermi le frecce, ma l’albero non voleva saperne di restituirle. Cominciai a strattonare. Puntai i piedi. Provai ancora con entrambe le mani. Il vecchio faggio stringeva le sue rughe e si prendeva gioco di me.
Richiamati dalle mie imprecazioni, Toro e Alce vennero fuori ad aiutarmi. Mio padre era mezzo nudo. Impugnava una bottiglia di birra e si sforzava, con scarsi risultati, di trattenere i rutti. Si appoggiò alla carriola e si mise a guardare Toro che si dannava intorno alle mie frecce.
«Vuoi una mano?», chiese quando ebbe svuotato la bottiglia. «In fondo si tratta delle frecce di mio figlio».
Toro fece finta di non sentire. Aveva la fronte sudata e la camicia fuori dai pantaloni. La resistenza dell’albero cominciava a innervosirlo.
«Hai delle pinze, nel gazebo?»
«Cosa?»
«Delle cazzo di pinze. Una tenaglia».
La carriola scricchiolò sotto il culo di mio padre. Era un culo grosso, sempre più flaccido (mio padre invecchiava). Con una voce lagnosa, leggermente alticcia, Alce chiese chi mai non possedesse una tenaglia.
«Mi hai preso per una Scimmia?», protestò dondolando la testa.
Scimmie era il nome con cui identificavamo quelli che vivevano oltre il nostro orizzonte: al di là della Linea, come la chiamavamo noi.
(In alternativa bastava dire gli altri, e ci capivamo.)
Le tenaglie non bastarono. «Vai a prendere un mulo», ordinò il maschio alfa.
Mi sedetti sull’erba e guardai mio padre trascinarsi verso la stalla. Gli piaceva obbedire ai comandi del Toro, specie quando la Cagna – con il bacino saldamente ancorato alla virilità dello stallone, o (come in questo caso) in silenzio da dietro le tendine – assisteva impassibile alla sua umiliazione.
Toro possedeva la forza e la esercitava: era un principio semplice, e per noi la semplicità era degna di fede.
Piazzarono il mulo a due metri dal faggio. Mio padre legò una fune al basto, mentre Toro annodava l’altro capo con perfetti scorsoi a gassa d’amante. La prima freccia, già fiaccata dai nostri strappi, non oppose troppa resistenza, ma per sradicare le altre dovettero prendere il mulo a scudisciate. Toro evitava le occhiate interrogative che mio padre gli lanciava, ma si capiva che anche lui era sbalordito.
Alla fine l’albero sputò le mie frecce, non prima di averne masticato la punta e deformato il fusto.
In un attimo si era impadronito della mia forza e l’aveva moltiplicata.
«Che razza di muscoli stai mettendo su?!», ridacchiò nervosamente Alce tastandomi i bicipiti. Portava l’attenzione sul mio braccio per distoglierla dal tronco dell’albero.
Imponente, solenne, appena scalfito dai miei sfregi, il vecchio faggio ci aveva recapitato il messaggio della natura: datemi un colpo, e io ve lo restituirò cento volte più forte.
Tornai a sparare alle lattine di birra: sul retro della casa se n’erano ammassate una montagna.
Intanto, mentre il corpo di Alce si gonfiava, la sua voce diventava sottile come una pioggerellina che batte sui vetri. Eppure, a suo modo (il modo ostinato dell’acquerugiola che s’infiltra nelle crepe), rimaneva la voce di mio padre.
Tutti i pomeriggi si affacciava sul retro, si faceva consegnare il fucile e si metteva a sparare al posto mio.
«Centro!», diceva prima ancora che il pallino partisse dalla canna.
Dopo ogni sventagliata, scendevo dalla staccionata e con le mani in tasca andavo a controllare i barattoli. Spesso non li aveva nemmeno strisciati, ma io da lontano sollevavo il pollice e confermavo: «Centro».
Ci teneva che imitassi il suo stile. Quando tornavo indietro si raccomandava che l’asse dell’arma e dell’avambraccio coincidessero, o m’indicava il punto esatto dell’ultima falange che avrebbe dovuto premere il grilletto, e si compiaceva di vedermi annuire con tanta convinzione.
In realtà, volevo solo che mi restituisse al più presto il Kral Magnum. E acconsentivo a recitare la parte del figlio purché lui si sbrigasse a recitare quella del padre.
Nelle parti che c’erano state assegnate, me lo sentivo, prima o poi avremmo toccato la questione della vita e della morte. Quando Alce decise di portarmi nel bosco a uccidere la mia prima preda mi sembrò quindi di essere giunti al punto.
Che gli stivali da pioggia fossero diventati stretti non m’infastidì più di tanto: anche la mia infanzia cominciava a starmi stretta. E poi ero convinto che si trattasse di fulminare la prima cosa che si muoveva e rientrare per l’ora di pranzo.
Uscimmo e c’infilammo tra i faggi. Intorno a noi tutto era fermo. Il bosco teneva la vita sotto chiave, e più c’inoltravamo tra i suoi meandri più ristagnava odore di chiuso: un’immensa stanza piena di alberi che nessuno mai arieggiava.
Alce mi camminava davanti. La sua flemma faceva sembrare lontano ogni punto d’arrivo, la mia impazienza troppo vicino il punto di partenza.
Rischiavo continuamente di inciampare sui suoi calcagni, e sarebbe bastato allungare una mano per toccare la Beretta Vittoria a canne lisce che gli dondolava sulla schiena. Al nostro fianco ansimavano un bracco da ferma e uno spaniel da riporto. Dove stavamo andando? Tutto era uguale, tutto prometteva di continuare a esserlo.
E invece, all’improvviso, la macchia si diradò, la terra diventò fango, e davanti ai nostri occhi brillarono dorati i riflessi di un lago (ma bastò guardare meglio, e si rivelò per ciò che era: una palude puzzolente).
«È questo il posto?», chiesi ad Alce. Lui si sfilò la doppietta dalla spalla e me la porse, distrattamente, mentre i cani affondavano il muso nell’acqua putrida. Di fronte a noi, al centro dello stagno, galleggiava placido uno stormo di volatili. Ogni tanto uno degli uccelli inarcava il collo e immergeva il becco. Per quanto ce ne possa essere in natura, c’era pace.
Cominciava davvero così il rito solenne di cui i cacciatori si riempivano la bocca davanti al fuoco? S’impartiva in questa quiete, il sacramento della morte?
Ci nascondemmo in una delle botti che i cacciatori avevano mimetizzato tra le canne: concepite come strategiche trincee, mi fecero l’effetto di una latrina. Incurante della fanghiglia, Alce si rannicchiò sul fondo della botte e disse: «Prenditi tutto il tempo».
All’improvviso ebbi la sensazione che uccidere fosse come pisciare: una cosa semplicissima se la fai da solo, ma quasi impossibile se qualcuno ti guarda.
Nell’angustia del nostro nascondiglio, la mole di mio padre costituiva un intralcio. Inoltre la botte era troppo alta per il mio metro e mezzo, e mi costringeva a stare sulla punta dei piedi e a imbracciare il fucile in modo innaturale.
Alce cominciò a fischiare con il naso, e capii che si era appisolato.
Sul pelo dell’acqua, immobili, gli uccelli sembravano imitarlo.
«Hai idea di come farli avvicinare?», mi fece sobbalzare dopo un buon quarto d’ora.
All’epoca ignoravo completamente l’esistenza degli stampi motorizzati ad ali girevoli, dei richiami vivi e perfino dei semplici Hubertus a fiato. Tutto quello che sapevo era come premere il grilletto. E l’avrei fatto subito (con la spavalda convinzione che nonostante la distanza li avrei presi; che qualcosa, là nel mucchio, era destinata a morire per me) se solo non avessi avuto tra i piedi quel rottame che a ogni ansito trasformava in ruggine il mio piombo.
Io sparo, pensai, e la facciamo finita.
Ma erano pur sempre di mio padre, quei piedi. Quell’occhio mezzo chiuso che dal basso in alto mi studiava. E, per quanto remota, l’eventualità di fallire sotto il suo sguardo trasformava la mia posizione nei confronti della preda da quella di implacabile cecchino a faccia dello stesso dado.
Innervosito, imprecai contro quelle stupide oche.
«Oche?», cavillò Alce. «Non ho mai visto un’oca, in questo lago».
Sul fondo della botte ristagnava un dito di melma. Mio padre ci sguazzava come se il culo non fosse il suo. Insinuò che non sapessi distinguere un’oca da un’anatra, e per sincerarsene si tirò su aggrappandosi ai rampicanti che tracimavano nella botte: all’improvviso ebbi la sensazione che preferisse non toccarmi.
«Anatre», confermò scuotendo la testa. «Alzavole, per la precisione. Qualche marzaiola e laggiù, sembrerebbe, un germano reale. Ma per te», si mise una mano sul petto, come se gli facesse male il cuore, «tutto questo non è altro che uno stormo di stupide oche».
In altri momenti, se non avessi avuto un fucile tra le mani, avrei certamente abbassato lo sguardo e mi sarei vergognato della mia ignoranza. Non abbassai nemmeno la canna, invece, e a brutto muso gli risposi che – oche, anatre, germani – io ero là per ammazzare, non per classificare le specie: «Finché non le mettiamo in pentola, per me non fa nessuna differenza».
Alce mi guardò come un uovo che non vuole saperne di stare in piedi. Pretendeva che io padroneggiassi ogni forma di vita, e lui era incapace di maneggiare quella di suo figlio.
Discettava di natura mentre la natura lo stava mettendo alla porta. Ma, testardo com’era, Alce si rifiutava di prenderne atto e ne ostruiva il passaggio (sfortunatamente per me, e soprattutto per lui, la porta da cui i padri sono destinati a uscire dal mondo è la stessa dalla quale i loro figli devono entrare).
«Stabiliamo una regola», disse sulla zattera che dalla botte ci portava all’altra riva. «D’ora in poi si può uccidere soltanto ciò che ha un nome».
Non c’era niente di più stupido. Per attribuire agli altri animali un’identità dovevamo ammettere la nostra: quindi candidarci a morire con loro.
Inoltre, da che bosco era bosco, le regole le stabiliva unicamente la natura.
Oltre che stupida, quindi, quella regola era anche presuntuosa.
Eppure, se Alce ci teneva tanto, l’avrei osservata: sarebbe tornata utile a tempo debito, quando, legittimato dalla conoscenza, l’avrei ucciso in quanto padre (lui, invece, non avrebbe potuto torcermi un capello: perché, se ogni genitore resta scritto sulla pelle di chi viene, i padri ignorano qualunque verità sui propri figli).
Al nostro passaggio le oche – o anatre che fossero – si dileguarono starnazzando: non mi avevano mai visto sparare, ma sembravano sapere già tutto di me e della mia mira.
Ormeggiammo la barca e proseguimmo via terra. Ora che avevo il fucile in mano, eravamo l’immagine esemplare di come vanno le cose: il vecchio avanti ad arrancare, il giovane a rimorchio, con il cane alzato e l’arma puntata contro la sua schiena.
Nella testa di Alce, quella marcia era una lezione propedeutica alla vita: uno studio che mi ci portasse dentro più indurito, ma che serviva solo a indurirmi i calli ai piedi.
Per alcuni chilometri non ci rivolgemmo la parola. Alce indicava le piante – acero di monte, faggio, pioppo tremulo – e ne scandiva il nome a voce nemmeno troppo alta, quasi toccasse a me allungarmi per afferrarne il senso. Nel folto del bosco, i rami che scostava per aprirsi il passaggio mi ritornavano addosso come i colpi di cinghia che non aveva mai avuto il fegato di darmi.
Alla partenza solo un po’ striminziti, gli stivali erano diventati una tagliola: come se lungo la strada si fossero rimpiccioliti, o come se i miei piedi fossero cresciuti. Anche le braccia, mi sembrava, sostenevano il fucile con minore sforzo. Quando, alla destra del sentiero, crepitò uno stormire di fronde, il calcio della doppietta ruotò tra le mie dita con la leggerezza di una carta da gioco (la sera, davanti al fuoco, mia madre le girava con la pretesa di leggerci il destino).
Snella, flessuosa, striata di nero sul dorso rossastro, una bestia si bloccò nel fogliame. La coda folta, la pupilla accesa. Non distava più di quindici passi dal mirino. Chiusi l’occhio sinistro. Ma anche così, sul lato cieco, sentii battere lo sguardo di mio padre.
(Stabiliamo una regola: non si può uccidere ciò che non si conosce.)
Stavolta si trattava di riconoscerla: quella preda era sempre vissuta nei disegni che facevo prima di dormire, e che la mattina dopo mostravo orgoglioso alla Cagna. Ma l’operazione, in apparenza elementare, di allineare i contorni dei miei scarabocchi a ciò che ora avevo sotto tiro, comportò una fatale esitazione. L’animale raddrizzò le zampe, scartò di lato e scomparve infilandosi tra i rovi.
«Una volpe!», ringhiai agitando la canna come una prosecuzione del mio nervo ottico. Il dito a uncino contratto sul grilletto, frugavo tra i cespugli come sul fondo di una borsa. Era bastato un secondo per sentirla mia, e mezzo per sentirmene derubato.
«Volpe crucigera», precisò mio padre tutto d’un fiato. «Insolitamente diurna. Probabilmente maschio. Dieci chili di furbizia».
Fu come se mi stesse dicendo che sì, il mio braccio era svelto, ma non contava niente se la conoscenza del cacciatore non stava al passo con l’istinto della preda.
Incapace di rassegnarmi ad averla persa, perlustrai il suolo palmo a palmo. L’unica spiegazione che riuscivo a ingoiare era che la volpe (la mia volpe) avesse scovato una tana dove infilarsi: quando trova il modo di occultarsi, almeno, è abile la preda. In caso contrario, è solo il cacciatore a essere un inetto.
Finché mi spinsero la rabbia, la ribellione, e l’illusione che l’una e l’altra potessero aiutarmi a stanare l’animale, Alce mi lasciò fare. Non aveva che l’esperienza, a suffragio della propria autorità, e tutto ciò che rimarcava la mia imperizia contribuiva a far sembrare quell’esperienza un valore decisivo.
Se c’è una cosa che mio padre sapeva fare era certamente resistere, temporeggiare, impantanarsi con tutto l’avversario: piantò le sue larghe natiche sull’erba, estrasse dal tascapane una bottiglia di birra e una catena di salsicce e si godette lo spettacolo della mia frustrazione.
«Non ho fame», mugugnai prima che me lo chiedesse. Quando alla fine accettai una salsiccia, e con essa di arrendermi all’evidenza – l’avevo persa: persa per sempre, maledetto il bosco! – le sottili lame di pulviscolo con cui il sole punzecchiava il mio tormento avevano ormai lasciato il posto a un’opaca foschia. Alce consultò la bussola e disse che dovevamo affrettarci: il bosco chiudeva.
Ci avviammo verso l’uscita a mani vuote: le mie, in realtà, s’erano riempite di graffi.
A parte i piedi, che urlavano negli stivali, lungo il ritorno tutto tacque tra me e mio padre. Aspro, amaro, non riuscivo a mandare giù il boccone, e passo dopo passo continuavo a ruminare carne e delusione nello stesso morso. La fatica stava ai miei pensieri come i profili degli alberi alla nebbia: la percepivo quel tanto che bastava per girarle intorno. Per oltre un’ora, anche Alce dovette rinunciare alla sua ossessione di dare un nome a tutto: bosco e solo bosco, l’unica cosa che si può dire di ciò che ci circondava.
Poi qualcosa – un ramo, il silenzio, la mia infanzia – all’improvviso si spezzò, e mi ritrovai un’altra volta con il fucile stretto tra le dita. La canna era più gelida del solito: il piombo l’unico modo che conoscevo per riscaldarla, per incidere nel tabernacolo della camera a scoppio una traccia di quel giorno.
A pochi passi da noi, qualcosa di insopportabilmente vivo vibrava nel fogliame.
«Il nome! Il nome!», pretese subito mio padre.
Col cuore in gola, io nemmeno riuscivo a distinguerla. La sentivo strisciare nell’erba ed era come se strisciasse su di me. La preda, il tempo, la voce del mio vecchio (per non parlare dei movimenti del fucile): tutto procedeva a scatti. Violenti e rapidissimi strattoni che miravano a strapparmi dal genere umano per ricondurmi a bestia.
Non so perché, ma caddi in ginocchio: la posizione ideale per una supplica, se solo il dio animale che mi scalciava dentro fosse stato tipo da farsi pregare.
A mezzo metro dal suolo la nebbia era meno fitta. Fu in quell’intercapedine che la vidi (e la vidi, e la vidi ancora): la vidi decine di volte perché l’occhio mi pulsava, per quanto mi sforzassi di tenerlo spalancato si apriva e chiudeva come un cuore impazzito, come una porta sbattuta dal vento, come la gola di mio padre che ancora mi diceva: non puoi uccidere ciò che non ha un nome.
Mi gettai in avanti, ventre a terra, le mani giunte sul grilletto. Il mirino era la cruna d’un ago. Dissi: «Lince», e vi sparai dentro una rosata di pallini calibro sedici.
(A sentire Toro, il colpo di fucile non è niente di più e niente di meno che un verso: il verso dell’uomo.)
La preda lanciò un grido che sembrava umano.
Un fiotto di sangue schizzò verso il cielo. Io rimbalzai all’indietro. Seguito dai cani, vidi Alce precipitarsi sul corpo agonizzante, frenare, poi aggirarsi a piccoli, frenetici passi lungo un perimetro invalicabile (appena esplosa, la morte brucia troppo per posarci dentro il piede).
«Lince?», ripeteva nervoso. «Sei sicuro? Una lince?»
E intanto stringeva il cerchio intorno all’animale. A quattro zampe, coperto di fango, io sputavo terra sulla terra e tentavo di risalire dal brutale contraccolpo.
L’avevo presa, certo. Ma qualcosa aveva preso anche me. E questo qualcosa mi teneva in pugno.
«È… è ancora viva?», chiesi.
Il verbo morire mi sembrò all’improvviso insostenibile.
Girando intorno al suo corpo fumante, Alce distolse lo sguardo dagli occhi della preda e mi ordinò di raccogliere la doppietta: nessun cacciatore sopporta la vista di un fucile per terra.
Fu il calore della canna, credo, a rianimarmi. Barcollai fino alla mia prima vittima, piantai l’arma nel fogliame e impugnandola come una bandiera (in realtà era solo un bastone a cui mi sostenevo) chinai la fronte e la fissai.
Non era una lince. Io le linci le conoscevo (seppure, sembrava, non abbastanza).
Quello era – era – era – (e non riuscivo a dirlo) né più né meno come i tanti animali della stessa razza che circolavano intorno alla nostra casa e a cui mia madre lasciava, sotto la veranda, una ciotola di latte e una polpetta.
Selvatico, certo, ma pur sempre un gatto.
Alce lo toccò con la punta dello stivale. La testa era ridotta a una poltiglia. Come se fossero consapevoli che qualcosa era andato storto, i cani lanciavano secchi latrati e non si avvicinavano.
Non sapevo cosa fare. Non sapevo, soprattutto, come sentirmi.
«Hai una buona mira», disse mio padre. Ma questo era già noto.
Adesso si trattava di appurare se un gatto (gatto selvatico o felis silvestris: specie solitaria, territoriale, carnivora, sette o otto chili di peso per ottanta centimetri di lunghezza testa-tronco) poteva essere annoverato come preda (come la mia prima preda).
(«Gli animali possono sbagliare?», chiesi un giorno al Toro.
«No».
«E noi?»)
Mi feci coraggio e chiesi a mio padre se adesso ero diventato un cacciatore.
Lui guardò il gatto e si grattò la nuca.
«Lo stabiliremo a tempo debito», rispose.
Io masticai amaro. Con il tempo ero abituato a sentirmi solo in credito.
Mio padre mi appoggiò una mano sulla spalla.
Il breve discorso che seguì, da cui ricavai soltanto la conferma che ogni specie – la nostra inclusa – è sempre sotto tiro, non risolse nessuno dei miei dubbi. Ma almeno assomigliò a una passabile orazione funebre: Alce la pronunciò ritto in piedi, con il suo trapper in mano.
Poi svuotammo il tascapane: un’ultima lattina, che si scolò schioccando la lingua, e un salame di camoscio affumicato al quale m’attaccai rabbiosamente. Rifocillati, girammo intorno alla carcassa.
«Lasciamo tutto ai vermi?», rifletteva Alce ad alta voce. «O lo portiamo via così com’è?»
L’animale continuava a fumare: ci sporgemmo sulle sue viscere, ipnotizzati dall’esotismo della materia organica. Poi sobbalzammo mordendoci la lingua. Alce mi strappò la Beretta dalle mani e la puntò sul felino.
«Ragioniamo», disse. E ragionare gli fece fare un passo avanti, sebbene non così lungo da osare un’altra volta con il piede. Tendendo lo schioppo, mio padre saggiò con la canna la rigidità del corpo.
«Sei andato», disse Alce. «Stecchito. Si può sapere perché miagoli?»
Di solito i cacciatori non parlano agli animali. Ma forse con gli animali morti era diverso, o magari quello diverso era mio padre.
Comunque sia, nel sentire un secondo e poi un terzo miagolio (sopravvivere sembrava diventata una questione di pura tenacia), io gridai. E lui sparò.
La fucilata, oltre a far schizzare in aria un altro pezzo d’interiora, tranciò le teste di due gattini. Il terzo lo ritrovammo sotto il ventre della madre: mezzo cieco, ricoperto di merda, ma ancora vivo.
Ci inginocchiammo e gli alitammo addosso. Le membra della gatta – contro la quale, istintivamente, ancora spingeva alla ricerca di tepore – erano ormai pietra gelida.
Alce si sfilò gli anfibi e i calzerotti. Sollevò con cautela il neonato, districò il cordone ombelicale e l’infilò nella lana.
«Dagli il tuo calore», mi disse.
A piedi nudi, afferrò le zampe della preda e la trascinò lungo il declivio. Incurante del nugolo di insetti che lo attorniava, mio padre iniziò a scuoiarla. Incideva rapido, preciso. L’aveva appesa al ramo di un faggio e la teneva ferma per il collo, mentre strappava il vello dalla carne.
Per qualche minuto restai a bocca aperta a guardarlo. L’odore era nauseabondo, ma la cosa per me più schifosa rimaneva il contatto tra le mie mani e le sue calze sudate. Poi il gattino riprese a vagire. E così infilai tutto insieme – schifo, creatura e puzza di piedi – sotto il maglione fatto a mano dalla Cagna.
«Avvolgi il piccolo qui dentro», disse alla fine Alce porgendomi la pelliccia.
Tornò indietro a sotterrare ciò che restava della madre. Sembrava quasi che mio padre e io ci fossimo divisi i compiti: a lui la morte, a me – sempre che riuscissi a conservarla – la vita.
«Sopravviverà?», gli chiesi.
«Non lo so».
Anche la strada per tornare a casa, mio padre la sapeva così e così. Ci fermammo un paio di volte nella nebbia a consultare la bussola: lui ansimando sotto il peso del fucile, io curvo sulla leggerezza eccessiva, prossima a svanire, del gattino.
Il sangue della preda mi colava dalla pelliccia lungo il ventre e sgocciolava fin dentro gli stivali, dove si mescolava con quello delle mie vesciche.
Alla fine, più che la bussola, ci guidò la fame e il filo di fumo che usciva dal comignolo della nostra casa. Sentimmo in lontananza il raglio del mulo, il grugnito del maiale, lo starnazzare delle galline.
E poi, più forte di qualunque altro verso, mia madre che gemeva sotto le stoccate del Toro.
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Carlo D’Amicis (1964) vive e lavora a Roma. Ha pubblicato i romanzi Piccolo Venerdì (Transeuropa 1996), Il ferroviere e il golden gol (Transeuropa 1998, selezione Premio Strega), Ho visto un re (Limina 1999), Amor Tavor (Pequod 2003), e i racconti lunghi Maledetto nei secoli dei secoli l’amore (Manni 2008) e Il grande cacciatore (:duepunti 2011). Per minimum fax ha pubblicato Escluso il cane (2006, uscito anche in Francia presso Gallimard), La guerra dei cafoni (2008, selezione Premio Strega), La battuta perfetta (2010) e Quando eravamo prede (2014).

mi sembra molto bello
L’idea di fondo è originale ma è facile perdersi.
vero che sia facile perdersi… ma che forza esprime! lo comprero mi ha fatto pensare a “Joe”