Oggi è morto Gabriele Basilico. Il suo lavoro è stato per me una scoperta tutto sommato recente, eppure fin dal primo momento rivelatrice. Da quando ho cominciato a guardare le foto che Basilico ha scattato nel corso del tempo mi sono reso conto che fino ad allora non avevo capito niente di che cosa è lo spazio, soprattutto quello urbano, e di che cosa è la misura, nel senso dell’equilibrio, della precisione. Le immagini del fotografo milanese sono sempre, nella loro nettezza, l’equivalente fotografico di quando finalmente, dopo averla inseguita a lungo, la parola esatta, spietatamente esatta, compare sulla pagina o nella voce.
Una foto che ha per soggetto l’incrociarsi delle linee ortogonali di alcuni condomini degli anni Sessanta, un’altra in cui una fuga prospettica chiarissima rivela il profilo di una serie di costruzioni (e la radiografia di una panchina, lo stelo curvo dei lampioni della luce), un’altra ancora in cui un cartellone pubblicitario esiste (e resiste) a due passi da quello che sembrerebbe essere il soggetto principale dello scatto: in ognuna di queste immagini si legge lo splendore eccezionale dell’ordinarietà (vale a dire che è nella “coda dell’occhio”, in ciò che nella maggior parte dei casi esiste sotto soglia, subito liquidato come scoria, come scarto, che si annidano senso e incanto).
Osservare gli scatti di Basilico ha generato in me conseguenze simili a quelle, anni fa, determinate dal confronto con il cinema di Robert Bresson. Anche in quel caso, nel “decidere” le forme e la misura – l’angolo visuale, la composizione dell’inquadratura – lo sguardo, la sua accurata lentezza, conteneva ed esprimeva una specie di tensione mite, una perentorietà formale che senza mai diventare polemica riusciva a essere immediatamente sostanziale. Come in Bresson, nella fotografia di Basilico le gerarchie date per acquisite si rivelano presunte, pretestuose, l’ordine si ricrea, “basso” e “alto” diventano categorie equivoche, superstizioni delle quali fare a meno.
Con questa galleria di immagini (e con la segnalazione di un suo testo, di due interviste, di due frammenti di suoi interventi audiovideo), minima&moralia vuole rendere omaggio a un fotografo che nell’essere stato un inventore di spazio ha chiarito che guardare è un gesto etico; a qualcuno che minuziosamente, minutamente, ha ribadito che uno sguardo, nell’esistere come decisione, è un privilegio, ed è una responsabilità.
Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).










Ho avuto modo di ascoltare Basilico – sarà stato il 1994 o il 1995 – a Trieste, mentre raccontava il suo contributo a una mappatura delle coste della Normandia e della Bretagna (finanziata dal governo francese). Tutta la serata ruotò intorno al suo spiegare come quel lavoro lo rendeva “artista”. A me, che all’epoca, seppur giovane, conoscevo le tecniche di sviluppo e stampa in b/n e l’uso del banco ottico, la cosa diede un po’ fastidio: pensavo – ancora non so se a torto o a ragione – che la definizioni di artista non ce la si attribuisca da soli, e ancor di più che essa fosse esagerata per un tipo di lavoro di altissima professionalità, ma pur sempre di carattere tecnico-documentativo: monti il banco, regoli le linee, misuri la luce, scatti, punto. Se Basilico era artista, allora lo erano anche i fabbri, i falegnami, i piastrellisti e gli idraulici; anzi, a maggior ragione lo erano questi, che intervenivano sulla materia costruendo, manipolando, dando corpo a oggetti e volumi – a differenza della fotografia che di per sè è menzogna perché esclude la terza dimensione (non avevo ancora letto il Foucault di “Ceci n’est pas une pipe”). Non metto in dubbio la sua tecnica, elevatissima, né il suo sguardo; men che mai il valore rappresentativo delle sue foto. Ma ho l’impressione – e la esprimo come dubbio estetico – che il suo “nome” si sia appropriato di quell’arte che in origine è negli occhi dello spettatore. Grazie comunque per l’occasione del ricordo.
La scelta di fotografare spazi urbani, manufatti, case, cose, è predilezione di un gusto verso una forma dell’umanità che s’infratta, che si disvela, che pur non mostrandosi del tutto, appare; omettendola, accennandola dunque, Basilico la di-mostra, attraverso immagini che non sono mai forma che esprime solo denuncia sociale, né semplicemente il degrado o l’allucinato cuore delle metropoli squarciate dai bombardamenti. L’immagine riporta prima che l’oggetto, l’azione, l’atto dell’uomo che esige una forma del compimento nell’essere osservato, studiato, archiviato e come tale è oltre che estetico, etico, appunto. Se dunque, assumiamo come elevatissima la tecnica di rappresentazione fotografica, altrettanto elevata è la forma di giudizio che la rappresentazione esige relativamente alla rappresentazione stessa; il taglio, in parte cinematografico, predilige prospettive angolari o frontali; le prospettive dal basso suggeriscono un disagio, il presentimento di qualche sinistro accadimento, come nel linguaggio cinematografico. Ma è credo in questi scorci panoramici, retti, che stanno all’orizzonte, così come luci e ombre stanno alle forme e al piano dell’osservatore, che si possa intravedere la sintesi di un linguaggio, quello Post-moderno, che fa dell’atto della visione il momento stesso dell’archiviazione mnemonica. L’oggetto pur non essendo nella sua propria modernità a misura d’uomo, ne è misura incontrovertibile sul piano percettivo-formale, ed è questo che rende Basilico, uno dei pochi fotografi che oltre a costruire rappresentazioni di realtà, ne hanno saputo riprodurre la sostanza, oggettivandola, non tanto nel gesto o nella tecnica, quanto nel giudizio (che è “naturalmente” istanza dello spettatore), modificando la qualità della cosa rappresentata, arricchendola, mutandone la sostanza, secondo un’appercezione che rende eterna, non già solo la cosa, ma lo sguardo stesso che è origine, intenzione, volontà, necessità, assenza, sogno.