Nuova puntata di una serie a cura di Maurizio Cotrona: la testimonianza personale di un progetto che intende produrre editoria a fumetti a Taranto. Un viaggio tra ambizioni e difficoltà. Qui le parti precedenti.
11 settembre 2020
Sono stato ad Arezzo per un piccolo intervento, un intervento di quelli da vecchi. “Hai cominciato presto”, mi dice la moglie del professore universitario in pensione con cui divido la stanza. Non sa che è già la seconda volta, per me.
Steso sotto lenzuola troppo inamidate, osservo il professore che fa un’espressione sofferente: lui è lo spettro del mio futuro. Diverrò un ultrasettantenne che trascorre la vita entrando e uscendo da questa clinica a intervalli sempre più stretti – dodici, undici, dieci mesi – barattando spazi di tempo di dolore e catetere a ogni giro più lunghi, con frammenti di normalità a ogni giro più brevi.
Allegria!
Per la durata del ricovero, il professore è l’unico essere umano di sesso maschile che incontro. Le infermiere e le dottoresse che ci fanno visita, sono tutte bellissime, proprio tutte, e il merito di quest’anomalia statistica va attribuito alle mascherine, temo: gran parte dei difetti di un viso tendono a concentrarsi nella bocca e nel naso, perennemente nascosti nel rispetto della profilassi anti-contagio.
Sto attraversando un corridoio, steso in barella, e sono diretto verso un temporaneo oblio, quando mi capita di rubare la vista del musino da leprotto di una delle mie infermiere, impegnata a bere un caffè: un musino più simpatico, ma meno bello di quello che avevo immaginato.
Mi viene questa idea: la predisposizione automatica del cervello umano a sostituire i lineamenti nascosti con dei lineamenti perfetti, ha a che fare con l’origine del mio amore per i fumetti. Tema da approfondire: Ω3. (Le avevate dimenticate le mie “omega”, vero? Colpa di Liborio Conca, che centellina le uscite di questo diario…)
Sono stato già dimesso e stiamo facendo colazione in albergo, quando Barbara mi dice: non sei un tipo di compagnia, sai? Affermazione che giunge al decimo anno di matrimonio. Probabilmente ha ragione e la colpa è tutta dell’attrazione esercitata sui miei pensieri dal tappabuchi di turno.
Ω2 I tappabuchi.“I fumetti sono un ottimo tappabuchi”, ho scritto più su. Parliamo, quindi, di questi tappabuchi.
Sette o otto anni fa, ho comperato un cellulare all’ultimo grido (penultimo, va) e mi è venuta la voglia di scaricare qualcosa che sfruttasse appieno il processore “quad core”. La scelta è caduta su “Clash of clans”, un videogioco che ti chiede di costruire un villaggio e un esercito, per poi migliorarli nel tempo, scalando livelli. La cosa mi ha preso la mano e, in quegli anni, “Clash oh clans” è stato il silicone trasparente con cui riempire tutti i crepacci mentali che mi si spalancavano davanti. Al di là del tempo materiale speso a giocare, le strategie di Clash of clans rappresentavano delle liane a cui afferrarmi per non cadere nel vuoto, nei momenti di buco.
Quattro anni fa, ho accompagnato mio figlio maggiore nel negozio di Luciano, per una riunione di “lega”. Niente politica, si trattava di un incontro tra giocatori di carte collezionabili Pokemon. Per aiutarlo ho dovuto imparare a giocare anche io e, l’avrete immaginato, la cosa mi ha preso la mano. Il gioco, devo ammettere, è proprio stimolante.
È un po’ come giocare a scacchi, ma avendo, in aggiunta, la possibilità di scegliere i pezzi della propria scacchiera tra migliaia di alternative, ognuna con la propria mossa peculiare. Oltre alla logica, viene straordinariamente stimolata la creatività, necessaria per inventare il proprio mazzo e modificarlo, tenendo il passo dell’evoluzione dei mazzi rivali.
Le carte Pokemon hanno svolto, per altri due anni, il ruolo di silicone tappa-fessure. Al di là dell’impegno materiale speso a giocare, i Pokemon catturavano i pensieri che facevo quando non ero occupato a pensare ad altro.
Ora la domanda è: i fumetti sono il miei tappabuchi del momento, come lo sono stati “Clash of clans” e le carte “Pokemon”?
Sì e no. Sono il mio nuovo silicone, ma anche qualcosa di più, perché hanno radici più profonde nella mia biografia e tronchi più ramificati. Sarebbe il momento di passare a un’ulteriore divagazione sul mio amore per i fumetti, l’Ω3, ma due omega di seguito farebbero calare troppo la già fragile audience.
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