Nel corso delle nostre vite facciamo tutti, chi più e chi meno, esperienza di una dinamica che è forse alla base di qualsiasi riflessione autentica sulla politica, sulla civiltà e, prima ancora, sulla natura umana: mettersi nei panni degli altri. Questo atteggiamento probabilmente non ha esclusivamente a che fare con l’esercizio dell’empatia, quanto invece con l’invenzione remota ed ipotetica di nuove forme di pensiero: per quanto le risposte siano difficili da trovare dall’esterno e ancora di più dall’interno, ci chiediamo di continuo perché le cose sono andate come sono andate.

A volte non riusciamo a ricostruire sul piano teorico le trame razionali che hanno scatenato un certo pensiero in una certa persona e ancora più spesso non riusciamo a sentire in noi ciò che questa prova davvero.

Scavare negli altri è uno strumento istantaneo per scavare in noi stessi perché ci dimostra quali sono i confini concepibili e quali di questi non riconosciamo, come se i limiti umani fossero necessariamente cronici. Ma nella realtà fino a dove può spingersi la nostra capacità di immedesimazione? Quando riusciamo a rompere quei limiti ci trasformiamo in qualcosa di diverso da quello che pensavamo di essere? Quanti gradi di separazione sono cementificati tra noi e gli altri? e tra bene e male? Nicola Lagioia apre queste ed altre questioni nel suo ultimo libro, La città dei vivi, pubblicato per Einaudi lo scorso ottobre, interrogandosi sulle possibilità di quello che non siamo e riflettendo su temi universali a partire da uno sconvolgente caso italiano di cronaca nera.

Dopo La ferocia (Einaudi, 2014), l’autore torna a vestire le vicende con una forma narrativa in bilico tra noir e thriller aggiungendo alla disarmante lettura introspettiva dei personaggi e delle loro vite  – che donavano al romanzo anche i tratti di un racconto famigliare  – degli elementi totalmente inediti: il giallo, la mera cronaca e la ricostruzione processuale intrecciano la biografia dell’autore lasciando però sempre respirare una sottotrama, quasi filosofica, sulla condizione umana, la moralità e la sua vorticosa inquietudine.

Il libro è incentrato sull’efferato omicidio di Luca Varani, il ventitreenne ucciso a Roma nel marzo del 2016 da Manuel Foffo e presumibilmente da Marco Prato durante un festino a base di alcol e droghe, tra i loro estremi desideri sessuali, nell’appartamento di Foffo stretto tra le zone Collatina e Tiburtina. Il racconto si apre sulla presentazione di una Roma inquieta e disordinata che accoglie inerme la notizia che l’avrebbe sconvolta nel profondo per almeno i due anni successivi, insinuandosi tra i microcosmi più o meno rabbiosi, ordinari o sfrenati che la abitano; le vicende dei personaggi protagonisti iniziano con la confessione dell’accaduto da parte del ventottenne Manuel Foffo al padre durante un viaggio in auto, dando il via ad una serie di conseguenze legali, famigliari e pubbliche destinate a stravolgere per sempre la vita di molte persone, primo su tutti Marco Prato. Poi il ritrovamento del corpo martoriato di Luca Varani, l’accertamento della confessione, la voce di Dalida che come una messa culla l’angoscia di Prato al quinto piano di un hotel, l’irrimediabilità dei singoli destini.

Il delitto è lì dalle prime pagine del libro, già consegnato alla realtà, seminando su tutto il resto del racconto l’inchiostro nerissimo di un male irriducibile, ed è proprio a questo punto che la cronaca inizia a ruotare intorno alle sensibilità dei personaggi: quando il male sembra essere enorme nominarlo appare un esercizio salvifico, eppure è la complessità realedi chi lo ha vissuto a dimostrare quanto possano essere nebulosi certi percorsi.

L’autore a questo punto riavvolge il nastro della realtà per indagare sulle vite, le personalità e le prospettive dei coinvolti diretti ed indiretti – i giovani, le famiglie, i padri, gli avvocati, gli amori, le città  – con un minuzioso lavoro di ricostruzione su ciò che sono e sono stati, tramite racconti, testimonianze, interviste, interrogatori, documenti processuali ed intercettazioni.

Manuel Foffo e Marco Prato hanno vite molto differenti: il primo è un ragazzo di periferia che si barcamena tra gli anni fuoricorso alla facoltà di giurisprudenza, l’attività di famiglia e l’abuso intermittente di alcol, accompagnato sempre da un senso di inadeguatezza e disprezzo nei rapporti famigliari; Prato invece è un trentenne cordiale, intraprendente ma nel profondo anche molto angosciato che, grazie al suo lavoro di PR, conosce molto bene gli ambienti eccentrici delle serate romane che per lui, e molti altri, finiscono tra strisce di cocaina, soldi e l’eccitazione di una notte. Luca Varani invece non è loro coetaneo e vive una vita apparentemente serena tra i quartieri di La Storta e Battistini: i genitori tranquilli, una fidanzata, la solita comitiva di amici e il lavoro in officina che gli fa guadagnare il giusto necessario per vivere la settimana; poi, a fare da sfondo, la ricerca di soldi e gli incontri sessuali.

Foffo e Prato sembrano avere delle personalità diversissime ed è proprio in questa apparente diversità che l’autore pone uno dei cardini per l’analisi della mostrificazione a cui i due sembrano essere irreversibilmente legati: le differenze individuali, di retaggi o di caratteri, non sono indicative del punto più lontano fino al qualel’essenza di ciascuno può spingere, ed accettare queste divergenze, in questo caso, può voler dire che le persone vivono di radici così abissali da non essere determinabili. Non esistono mostri assoluti e il male può essere riscontrato in tutto esattamente come il bene. Dopotutto, intimamente, ritrovarsi in alcuni dei loro panni non sarebbe così assurdo o alieno da ciò che noi  – esseri umani fallibili  – potremmo essere. La sincerità del racconto sembra instaurare un legame diretto con le zone grigie di alcuni istinti inconfessabili ed irripetibili. Sono questi gli interrogativi che scandiscono il dramma ingenito nel libro: «Quanto bisogna riflettere su ciò che sappiamo di non sapere delle persone che amiamo? E anche se fosse possibile sapere tutto su di loro, sarebbe giusto?»

La trama e la realtà si intrecciano continuamente con un’analisi critica e sincera della complessità interiore delle persone-personaggi; da subito, nel 2016, la singolarità paradossale di questo caso era ricondotta all’assenza di movente: non c’è alcun motivo materiale, sociale o personale a muovere le azioni di Foffo e Prato, ed è proprio rispetto questo vuoto di interpretazione umana che la letteratura prova a restituire uno spazio di riflessione non arbitrario.

La potenza di questa tragedia è che era perfettamente evitabile, e qui interviene Lagioia, che riesce a sviscerare questa contraddizione tramite l’indeterminatezza letteraria, ovvero grazie al racconto sincero della fluidità delle emozioni. L’autore scrive: «Ma cosa resta della colpa quando il reo non è più capace di riconoscerla? […] Manuel avevo reso a suo padre una confessione pressoché completa, e Marco aveva addirittura tentato il suicidio. Ciò nonostante, entrambi, più che a una colpa di tipo classico, sembravano puntare a un misterioso nesso causa-effetto. Era qui, pensavo, che il narratore tornava a metterci il suo zampino?»; esiste una sottile ma rigorosa separazione tra il determinismo delle regole civili e l’arbitrio della fragilità, e questa umanità imponderabile sembra l’unica chiave ad avere il giusto compito di indagare ciò che sfugge alle narrazioni.

In questi modi, il libro assume la capacità di comprendere come si sono costruite nella realtà le percezioni interne ed esterne alla vicenda, con dinamiche lessicali molto logiche e razionali ma che al tempo stesso aprono profondi spazi di complessità. Nicola Lagioia pone continue ipotesi ad indagare tutti i possibili moventi umani, le paure ed i rimossi e questo procedimento sembra non avvenire semplicemente grazie all’occhio di un narratore onnisciente, ma anche per via di una sensibilità autobiografica: non esiste ovunque una verità assoluta ma solo una verità che costruisce il proprio senso profondo secondo i vissuti di ciascuno.

Essere invischiati intimamente, se non ossessioni, con questa vicenda non riguarda ad esempio l’aver vissuto a Roma e risulta invece interferire soprattutto con le percezioni costruite sui reticolati del nostro passato parlando però ora a corde che credevamo sepolte; agiamo e basta oppure ci rendiamo colpevoli? Agiamo e basta oppure ci rendiamo vittime? L’autore fa emergere continuamente le sottotrame emotive di tutte le persone di cui scrive, che sono da una parte già seminate e dall’altra filtrate dal suo impatto con la verità – ma anche e soprattutto relative a come il discorso pubblico e il suo potere definitorio si insinua nella complessità del privato.

Sembra la stessa struttura del libro – tra letteratura, cronaca e autobiografia – a restituire una risposta epistemologica alle questioni che pone, come a dire che le persone non sono mai divisibili, esattamente come i saperi. La letteratura riconosce gli esseri umani e riconoscerli totalmente può limitare le narrazioni senza tuttavia assolvere: l’autore non ha mai uno sguardo giudicante e si interroga invece su cosa vuol dire oggi giudizio in un mondo determinato da un continuo storytelling.

Roma appare persistentemente nel libro come uno sfondo caotico e perfetto, classico ma reale. La città non viene raccontata come un’entità inglobante e sempre uguale in ogni sua parte, sembra invece avere in sé un’ontologia del trauma: la vita in città è il centro di uno smarrimento da cui qualcuno prova a liberarsi, a convivere o a dimenticare, mentre il suo vasto velo di trascendenza si scontra con una paralisi strutturale da cui tutti escono sconfitti. Non è la Roma del dramma di Roma o della bellezza di Roma, di Pasolini o di Remotti, è solamente una città enorme, sempre diversa, nella cui impermanenza tutto può convivere fino ad affondare.

Nel libro gli eventi sono raccontati come fossero una sineddoche della città: i luoghi permeano le persone senza che queste abbiano il tempo di ragionare su se stesse; le azioni di Foffo e Prato sono l’emblema di un arbitrio già disarmato nel principio. Quando si svolge la vicenda la città è commissariata, non ha un sindaco, i suoi quartieri somigliano a delle isole unite tra loro da strani rapporti sociali basati sugli affanni individuali e collettivi. La bellezza della città sembra essere solo un contorno mistico ed irreale, destinata ad essere apprezzata solamente dai pochi che hanno conservato la capacità di meravigliarsi ancora nonostante le continue stasi.

L’autore ragiona a partire da una coscienza di Roma molto attuale per cui la retorica tra centro e periferia risulta quasi annullata e le classi sociali si confondono senza troppe distanze; dalla Collatina a Piazza Bologna a La Storta e Casalotti le sensibilità possono essere simili, e al centro della città non ci sono solo alieni ma anche fallibilità ed abbandono. Il racconto è quindi influenzato dalla capacità di saper creare una mappa urbana molto contemporanea in grado però di restituire le sensazioni interne, grazie ad una sorta di retorica esasperata ed estrema in quanto già vera.

Non c’è sensazionalismo nel raccontare la fragilità del sapere e per questo la narrazione risulta performativa: Roma non ha bisogno di dialettica, non è permeata da preconcetti, al contrario è la città stessa a sputare fuori le proprie mancanze in ogni sua strada, creando continuamente nuove immagini e diventando metafora di se stessa. Tutto sembra umanamente possibile e quindi tutto risulta corruttibile. Mentre il trasporto pubblico, la rabbia, la diffidenza e le depressioni dividono, la cocaina unisce. Le azioni dei personaggi si muovono in una mitologia rovesciata, deprimente e meschina ma reale, che sfugge a qualsiasi retorica suburriana della vita in questa città: la disperazione risulta endemica ma passionale, travolgente e debilitante; gli istinti sono prosaici ma restano comunque istinti di fuga; il sesso somiglia ad un rito (in particolare per Foffo e Prato) predittivo di un istinto che non vuole esistere soltanto nel corpo, nelle mani o nelle bocche ma più prepotentemente nell’enigma dell’altro, diventando una condizione totalizzante. Sembra esserci una geografia interiore che collega le persone tra loro e ai propri drammi.

Durante l’intero racconto, un misterioso turista olandese attraversa le vie principali della città cercando di portare a termine i propri terribili affari. Questa figura dona a lettori e lettrici destabilizzanti pause di pensiero: le azioni grottesche dell’uomo, nella normale quotidianità, sembrano essere la rappresentazione concreta di ciò che non capiamo e per cui proviamo un ribrezzo vivido – le cui parti sono indivisibili proprio perché il tutto è aprioristicamente inconcepibile – donandoci però al contempo un’inflessione naturale alla possibilità di riflessione sulla morale umana. Il libro sfugge alla dialettica tra fiction e non-fiction proprio a partire da queste riflessioni, facendosi così giallo ma anche opera morale. Insieme alla riscoperta umana siamo continuamente travolti, durante la lettura, da interrogativi etici che sottendono i fumosi spazi di azione dei personaggi diventando dilemmi universali: la responsabilità individuale, il libero arbitrio, la scelta, la colpa e il giudizio come possono essere definiti quando il confine tra i vivi ed i morti è così sottile? Questi concetti sono assoluti o possono essere ripensati? In una vicenda così tragica anche solo pensare di porsi queste domande può sembrare un tentativo di assoluzione, eppure certe questioni vengono aperte così profondamente da lasciare solamente dubbi totali o prese di parola, con un malessere irrisolvibile per la tensione tra le possibilità dell’indefinibile e la sacralità del dolore. Luca Varani muore seviziato, Manuel Foffo viene condannato a trent’anni di carcere, Marco Prato muore suicida nel 2017 un giorno prima dell’udienza al proprio processo. Il dolore è irriducibile e le questioni della responsabilità risultano strumenti convenzionali ma opachi per la comprensione.

Nella vicenda tutti sembrano avere difficoltà ad entrare in contatto con sé stessi, tuttavia il giudizio altrui – in termini umani e giuridici – risulta l’unica chiave per dare una forma condivisibile alla sofferenza, come se le elaborazioni del lutto esistessero solo perché esiste una morale del bene. I giovani protagonisti si muovono nelle trame di un mondo deteriorato, in cui i valori sono continuamente ridefiniti in funzione del desiderio e della sopravvivenza: le fallacie del nostro tempo si esprimono tra il politico e l’esistenziale. Riflettere sulla complessità e sulle scelte è riflettere di politica. Gli elementi della giustizia riparativa impattano in questo caso con una dimensione che risponde solo alle proprie logiche (uscire dagli schemi classici della colpevolezza potrebbe voler dire perdersi), perciò risultano strumenti che parlano di altro, non concordanti con un mondo che riproduce i propri dolori.

Come tutte le parti di un Mondo di mezzo inondano la città, così i vivi e i mortisi confondono e convivono assumendo le forme del complesso, donando finalmente umanità anche a quello che non siamo.

 

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1 commento

  1. Recensione notevole e utile a contestualizzare un romanzo complesso. Complimenti

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m.aly@minima.it

Nasce e vive a Roma. Studia sociologia all'Università La Sapienza. Nel 2014 vince la 1ª Sezione del concorso letterario "Scrittore in banco" nell'ambito della manifestazione "Festa del libro in Mediterraneo". Collabora con Minima & Moralia. Nel 2019 diventa borsista a La Sapienza e si specializza nell'indirizzo socioculturale.

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