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Nuova puntata della serie di Maurizio Cotrona: il racconto di un progetto che intende produrre editoria a fumetti a Taranto. Qui le parti precedenti.

30 ottobre 2020

La macchina è pronta, è ora di scaricare i cavalli a terra e mettersi a lavorare sul catalogo. L’obiettivo è quello di arrivare pronti per l’ottobre del 2021. In attesa  delle proposte di Quello.che.non.ti.ho.detto e nella latitanza di Pirupirpe (qualcuno può fargli sapere che lo cerco?), mando un messaggio nella bottiglia a una dozzina di altri istagrammer che ho puntato. Intanto è la scuola di fumetto di Gian Marco, Grafite, a offrirci la prima infornata. In una telefonata di 15 minuti, io e lui selezioniamo quattro autori dalla dozzina che abbiamo visionato, c’è un sintonia preoccupante tra noi due. I quattro sono Filippo Capodiferro, Giuseppe Grossi  e Gaetano Longo (sceneggiatore + disegnatore) Rocco Casulli, Lucia Cascione. Sono tutti bravi a un livello che, solo qualche settimana fa, avrei fatto fatica a immaginare.

In un ottica di factory, valutiamo più il talento potenziale, che la consistenza del singolo progetto proposto. Solo Kap (quello del GRANDE FUMETTO) ha già del materiale di partenza ben definito su cui lavorare, per gli altri ci toccherà fare il mestiere delle ostetriche e ci piace così.

Già, la Factory. L’idea (partorita da Gian Marco e destinata a diventare il nostro biglietto da visita) è questa: imposteremo un percorso, creativo e contrattuale, concepito per gli autori che esprimono un talento brillante, ma ancora inespresso: offriremo loro tutto il nostro supporto e un tempo di incubazione in cui potersi mettere alla prova, per dimostrare – prima di tutto a se stessi – di essere pronti a esordire.

Un tempo di libertà, vissuto nella possibilità di un confronto con noi. Un tempo che consentirà a Ottocervo di offrire una chance a fumettisti che, altrimenti, verrebbero lasciati nel limbo del “riprovaci tra qualche anno” e che, al contrario, troveranno uno spazio concepito per liberare un fumetto di tutte le sordine e le imbottiture che gli impediscono di esprimere pienamente proprio potenziale.

Questo in teoria. Nell’immaginare una transizione verso la pratica, vengono fuori tutte le mie insicurezze. Edificheremo una fabbrica fatta per aprire degli spazi che, altrimenti, non esisterebbero, o un recinto in cui addomesticare animali feroci? Nei miei momenti di vuoto, mi capita di pensare in modo critico, l’avrete capito. Un termine accrescitivo di critico? Paranoico. Un parola per dire “paranoico” ma che non esprima una patologia? Vigile, nei miei momenti di vuoto divento molto “vigile”: guardo in faccia le mie paure, le porto alla luce. Portarle alla luce, significa scrivere questa  email per i due compari:

Soci, in questi giorni ho pensato molto alla factory, provando a mettermi dalla parte degli autori. Non voglio fare passi indietro, anzi, credo diventerà la nostra bandiera. Proprio per questo dobbiamo stare attenti a concepirla e comunicarla in un modo che non ci faccia passare dalla parte del torto.

Il fatto è che ci vuole un attimo a smettere di essere un posto che ha a cuore l’espressione del talento e far prevalere l’ansia di controllo (lo ricordo a me stesso, prima di tutto!). Vi dico quali sono le derive da evitare, secondo me:

  1. non dobbiamo impostare un rapporto “ricattatorio”: noi offriamo una possibilità su un presupposto di fiducia in un talento; se, alla fine, decidiamo che, per il momento, un fumetto non è pronto, è perché quel talento vogliamo proteggerlo. Eviterei clausole troppo strette, che presuppongano un rapporto di sfiducia;
  2. non dobbiamo affermare una prassi “cattedratica”. Non siamo professori che insegnano e danno i compiti, ma persone esperte che si rendono disponibili a un confronto;
  3. non siamo coautori e non vogliamo imbrigliare il talento: il nostro intervento, nella sostanza, sarà orientato a dare all’autore sicurezza nei propri mezzi, mostrare possibilità e aprire spazi. L’ultima parola sulle scelte artistiche e narrative, –  al di là di alcuni aspetti di forma e di grammatica del racconto a fumetti – dovrà averla l’autore;
  4. dobbiamo dare per scontato che, salvo rare eccezioni, un autore ha a cuore quanto noi le proprie storie (diverso è il caso dei disegnatori che lavorano su progetti commissionati). La factory ci dà la possibilità di mettere alla prova autori che altrimenti dovremmo respingere, non può diventare un espediente per pararsi le chiappe da eventuale atteggiamenti poco seri, altrimenti il rischio e di snaturare lo strumento (e di perderci i più bravi).

La bandiera della factory, insomma, deve stare ben piantata sui territori dell’Estremistan e tenersi lontana dai confini del Mediocristan (l’immagine viene da Taleb).

Ecco. Finito il pippone, ciao.

mau

Invio. Gian Marco e Antonio hanno capito come difendersi dalla mia grafomania anti-pneumatica: non rispondono nulla, neppure un rigo, non fanno alcun cenno neppure quando ci sentiamo al telefono. Ma va bene così, perché so che mi vogliono bene: loro si fidano delle vie scavate dalla mia acqua, io mi fido dei loro frangiflutti.

 

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Autore

mcotrona@minima.it

Maurizio Cotrona è nato a Taranto nel 1973. Esordisce nel 2006 con il romanzo "Ho sognato che qualcuno mi amava" (Palomar). Nel 2011 pubblica "Malafede" (Lantana, Premio Puglialibre come miglior romanzo) e nel 2015 "Primo" (Gallucci HD, vincitore del premio del gruppo GEMS “Io Scrittore”). Il suo ultimo romanzo è Il figlio di Persefone (Elliot edizioni, 2019). Co-direttore editoriale di "Ottocervo edizioni", è maestro della scuola di lettura per ragazzi “Piccoli maestri".

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