(fotografia di Claudio Sforza)
di Francesca Pellas
Come si intervista una persona che ha intervistato chiunque? Forse in un modo solo: accettando il mistero. Il mistero di Daria Bignardi è che non si conosce veramente Daria Bignardi. Per lei viene in mente una frase di Saving Agnes, il romanzo d’esordio di Rachel Cusk del 1993, in cui la protagonista ritrova un vecchio libro e scopre che a sei anni ci aveva scritto dentro a matita “It’s good to quietly hide”, è bello nascondersi senza far rumore. Parole che in un certo senso descrivono anche Bignardi, almeno per chi la vede da fuori, e non solo perché fanno pensare a una cosa che dice spesso, cioè che da bambina e da ragazza ha letto compulsivamente (perciò quella frase potrebbe averla scritta lei), ma perché, nonostante i decenni di tv, di radio, e i sette libri (di cui uno, il primo, sulla sua famiglia), Bignardi è un segreto, seppur nascosto in piena vista. Si ha inoltre spesso l’impressione che di Darie ce ne siano due, una più spinosa, l’altra di gran cuore. Ama molto i gatti (presenza costante nella sua vita: da quello dell’infanzia, Micione, a quello di oggi, Obama) e lei è qualcosa di simile: un elegante enigma.
Da poco è uscito per Mondadori il suo nuovo romanzo, Oggi faccio azzurro, il cui titolo è un modo di dire usato dai pittori tedeschi nel Medioevo che significa: oggi non lavoro, vedo il cielo. La protagonista si chiama Galla come Galla Placidia, imperatrice romana e regina dei Visigoti, ed è stata lasciata dal marito dopo vent’anni. È disperata, ma non è sola: sente infatti la voce di Gabriele Münter, pittrice tedesca e compagna di Kandinskij che con lui fondò Der Blaue Reiter, e che da lui fu poi abbandonata. Gabriele parla con Galla, la prende in giro, e la aiuta a navigare questo dolore che nel libro è declinato in cinque diverse storie e attraverso altri tre personaggi, ognuno dei quali a modo suo è stato abbandonato come loro due, e ognuno dei quali (tranne la psicanalista, che tiene tutti insieme) sta “facendo azzurro” nella vita, cioè vivendo sospeso.
Galla, la protagonista di Oggi faccio azzurro, è stata lasciata dal marito in modo orrendo e si sente responsabile. Perché vivere un grande dolore ci fa sentire in colpa, inadeguati?
Nel romanzo la psicanalista Anna Del Fante dice a Galla che chi viene lasciato bruscamente dopo una lunga relazione si sente in colpa come chi viene violentato.
E come finisce il dolore? Di colpo una mattina?
No, va a ondate: si alza e scende come la marea, sempre più lentamente.
Come le vengono i nomi per i libri? Cito solo gli ultimi: Lea Vincre, Shlomo, Doug, e appunto Galla.
Ci penso tanto, ascolto i personaggi, li studio, li osservo, e prima o poi i nomi arrivano.
Qual è la sua ora preferita del giorno?
Mi piacciono le otto del mattino: mi sono alzata da poco, guardo il cielo, faccio una doccia calda, preparo il caffè.
Lei arrivò a Milano giovanissima. Mi racconta un po’ di quei primi tempi, l’atmosfera, cosa ricorda con più nitidezza e allegria?
Non era un periodo molto allegro: mio padre era morto da tre mesi. Però ricordo con allegria e nitidezza la nevicata del gennaio ‘85: Milano si bloccò ma io andai al lavoro a piedi, da via Mecenate a via Torino, un percorso di sei chilometri nella neve alta un metro. Ci misi più di due ore e arrivai in ufficio bagnata fradicia: non ci era andato nessuno tranne il direttore, con un maglione da sci rosso. A fine giornata mi riaccompagnò a casa con la sua Land Rover coi seggiolini dei figli piccoli nel sedile di dietro e da quel giorno mi tenne in una certa considerazione.
Erano anche anni fortunati, fitti di storie che al netto del talento non si sentono più: lei racconta che fece un colloquio a Chorus e fu subito assunta a tempo indeterminato.
Quello fu tre o quattro anni dopo. Mi assunse lo storico Giordano Bruno Guerri al quale feci credere di capirci di fotografia: in realtà sapevo e volevo solo scrivere. Ma tanto il giornale chiuse dopo due anni, il tempo di fare il praticantato.
Lei dice spesso di avere un brutto carattere: fantastica mai di averlo bello (io sì)? E per lei questo buon carattere com’è?
Credo di essere migliorata, con gli anni. Aspetti una ventina d’anni, e vedrà che se uno non è stupido o autolesionista sul suo carattere ci lavora.
Ogni tanto in qualche pezzo si legge che lei è “più alla mano di come appare, mica una snob, mica così severa”. Ma a me lei non pare affatto snob, né severa! Per esempio nelle sue trasmissioni ride sempre molto. Nella vita che cosa la fa ridere di più?
Un sacco di cose: le barzellette puerili, le battute raffinatissime di mia figlia, i ricordi familiari condivisi con mia sorella in cui prendiamo in giro le stranezze di nostra madre, le battute degli amici. Rido molto anche coi colleghi. Giocherei e scherzerei sempre.
Lei per tanti è stata un po’ un faro. Penso a chi come me la vedeva dalla provincia profonda ma con ambizioni da liceo classico, ovvero, nel mio caso: andare via, vivere con la cultura. Ha contribuito a formare un gusto, un pezzo di sensibilità intellettuale di molti (l’attenzione alla sostanza, ma anche al nuovo…). È innegabile, come le ha detto bene anche Jonathan Bazzi nella sua intervista su Sette. Ne era consapevole mentre succedeva? E ora lo è, di quanto in tanti le dobbiamo?
Allora no, non lo sapevo, adesso un po’ di più perché me lo dite in tanti: evidentemente con l’età mi sto traghettando dal ruolo del solito stronzo a quello del venerato maestro.
Ho un ricordo nitido di una puntata di Tempi Moderni in cui un uomo doveva entrare in una vasca di fango e lei gli aveva detto: “Be’, si tolga i pantaloni così si muove meglio”. Lui non voleva e alla fine confessò di essere senza mutande. Rivedo la me ragazzina, sconvolta all’idea che uno potesse andare in tv senza mutande (ma anche uscire di casa senza, in generale). Mi dice un suo ricordo ancora vivissimo di tutti questi anni di tv?
Ma dai, non me lo ricordavo: mi sta dicendo che facevo entrare le persone nel fango nel ‘98? Sono sempre stata avanti, bisogna riconoscerlo. Di Tempi Moderni ricordo perfettamente la prima puntata: intervistai nove coppie gay, di ognuno sapevo tutto, avevo passato giorni al telefono con loro. Alla fine della puntata mi sentivo vibrare: sapevo che avevamo fatto una cosa bella e nuova.
Ha da poco finito L’Assedio (sul canale Nove il mercoledì), e in tutto questo per diverse settimane ha fatto insieme la tv e la radio (su Capital, ogni mattina, e la radio prosegue). Dice che la malattia le ha insegnato a non strapazzarsi, ma lei un po’ si strapazza.
Grazie a Dio L’Assedio è finito. Bella anche come citazione, eh, “l’assedio è finito”?
Qual è la cosa più faticosa del fare televisione, a parte il doverla fare sui tacchi?
Apparire, truccarsi, vestirsi e scrivere in due giorni cinque interviste che durano mezz’ora: tra prepararle e scriverle un paio d’ore l’una servono, quindi dieci ore di computer in due pomeriggi, perché il resto del tempo si lavora in gruppo a preparare la puntata.
Lei è bella ed elegante (non dica di no perché è la verità). Quanto si prende cura della sua immagine, e come ha imparato negli anni a valorizzarsi?
Non ci caschi anche lei: sono una finta elegante, in tv mi vesto sempre uguale, di nero o di blu, perché non ho un gusto particolare, e nella vita ci ho messo venti o trent’anni a capire che se mi metto quello che indossavo al liceo, jeans e maglioni, sto meglio che con altri indumenti improbabili.
È a suo agio con il successo?
Non mi sento una persona di successo. Sono contenta se scrivo libri che piacciono ai lettori, se faccio una buona puntata, ma nei lavori creativi il successo non è acquisito, si è continuamente messi alla prova, ogni giorno.
Ha detto che ci sono stati anni in cui doveva contare il centesimo, e che perciò ora che economicamente sta bene il suo lusso più sfrenato è un conto folle dal fruttivendolo. Mi racconta una cosa invece proprio un po’ lussuosa che almeno una volta si è concessa?
Un Capodanno che avevo male alla schiena sono andata comunque a fare un viaggio in Namibia con un’amica e ho finto che ci regalassero l’upgrade in prima classe, invece l’ho pagato io a entrambe pur di viaggiare sdraiata.
Lei dice che esistono un’ansia buona e una cattiva. Come si usa positivamente l’ansia?
Si cerca di farci qualcosa di creativo: tanto essendo ansiosi non si riesce a mollare il colpo fino a che non viene meglio possibile.
Com’è un barbaro, come lo si riconosce?
He he, sicura di volerlo sapere? Il barbaro dice in pubblico quello che tutti pensano ma per buona educazione nessuno dice.
Racconta spesso che la sua squadra di redazione (che aveva alle Invasioni e che ha chiamato a raccolta per L’Assedio) è speciale e ci lavora benissimo. Mi dice qualcosa di loro, e quanto conta lavorare in un team affiatato?
Con molti ci conosciamo dalle prime Invasioni di quindici anni fa: insieme abbiamo cresciuto figli, assistito a matrimoni, divorzi, lutti, nascite. Siamo amici, ci vogliamo bene, siamo solidali e ci piace un sacco lavorare insieme. Siamo instancabili e rigorosi e teniamo un sacco a far le cose per bene e a esplorare strade nuove. Sembra eccessivo? Eppure è davvero così: una sorta di magia. Per essere un barbaro devi avere cuore, cervello, devozione e senso dell’umorismo.
Con i suoi figli com’è?
Materna e rompiscatole.
Ha raccontato di avere quattro amiche strettissime con cui vi sentite tutti i giorni e da più di 35 anni festeggiate “il Natalino”. Come vi siete conosciute? Mi racconta un po’ della sua idea di amicizia, e soprattutto mi spiega il Natalino cos’è?
Il Natalino si fa qualche giorno prima di Natale: cena, albero, regali, tutto. Quest’anno è saltato. Con quel gruppetto di amiche storiche del Natalino ci siamo conosciute alle Isole Eolie 36 o 37 anni fa. Ma ho anche amiche nuove, posso innamorarmi in tre minuti di una nuova conoscenza e sentirmici sorella come se ci conoscessimo da sempre. Negli ultimi anni mi è successo diverse volte.
Gabriele in Oggi faccio azzurro si raccomanda di stare alla larga dalla nostalgia. Lei ci riesce?
Ci provo.
Nelle sue trasmissioni si beve anche, e il momento della birretta o del cocktail è ormai un piccolo classico. A lei cosa piace bere, quando si concede un drink?
Nell’ultima stagione dell’Assedio abbiamo abolito l’alcol per motivi sanitari. A me piace tutto il buon vino e non bevo superalcolici tranne un gin tonic o due all’anno.
Quando lei fa azzurro, cioè si prende un giorno libero, che cosa fa?
Quando faccio azzurro a Milano leggo tutto il giorno.
Nella bella intervista di Simonetta Sciandivasci sul Foglio a un certo punto lei cita Tabucchi e dice che la letteratura è “una questione di sedia e di mal di schiena”. Com’è la sua postazione di scrittura?
Ho una sedia ergonomica Thatsit Balans, molto malandata, che dodici anni fa ho rivestito di velluto viola ora tutto consumato: si è appena staccato uno dei due cuscini dove si poggiano le ginocchia e non so se riuscirò ad aggiustarla di nuovo.
Vorrei sapere delle sue abitudini di scrittura: fa tanto lavoro preparatorio e poi inizia a scrivere, o si butta e scopre le cose in corsa? Ha quaderni di appunti? Che font usa?
Uno da sempre il carattere Arial. Scrivo dal mattino molto presto. Quando sono dentro a una storia al cento per cento scrivo al mattino e il pomeriggio e la sera riscrivo. Ho un quaderno per gli appunti. Inizio da un punto qualsiasi, so delle cose, ne scopro altre scrivendo. Il mio tempo ideale per finire un romanzo va dai due ai tre anni.
Che sensazione dà realizzare “tardi” (in senso buono, cioè dopo tante altre cose fatte, quando magari non si ci sperava più) il proprio sogno, che nel suo caso è da sempre fare la scrittrice? Quando è successo, e ormai siamo al settimo libro: com’è stata quella felicità lì?
Mah in realtà non è che fosse un sogno, più che altro una consapevolezza che avevo deciso di mettere da parte perché essendo nota per la tv non trovavo elegante né opportuno pubblicare libri. Ma alla fine non ho potuto farne a meno: Non vi lascerò orfani si è praticamente scritto da solo, ci stavo lavorando mentalmente da una quarantina d’anni in fondo. Avere cominciato tardi mi dà ancora più piacere perché sono più fresca — dopo dodici anni dal primo libro — che se pubblicassi da trenta.
Pistole alla tempia (ma a modo mio, quindi non necessariamente con scelta tra due cose): Il suo piatto preferito.
Spaghetti olio e parmigiano.
La sua città del cuore.
Un tempo avrei detto Londra, o Napoli, oggi non lo so più. Ora che Milano è così acciaccata e ferita le voglio più bene.
Il suo libro della vita.
Temo che sia Il demone meschino di Solougub: un romanzo che mi ha spaventato e ipnotizzato quando avevo tredici anni.
Canzone preferita.
È una domanda troppo intima.
La persona che ancora non ha intervistato e vorrebbe intervistare.
Dipende dalla giornata.
Mare o montagna?
Mare.
L’angolo preferito di Milano.
Mi piace la zona di via San Gottardo, ma non ci vado mai, sto sempre nel mio quartiere.
Di Ferrara.
Tutto il quartiere ebraico ma anche corso Ercole d’Este, la strada più bella d’Europa.
L’ultima cosa che l’ha resa orgogliosa.
La mail di una lettrice ricevuta mezz’ora fa.
Micione sarebbe amico di Obama?
Forse lo tratterebbe con un po’ di sufficienza: Micione era coraggioso e nobile, Obama è pauroso e appicicaticcio.
Mi lascia la ricetta di sua madre dell’arrosto fatto senza guardare?
Prenda un tegame e ci butti un po’ d’olio extravergine d’oliva, accenda il fuoco, dopo poco aggiunga uno spicchio d’aglio e un arrosto di vitello di prima qualità, lo rigiri per un minuto e poi completi la cottura per un’ora e mezza bagnandolo ogni tanto con del vino, quando si ricorda. Preghi che non si bruci.
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In realtà non si sa bene da dove venga il modo di dire “blau machen” (che significa “fare blu” e non “fare azzurro”). Probabilmente deriva dall’antica tecnica di tintura delle stoffe: la lavorazione richiedeva una lunga pausa per essiccare i tessuti all’aria e, quindi i tintori avevano, nell’attesa, del tempo libero.
Un’altra origine possibile rihiama i Lunedi liberi (o blaue Montage). Gli artigiani appartenenti alle gilde, avevano diritto a quattro lunedì liberi all’anno per prendere parte a messe in onore dei defunti (in cui il sacerdote veste di blu o viola).
Sta cosa del cielo azzurro la sè un po’ buttata là ad mentula canis.
Bella intervista