Pictures from Italian profiles è uno degli archivi fotografici più interessanti e commoventi in cui ci si possa imbattere su Facebook. Qui abbiamo intervistato Stefano Frosini, che ne è il curatore, per farci raccontare la sua pratica archivistica e il suo rapporto con le immagini che seleziona.
L’intervista è tratta da una puntata del podcast Ragù.
(Tutte le foto sono tratte dalla pagina, fatta eccezione di un frame dal film “The straight story”)
Ciao Stefano, ti va di presentare la pagina?
La pagina è un archivio esclusivamente fotografico di scatti che, come recita il titolo, provengono da profili italiani. Tuttavia, “profili” va saputo interpretare in senso più ampio, perché queste foto non provengono necessariamente da diari Facebook, ma spesso anche da contenitori analogici, come il classico album di famiglia, o da quegli hard-disk lasciati a marcire per anni dentro un cassetto e che possono rivelarsi colmi di istantanee preziose, sepolte dal tempo.
Come è nata l’idea?
Occorre fare un salto indietro, e precisamente al 2017, quando persi gradualmente entusiasmo per il modo in cui i luoghi dell’intrattenimento di Facebook si andavano evolvendo: alcune pagine che seguivo chiusero, altre iniziarono a essere ripetitive. Poiché ero comunque costretto a frequentare Facebook per ragioni pratiche, iniziai prima a cercare e poi ad immaginare percorsi di intrattenimento alternativi. Una delle attività che mi dava più soddisfazioni era lo scandagliamento di profili pubblici degli utenti di età compresa fra i 50 e i 70. Profili di persone che erano di fatto, se non alle primissime armi con internet, sicuramente nuove su Facebook, dove erano approdate in cerca di un luogo in cui raccontarsi, come prima di loro avevano fatto i figli adolescenti sui diari di Netlog, su Forum Free, su Myspace. Era un approdo agognato e mai raggiunto prima: finalmente quel sito “dove stanno tutti”, o che “ha pure mio figlio” stava permettendo a quella generazione di raccontarsi. Se però i figli avevano appreso in precedenza come stare in quei luoghi e le regole, più o meno non dette, di tale narrazione, i loro padri e le loro nonne questa attitudine non avevano avuto la possibilità di assimilarla, dando vita involontariamente a fenomeni comunicativi corali o individuali che ai miei occhi risultavano e risultano di grande interesse.
Una ricaduta immediata di questo genere di fenomeni è quella sociolinguistica. Mi riferisco ai tanti post pubblici scritti nell’errata convinzione di avere un’interazione privata.
Esatto. Meno catastrofico, ma altrettanto significativo, è il modo in cui queste persone si sono improvvisamente trovate tra le mani una piattaforma che permette di condividere quantità sostanzialmente illimitate di immagini. Mi interessano le fotografie come strumento di narrazione di sé stessi, le fotografie come riflesso di sé o dell’idea che di sé che si vuole proporre al prossimo.
Questa tua indagine sull’autonarrazione ha da subito coinciso con “l’italianità” delle immagini o è una connotazione che ha assunto a posteriori?
L’archivio nasce ab ovo come qualcosa di privato, volevo una raccolta personale di immagini che fossero significative o evocative per me e altri pochi intimi. Per rientrare in questa raccolta intima spesso bastava banalmente la somiglianza molto spiccata di uno sconosciuto con una persona che conoscessi, o anche situazioni assurde o grottesche, fotografate per errore e senza velleità alcuna. “L’italianità” si riduceva totalmente a questo: la provenienza dei profili indagati. In questa fase embrionale il seguito era scarsissimo e mi sembrava addirittura buffo che ci fosse anche solo una piccola schiera di lurker incuriosita dalla mia cernita iconografica così limitata e particolare. Dopo qualche mese, probabilmente a causa di alcune ricondivisioni fortuite, c’è stata una crescita improvvisa del pubblico della pagina, crescita che mi ha costretto a fermarla momentaneamente per ripensarla.
Immagino si sia anche posto un problema di privacy…
In primis c’era certamente questo, quindi ho dovuto rimuovere alla svelta tutto quello che avevo raccolto e pubblicato fino a quel momento per evitare eventuali reclami dovuti all’improvvisa esposizione non autorizzata. Da quel momento in poi ho cercato di selezionare le foto rispettando sempre i miei parametri valutativi, ma facendo anche in modo che potessero conciliarsi con il fatto che ci fosse un pubblico ad interessarsene. Lo stesso pubblico che nei mesi successivi ha poi contribuito, direttamente inviando foto e indirettamente commentandole o condividendole, a far diventare la pagina un luogo da privato e intimo che era, ad aperto e collettivo, in cui quella che si racconta tramite le immagini non è più la storia piccola e un po’ compiaciuta di un “io”, ma quella sentita e partecipata di un “noi”.
La tua pagina offre una prospettiva multìvoca sul modo in cui le generazioni affrontano quegli eventi rituali che sono passaggi obbligati della fotografia. Compleanni, comunioni, vacanze e cene in famiglia: ci sono differenze generazionali nei modi di rappresentarli?
Facciamo un esempio: è il 2008. Siamo a un compleanno, un sedicesimo in particolare, e almeno uno degli invitati ha portato la sua sacrosanta fotocamera compatta, che può essere una Kodak, una Canon, insomma, uno di quei modelli diffusissimi all’epoca, dotati di scheda SD da (addirittura!) 1 GB, che permetteva di scattare un numero di foto spropositato, se paragonato con quello offerto dalle omologhe usa e getta in voga fino a qualche anno prima. Durante la festa, naturalmente si inizia a giocare con quell’aggeggio, fotografando tutto il fotografabile, ed è probabile che prima della fine della serata quel gigabyte venga riempito da qualche centinaio di immagini. Si ha il desiderio di immortalare quel momento, ma non solo: lo si fa quasi come se per godere di quell’atmosfera serena e giocosa, fosse necessario fotografare in maniera altrettanto divertita e spensierata. Tutto questo, benché non sia un assiduo frequentatore di Tik Tok e Instagram, non lo riscontro nelle nuove generazioni. Parlo di quest’attitudine a produrre quantitativamente e con la stessa spensieratezza: manca quello spirito di esuberanza gratuita con cui si sperperavano le foto. Mi sembra ci sia piuttosto l’idea di comporre un quadro armonico secondo i canoni introiettati da vari modelli. Avere come riferimento un determinato influencer significa assumerlo a canone di auto rappresentazione e perseguirlo anche in questo genere di occasioni di festa. Di certo mancava a quel compleanno del 2008 un riferimento di questo genere su cui sagomare le foto, perché neppure si vagheggiava, a quell’altezza, l’idea di un influencer che ti mostrasse come rappresentare esteticamente il tuo mondo. Ognuno aveva il suo metodo, la sua scuola estetica: c’erano il goth, il truzzo, il metallaro e tutte le altre categorie, sempre labili e intersecate, ma mancava una reference monolitica su cui basare i propri scatti ed autoscatti. E poi vigeva questa grande tendenza alla quantità, allo sperpero: l’idea era quella di fotografare il più possibile perché su 300 scatti, almeno una manciata di foto venute bene c’era sempre. E di fatto è così: il momento più memorabile della serata o il personaggio bizzarro che tocca il suo apice nelle retrovie, li trovi proprio in questo genere di foto. Questa spensieratezza oggi mi pare sia un po’ scemata; percepisco piuttosto una tendenza a mondare ed epurare le immagini di quegli aspetti genuini che ci fanno apprezzare ancora le istantanee dei compleanni del 2008.

Il tuo archivio mi sembra costruito proprio secondando i dettagli a cui facevi riferimento: aspetti minuti (talvolta di segno grottesco, altri dovuti a presenze inaspettate, particolari sorprendenti). Ti sei domandato quali sono quelli che su di te esercitano maggiore fascino?
Certo. Il mio gusto non guarda tanto a dettagli precisi: è sensibile piuttosto alla forza nel tutto definibile che, in certe foto, da quei dettagli si sprigiona. Roland Barthes, ne La camera chiara, distingueva nettamente il concetto di studium della fotografia da quello di punctum. Secondo il semiologo ogni foto che decidiamo di scattare ha un suo studium: il bambino che immortala la madre crea un certo studium nella rappresentazione del proprio oggetto affettuoso, così come il reporter di guerra crea uno studium del momento drammatico di cui è testimone. Dentro ogni istantanea, poi, può o può non esserci un punctum, ovvero un dettaglio non codificato e non previsto che punge l’osservatore. Scrive Barthes: «Certi particolari potrebbero pungermi. Se non mi pungono è senza dubbio perché il fotografo li ha messi lì intenzionalmente. […] Ciò che io posso definire non può realmente pungermi. L’impossibilità di definire è un buon sintomo di turbamento». Non si tratta quindi di un aspetto che si può ricostruire retrospettivamente attraverso un lavoro filologico, ma di un qualcosa che assale con prepotenza chi guarda: è quel punto che emerge dalla foto e che si scaglia contro l’osservatore. Barthes sostiene che è proprio il punctum della foto, se presente, a permetterle di trasmettere quel «buon turbamento». Non tutti gli scatti che ho pubblicato su PFIP si può dire che presentino simili caratteristiche: rispettando tale parametro la selezione sarebbe stata ben più ridotta. Però, in molte di queste, la componente descritta da Barthes credo sia presente. Questo è quello che mi accende, e le foto circondate da questo alone sono quelle che seleziono con maggiore sicurezza. Ma non tutte le foto possiedono questa forza micidiale, è qualcosa che accade, che non si può predisporre, si tratta di una variabile aleatoria, difficilmente predicibile e non definibile: è raro, insomma, imbattersi nel punctum o, addirittura nei puncta, all’interno di un’immagine.
È quanto mi accade, ad esempio, con alcune foto di inizio millennio, in cui vediamo adolescenti al centro delle loro stanzette mentre divorano un piatto di pasta circondati da quel caos armonico da cui spunta “Futurama”, un calzino sporco, un cartone di ACE, un Charizard e molti altri dettagli più o meno vividi: sono tutte voragini della nostalgia collettiva del nostro paese, correlativi oggettivi di intere fasi della giovinezza di tante persone. Si tratta di un’era che inizia subito dopo le “macchinette” compatte usa e getta, e finisce con gli smartphone. In questo regno intermedio stanno gli ordigni che hanno immortalato foto così involontariamente “perfette”.

Sempre in quell’opera Barthes definiva la fotografia «un medium bizzarro, nuova forma di allucinazione: falsa a livello della percezione, vera a livello del tempo». Hai l’impressione anche tu che la grana e il riflesso delle fotografie che abbiamo scattato o ricevuto hanno plasmato in una certa misura la nostra memoria?
Spesso riusciamo a suddividere l’infanzia e l’adolescenza in base a dei momenti fotografici, a degli stili, a delle forme. Se i miei primi ricordi sono tutti analogici, poi improvvisamente sopraggiungono memorie molto vivide della mia adolescenza digitale (ma mai oltre i 7 megapixel) e poi lo scarto con la giovinezza-adulta contraddistinta dai primi smartphone che già scattavano foto in alta risoluzione, in cui anche l’occhio meno esperto poteva constatare un complessivo salto di qualità. Scatti di periodi diversi provocano effetti diversi: oggi quando osserviamo queste immagini la sola grana è in grado di teletrasportarci a quei giorni. In virtù di questa tripartizione che si è verificata tra analogico, digitale delle compatte e digitale dei telefoni (e poi delle reflex universalizzate) è possibile suddividere l’ultimo trentennio fotografico in fasi distinte, ognuna con le sue specifiche connotazioni estetiche e formali. Ho sempre cercato di pubblicare foto ai miei occhi significative, a prescindere dalla grana con cui si presentavano, ma è anche quel riflesso che, a seconda di chi lo osserva, riesce a sprigionare il suo potenziale.
Visto che la tua pagina ha un repertorio con un’ampia escursione cronologica, mi interessava sapere le tue metodologie di ricerca per scandagliare la rete alla ricerca di questi scatti e se ci sono strategie diversificate che hai affinato con l’esperienza.
Il metodo si è evoluto nel corso del tempo. All’inizio ero decisamente dada (ride n.d.r.): mi recavo sui commenti di articoli di quotidiani importanti e partendo con quello più estremo e capslockato, perché il linguaggio è sempre un’ottima base di indagine, entravo nel profilo dell’utente e da lì indagavo senza particolari criteri. Dopodiché, a seguito della rivisitazione delle regole della pagina, ho ripensato anche la ricerca delle foto. Questo perché mi sono molto aperto alle proposte esterne e, sebbene permanga il mio filtro, come ho detto si tratta ormai di un progetto collettivo arricchito dal contributo di migliaia di persone che condividono con me le loro immagini. Ogni tanto cerco di perdermi su Google Maps, zoomando sull’Italia e selezionando, in modo totalmente casuale, un paese sperduto. Dopodiché mi sposto su Facebook alla ricerca di pagine dedicate a quella località, alle sue sagre, alle sue attività commerciali, fino alla pro loco e alla pagina ufficiale del comune. A volte navigo a lungo, perso in vagabondaggi infruttuosi, altre volte emergono tesori di inverosimile valore e bellezza. Di fatto i percorsi non sono rigidi: la condicio minima è che lo scatto sia già pubblico: se sono privati faccio in modo di arrivare al diretto interessato per chiedere il consenso.
Spesso, soprattutto tramite il gruppo, emergono delle linee tendenziali accomunate da un topos, delle vere e proprie wave. Penso ai bambini intimoriti al fianco di mascotte della TV o alle persone immortalate nell’atto di rimestare enormi quantità di salsa.
Sì, i filoni di solito si generano spontaneamente sul gruppo della pagina (Pictures from Italian community n.d.r.) e da lì crescono. Io cerco, quando mi piacciono, di sondare il gusto dell’utenza per capire se sia il caso assecondarli. Spesso c’è del vero entusiasmo: una delle wave più amate fu quella delle nonne e dei nonni guerrieri, anziani a cui i nipoti facevano imbracciare katane o impugnare spade appartenenti a personaggi di Final Fantasy. Assecondo sempre le ondate che mi danno la sensazione di arricchirsi dai contributi di ciascuno. Se invece mi accorgo che dalla variazione sul tema si scade nella sterile ripetizione, allora smetto subito di incoraggiarle. Penso costantemente a dosare le componenti dell’archivio: il mio originario allontanamento da Facebook era proprio dovuto al fatto che vedevo ripetersi gli stessi schemi nelle stesse forme stantie e voglio evitare, favorendone il dinamismo, che questo accada con la pagina

Ti spaventa il rischio che l’elemento italiano possa coincidere con lo stereotipo e che la tua pagina sia ormai riconoscibile al punto da indurre alla tipizzazione chi ti propone gli scatti?
Assolutamente, provo sempre a variare la proposta senza oziare eccessivamente nelle immagini di pizze e pastasciutte. Lo stereotipo è comodo perché è efficace, ma deve essere dosato e maneggiato con cautela. Su di esso si può costruire per esempio un’autoironia o un’autoanalisi della cultura nazionale: approdo che però non è agevole, né tantomeno scontato. In questo la pagina credo che abbia preso un suo taglio e un suo ritmo; mi sono sempre divertito e se dovessi smettere di farlo penso che la chiuderei il giorno stesso. Ma il divertimento è appunto sempre consistito in questa disomogeneità, questa variazione costante di toni, registri ed epoche.
In questo mi sembra di osservare come sia principalmente la nostra generazione (Stefano è del 1993) a sclerotizzare o decostruire gli stereotipi attraverso piatti di pasta esagerati e pizze pantagrueliche. Uno dei maggiori pregi della tua pagina secondo me è però anche quello di veicolare immagini commoventi, che sono preponderanti quando attingi alle epoche più remote.
Quando dovetti abbandonare quell’iniziale stile di selezione, così intimo, ma anche libero e spregiudicato, sorse in me la paura di vincolare troppo ai consensi le scelte, perdendo molto in termini di spontaneità. Per compensare un po’ questo timore, che fortunatamente non si è mai concretizzato, iniziai a selezionare foto del passato, anche molto remoto, nelle quali si rintracciava un fil rouge che le riannodasse al presente.
Molte di queste sono come animate da un nostos, un tentativo di fare ritorno a ad un indefinibile passato ancestrale o di riallacciare un legame con una madre patria interiore, legame che viene potenziato dal tempo trascorso, sprigionandosi in maniera talvolta commovente. La forza di tante foto novecentesche che seleziono credo risieda proprio nel potere misterioso di rendere quelle dinamiche e quei volti non solo vivi, ma in anche in costante comunicazione col presente.
Ci sono diversi scatti degli anni ’70 e ’80 in cui si assiste a quelle stesse situazioni di gioiosa partecipazione collettiva che si ritrovano nei compleanni dei ragazzini del 2008, certo con i pantaloni a zampa d’elefante e tutte le differenze tecnologiche del caso, ma a queste si somma un’amara venatura nostalgica dovuta al fatto che sono tempi sia proverbialmente che letteralmente andati: il ricordo che ne emerge, riattualizzandoli, ha la forza di riportarli in vita.
A questo aggiungo che non sempre è facile pubblicare foto troppo datate, specie se appartenenti ai periodi più neri e drammatici della nostra storia nazionale. Penso, in particolare, agli anni ‘30: ce ne sono molte che potrei pubblicare in quanto, tra le altre cose, testimonianza diretta di quegli anni, e mi pare evidente che in questi casi ci si possa aspettare, senza troppo clamore, che al posto dei cosplayer di Ash Ketchum ci siano dei balilla che sfoggiano, incoraggiati dai padri, il saluto romano, e lo fanno con la truce innocenza di chi si trova, senza averlo voluto, a vivere la propria giovinezza sotto il regime fascista. Ma l’algoritmo interviene implacabile, censurando senza analisi, senza riflessione storica o antropologica: questo perché interpreta l’elemento simbolico (il saluto fascista) come bastante a costituire il cosiddetto “incitamento all’odio”, senza operare alcun discernimento tra documento storico e uso strumentale o ideologico di un’immagine. Alcune fotografie sono state censurate, altre mi sono astenuto dal proporle perché avrebbero subito la stessa sorte, benché non avessero nulla di violento o propagandistico. Prima di ogni condivisione è quindi sempre necessaria una riflessione preliminare volta ad assicurare che Facebook non intervenga sfavorevolmente: questa è forse una delle note più dolenti per chiunque amministri una pagina come la mia su questa piattaforma, sempre meno amica degli utenti che la animano. E non si tratta di fare un processo tout court al sistema censorio, il quale ritengo abbia motivo d’esistere all’interno dei social, ma piuttosto di affermare la necessità che tale sistema sia diretto, almeno in fase di revisione, da un’intelligenza umana in grado di correggere le sentenze miopi di una demenza artificiale.

Hai avuto dei modelli di riferimento? Su internet esistono esperienze similari nella connotazione geografica, ma decisamente distanti negli intenti. Penso a pagine come “Soviet visuals” o agli scatti raccolti dal “British culture archive”. La prima è sicuramente più documentaristica, mentre nella seconda, sebbene possano confluire immagini di eventi come la pancake race, i soggetti sono spesso immortalati da fotografi dotati di perizia tecnica e un occhio allenato alla composizione.
All’epoca della genesi di PFIP ero affezionato a una pagina che si chiamava K Maron, dietro la quale si dava da fare Gabriele, un admin molto intelligente e capace. Mi piaceva che raccogliesse molte foto provenienti da quel limbo di cui si è discusso: quello degli anni zero, l’interregno delle compatte e delle digitali, e che lo facesse con una sensibilità fuori dal comune. La principale differenza rispetto a PFIP è che, alle foto che condivideva su K Maron, Gabriele era solito allegare delle didascalie per amplificare l’effetto apertamente comico, effetto che nelle foto che seleziono può comparire, o meno.
In te manca quasi del tutto il commento e se c’è si limita filologicamente a riportare l’anno o la fonte…
Ho voluto dare quasi da subito alla pagina un taglio da bot, da macchina che si occupa di selezionare le immagini, pur con un filtro “umano”, che è spesso severo. Mi interessa che sia data alle foto tutto lo spazio necessario per comunicare senza bisogno di far ricorso alla didascalia, che può essere scivolosa, rischiando di distogliere l’attenzione dall’immagine, o di “normalizzarla”, privandola del fascino e del mistero su cui si regge. Ancora Barthes nota come molti puncta siano proprio legati a una domanda che può assalire l’osservatore: credo che la domanda sul contesto offra più spunti e più strade della risposta, dell’episodio esplicitato, razionalizzato e di conseguenza depotenziato.
Scorrendo la sezione commenti si nota come una parte consistente del seguito della pagina non sia italiano. Ti sei chiesto cosa trovano e cosa li incuriosisce del tuo archivio?
Il 50% del pubblico è costituito da non italiani, ad oggi. Forse perché la narrazione che si produce dell’Italia per chi non ci vive, già fuori dal paese e ancora di più fuori dal continente, si adagia perlopiù su macchiette e modelli ricorrenti. Dunque, per immedesimarmi in un utente statunitense, credo che se per caso incappassi anche io in una pagina che sorprende il mio orizzonte d’attesa ne verrei rapito. Attraverso i media, i libri, i film, la narrazione di un paese è sempre almeno in parte falsata e alterata. Quando si scopre che c’è dell’altro, la conquista ci lascia stupiti e affascinati, ci ferisce positivamente. Mi vengono in mente gli Stati Uniti per come li racconta David Lynch. Quando uno spettatore si assuefà agli stereotipi dell’Hollywood classica ne matura inconsapevolmente una certa idea in testa, solida e rassicurante. Poi arrivano i suoi film, anche quelli meno sperimentali, come “Una storia vera”, che altrettanto nitidamente riescono a restituire un’immagine degli USA completamente inedita. Un’altra pellicola che mi viene in mente è “Lucky” di John Carroll Lynch: mi ha generato lo stesso effetto di piacevolissimo spaesamento.

Mi racconti la storia di due foto a cui sei particolarmente affezionato?
Me ne vengono in mente molte. Una che riscosse grande successo e mi piacque appena la vidi è quella che appartiene a un signore di Bologna, poi divenuto una sorta di mascotte della pagina per un certo periodo: si tratta di uno scatto nel quale il soggetto viene colto nell’atto di sollevare le coperte del letto sotto le quali trova una schiera di uova, evento a cui reagisce scomponendosi in una smorfia allibita. L’immagine ha una virtù intrinseca perché pur essendo chiaramente costruita, nasconde un nucleo grottesco e strambo che le permette di serbare invariata la sua forza.
È infatti, almeno per me, al di là di altri elementi più o meno dissonanti (vd. foto poco sotto), come se ogni uovo costituisse un punctum a sé, forse poiché l’idea che chi osserva è portato a materializzarsi in testa è quella dell’irreparabile spargimento di tuorli e albumi che potrebbe ingenerarsi in seguito al minimo movimento sbagliato. E poi, le domande, dentro le quali risiede spesso il mistero e con esso il fascino delle immagini: che ci fa quasi un centinaio di uova sotto le coperte di un uomo adulto con la t-shirt di Spider Man che si finge esterrefatto? Anche se si trattasse di una mera forma di zelo compositivo e scenografico, non perderebbe in bizzarria e forza evocativa.

Un’altra che mi ha colpito – questa più recente – è quella che vede immortalata una nonna a cui è stata messa in mano una copia di Final Fantasy X, che viene esibita a favore di camera per imposizione della nipote. La bambina si scorge subito dietro, sorridente e intenta ad alzare i pollici in segno di approvazione completa verso il gesto dell’anziana, che finalmente ostenta un (coatto) apprezzamento per quel videogioco, venerandolo come una reliquia. C’è un ampissimo divario tra l’entusiasmo vero e tangibile della bambina e l’espressione della nonna, che tradisce la rassegnazione, la resa amorevole davanti all’insistente nipote. L’assimilare elementi della cultura popolare – anche molto recenti – a queste vecchie signore credo sia sempre efficace: crea una miscela disorientante e tenera al contempo. Mi pare significativo anche il semplice fatto che quel medesimo oggetto (una confezione di plastica ricoperta di scritte indecifrabili per la signora, lo scrigno di un intero universo di personaggi e di storie, l’epos videoludico, per la pargola) le unisca dentro questo medesimo scatto. Sono immagini che prese singolarmente non forse hanno la stessa energia, ma che messe insieme formano un discorso unico che si nutre di sé stesso, prendendo una sua precisa direzione.

Un altro valore che credo possiedano le tue foto è infatti quello di contenere al loro interno dei microracconti. Viene in mente quello che hai scelto per la copertina della pagina in cui madre e figlio portano degli enormi cartoni della pizza chinandosi per passare sotto al nastro isolante.
Quella è una foto straordinaria: proviene da un articolo di giornale su un fatto di cronaca, se non sbaglio si trattava di una sparatoria. Il reporter che fu inviato sul posto ebbe l’ardire di scattare foto anche alla fauna che passava di lì in quel momento e il fato ha voluto che, così facendo, immortalasse una delle fotografie più belle che io abbia mai scovato in questi anni di ricerche. Al di là della tecnica fotografica, che è evidentemente quella di un professionista, c’è la fortuita concomitanza di elementi diversi: l’ingobbirsi sotto il nastro della polizia, che solitamente isola le scene del crimine; il poliziotto che lo solleva per permettere il passaggio; il bambino e la madre attoniti, con in braccio dei giganteschi cartoni che sembrano contenere chili e chili di pizza. Si direbbe quasi una foto costruita in studio e invece la sua forza incontenibile sta nel fatto che si è materializzata autonomamente, in quell’istante.

Come immagini debba essere fruita la pagina da un internauta che vi capita per caso?
L’immagine che ho in mente, per come è diventata ultimamente la pagina, è simile a quella a cui quasi tutti hanno assistito almeno una volta: quella di certi giorni di festa quando, intorno alla tavola appena sparecchiata, si radunano decine di parenti per sfogliare enormi tomi, album fotografici recuperati da qualche anfratto sconosciuto (e quindi protetto) dalle madri, o dalle nonne, che ricordo, nel mio caso, come sacerdotesse della nostalgia domestica, attente conservatrici di quelle immagini scattate negli anni, sempre nel mio caso, dai padri o dai nonni. In quel modo, quando ero bambino, dopo i pranzi delle feste, i grandi passavano le ore, ridevano, pronunciavano nomi che risuonavano in me come esotici e antichissimi, mi mostravano che anche loro, incredibilmente, erano stati bambini. Sono scene alle quali difficilmente sarà possibile assistere con le foto in digitale, perlopiù destinate a sparire dentro gli hard-disk, e quindi anch’esse nascoste, ma decisamente meno organizzate e non più a portata di mano. Non giudico la cosa come negativa in sé, ma è un fatto che questo formato le renda più facilmente dimenticabili rispetto all’analogico, cambiandone in parte anche la percezione di fotografi e fotografati, forse addirittura amplificandola, poiché una foto riscoperta dopo anni suscita effetti ben più “catastrofici” di quelle sfogliate ogni sei mesi. Tornando al nostro album cartaceo, vi si racconta una storia fatta di ritratti, momenti tristi e momenti felici, si incontra il parente defunto, il capodanno dell’80, il primo cane, il congedo militare, molti e differenti intrecci di persone e vicende. La pagina la intenderei forse proprio come una di queste imponenti raccolte di foto di famiglia, che interseca però tanti nuclei familiari diversi e che racconta quindi una storia nazionale, ed è sostanzialmente solo in questa accezione che assumo il termine “Italian”, desumendone cioè l’accezione “popolare”, in questo caso il percorso di un popolo che evolve e cambia. Quel percorso collettivo è ciò che la pagina vuole raccontare e come tale mi pare debba essere intesa.

Da tutto questo germina naturalmente la curiosità sul futuro della pagina. Esiste la possibilità di dare un risvolto materiale all’archivio digitale?
Sì, ci sto pensando da tempo e ultimamente il progetto ha assunto contorni più concreti. Non posso dare troppe anticipazioni perché il progetto è in nuce, ma c’è all’orizzonte l’idea di stampare un album fotografico che conterrà un centinaio di immagini tratte dalla pagina: un lavoro lungo che richiederà un altrettanto meticolosa procedura di richiesta dei consensi. Si tratta di attendere dunque, appena ci saranno notizie più precise ve le darò
Mi sono scoperto spesso a sfogliare il tuo album durante questo anno, tu che hai accesso al traffico hai riscontrato una crescita durante il lockdown?
Direi che la crescita è rimasta costante. Sicuramente durante la pandemia alcune foto hanno ricevuto una risposta più solida di altre. Ad esempio, lo scatto dei ragazzi che giocano in cortile a Magic The Gathering, postato lo scorso anno in pieno lockdown nazionale, toccò davvero tutti. Anche un’attività semplice come una partita di carte tra amici appariva allora un sogno impraticabile. Una certa importanza l’avrà avuta la componente retromaniaca: si tratta di un gioco che aveva segnato le adolescenze e l’immaginario di molti, immaginario che in quella fase sembrava più che mai distante. È certo che l’esperienza pandemica abbia alterato la percezione di alcune foto, conferendo agli scatti una componente iper-nostalgica che altrimenti non avrebbero avuto.

Come è cambiato nel tempo il tuo rapporto con la fotografia da quando hai aperto la pagina?
La fotografia è un mondo che ho cercato di esplorare fin da ragazzino: anni fa mi fu regalata una Reflex con la quale, dopo aver studiato la tecnica, ho attraversato una ingenua (ma genuina) fase sperimentale in cui giocavo per giornate intere con i tempi lunghi e le aperture del diaframma. Oggi, per varie ragioni, è più raro che mi trovi a fotografare. Mi è rimasta la passione, però. Mi piace soprattutto la fotografia che crea una narrazione. Il lavoro dietro la pagina mi ha permesso di studiare le tendenze e i canoni formali collettivi, ma anche solo di scoprire quanto sia frequente incontrare una certa composizione, o inquadratura, quando questa è operata da persone che fotografano costantemente senza essersi mai occupate di fotografia (Talvolta, anche involontariamente, ottenendo risultati migliori di tanti fotografi professionisti). Col tempo ho iniziato a riconoscere una serie di modelli fissi ai quali per tanto tempo i giovani degli anni 2000 hanno fatto ricorso per creare la narrazione della loro sfera sociale. Non saprei dire in quante centinaia di ritratti scattati a un millimetro della faccia del soggetto mi sono imbattuto (ride n.d.r) o in quante pose bizzarre, in quante smorfie, in quanti sguardi persi nel vuoto. Più che la fotografia in sé, in questi ultimi anni ho approfondito i suoi aspetti sociali e antropologici: il modo cioè in cui il fotografo non professionista, ma spesso nemmeno amatoriale, si approccia allo scatto, con tutto quello che di vivo, indecifrabile e commovente ne può derivare.

Emiliano Ceresi è dottorando in Studi umanistici presso l’Università degli Studi di Palermo dove conduce un progetto di ricerca sulla lingua e le fonti letterarie di Giorgio Manganelli. Si è laureato in Filologia moderna discutendo una tesi in Storia della lingua italiana, intitolata “Esempi di antichizzazione nel romanzo contemporaneo: Bufalino, Eco, Mari” (relatore: Matteo Motolese; correlatore: Luca Serianni). I suoi interessi spaziano dalla stilistica alla lessicografia con particolare attenzione agli aspetti linguistici e filologici degli autori contemporanei. È stato relatore in convegni presso Università italiane ed estere e ha tenuto lezioni all’interno del corso di Linguistica testuale del proprio ateneo. Collabora con “Portale della lingua italiana” dell’enciclopedia Treccani. Per il sito Fenomeno.eu conduce un podcast di interviste sulla contemporaneità che si chiama “Canone”.
