di Giuseppe Genna

Da ierisera secondo me è finito davvero il Pci. Non è tanto questione delle categorie complementari “destra/sinistra”, quanto proprio di una storia e del decadimento di una storia, che data dal 26 giugno 1984, quando Alessandro Natta divenne segretario del partito comunista italiano. In modo grottesco, con le sue orrende finzionalità vere, aveva ragione Berlusconi a sventolare ai quattro venti l’esistenza e l’insistenza dei comunisti italiani nell’ultimo ventennio. L’avvento notarile di 3 milioni di persone che certificano l’esistenza in vita di Matteo Renzi pone comunque fine a questa vicenda del limbo comunista che sarebbe riformista: l’unica autentica forma di postmoderno che l’Italia abbia espresso in mezzo secolo. Ha torto lo stesso Renzi a pronunciare la sentenza per cui cambiano i giocatori della squadra e non cambia il blasone, si gioca comunque sempre in quel campo: ciò non è più vero. Ciò non è nemmeno più drammatico, poiché viene clinicamente accertato un sintomo del reale – mentre altri non sono stati sintomi della realtà, ma devianze o protuberanze o creste tutt’altro che aurorali, Renzi è sintomatico nel senso che permette di certificare la realtà che il campo semantico “sinistra” non è più quello che intendevano i miei genitori o che intendo io. Oramai, se proprio bisogna impegnare categorie ermeneutiche che facciano perno su quel campo semantico, la differenza con la destra sta qui: uno incontra un povero mendicante ed è volentieri disponibile a dargli un aiuto, e allora è di sinistra; uno invece è irritato e non gli viene in mente di dare un’offerta, e allora è di destra. Non credo si vada più avanti di questo punto. Ciò non significa che non esista un’area semantica fatta di solidarismo, ecologismo, tendenza al primato del welfare – è normale, è il “progressismo”. Non Romano Prodi, bensì Matteo Renzi manifesta la fondazione del segmento “dem” in Italia. Ancora lo chiama “riformismo”, ma il “riformismo” qui è consustanziale al neoliberismo, il cui schema e il cui discorso non è minimamente messo in forse dal sottoparadigma “dem”. Come al solito, ci è voluta la stanchezza, l’esasperazione, l’afrore dolciastro e intollerabile che promana dai cadaveri per spingere una massa italiana (piccola, ma emblematica: 2milioni di persone) a “credere” in qualcosa. La diversità italiana, che sarà sempiterna, si appalesa qui come irraggiungibilità del democratico in una modernità d’avanguardia che non ha confronti nelle istituzioni dell’occidente avanzato, laddove si dica “avanzato” non più industrialmente, bensì nel senso che confida nella Croce + del cosiddetto Sviluppo. Il mutamento generazionale è un mutamento genetico rispetto all’idea di “canone” e “discorso”, quindi anche di “politico”.
Tutto questo non mi tocca. Da molto tempo la mia storia personale è per metà fuori dal “momento” attuale e in essa io ho smesso di confidare da parecchio tempo. A me interessa la ricerca interiore, lo scavo attraverso cui la realtà è realtà ma io non sono la realtà, e io e l’altro stiamo insieme, non esiste più distinzione. Solo così, vedendo dall’altra parte la questione, è sconfitto Hitler. Del resto, si tratta di una profonda lezione di impermanenza, quando si constata che la sinistra non c’era nel 427 a.C, il 30 marzo 315 d.C, il 7 ottobre 1571. Non c’è nemmeno quando dormo e non sogno. Non c’è quando faccio la cacca, svengo, ho un orgasmo, sto morendo o sono morto. L’irradiazione del politico è cosa ben più complessa e al contempo semplice, e non sempre “efficace”. Servono molto gli strumenti della sofferenza e della stanchezza – questi due grandi maestri – affinché il politico possa irradiarsi e poi cristallizzarsi.
Questa postura del tutto personale mi sembra non sia di nocumento all’altro: è abbastanza certo, a 45 anni, che rigetto le pratiche mostruose avanzate dalle forze di consolidamento e cristallizzazione, una sorta di inumanità che bollo, storicizzando il XIX e XX secolo, come “destra”.
Venendo alle microscopicità, mondane e locali e del tutto transeunti, rifletto sulle dinamiche interne di questa “organizzazione” che si riconosce nel sintagma “dem” in Italia in questi giorni, cioè il PD. Penso che Matteo Renzi possa, all’interno di codesto minimo ring, “tenere in vita” Pippo Civati, garantendo che il frame “sinistra” sia ancora rappresentato all’interno di tale organizzazione. La strategia del terzo mozionista è stata secondo me miope ab ovo, testimoniando la volontà di ribadire che la “sinistra maggioritaria” passasse per un generalismo (anche meccanico, un meccanismo generalista: il “consenso generale”) che invece ne attestava la fine, nemmeno la minorietà. Dal punto di vista di questa geopolitica di quartiere, grazie a Civati perde peso non la sinistra minoritaria, bensì Milano. Entro due anni Giuseppe Civati poteva essere sindaco di Milano: non lo potrà più essere, credo. Ha fatto svanire la centralità del laboratorio impolitico milanese, che era la reale alternativa impolitica all’esperimento impolitico di Matteo Renzi. Grazie, Pippo Civati, per la lungimiranza e l’apporto umano: un figlio della Brianza lo si riconosce sempre.
Prescindo dai minimi termini, torno a quote massimaliste.
Forse anche devo smetterla di avvertire sensi di colpa se non vado a votare alle elezioni: non è vero che lì si gioca il mio rapporto con la storia partigiana a cui tengo, poiché mi ci sono formato, lì, in quella storia. Non esiste più l’idea di storia che è durata dal 23 marzo 1919 al 26 dicembre 1991. Era l’idea di storia con cui mi tatuavo interiormente ed esteriormente. E’ dal 1991 che voto per compromessi affettivi, contratti anche verso me stesso. Mi chiedo: Buddha o Shankara o Cristo o san Francesco o Ramana Maharshi cosa votavano? Avrebbero votato? Ciò per caso impedisce che Victor Hugo o Gandhi o Paul Celan prendano posizione, agiscano e risultino storicamente effettivi? Ecco, io mi pongo qui, a questi incroci: guardando la potenza che irradia da questi miei maestri, dal loro “discorso”, che sempre è davvero un “testo”, anche se, da un certo punto di vista, a cui ancora devo giungere personalmente, non è né un discorso né un testo.

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4 commenti

  1. Non è questione di sensi di colpa non votare, è questione di effetti. Si vota per il meno peggio a prescindere, perché votare a quello serve. Se non voti, dài una mano a chi è peggio e ne sei responsabile.

    Per quanto riguarda Cristo o san Francesco, direi che la questione è più complessa, ma direi pure che Cristo e san Francesco votavano e voterebbero mendicante, affinché rimanga mendicante.

  2. Dice Giuseppe Genna:

    “Tutto questo non mi tocca. Da molto tempo la mia storia personale è per metà fuori dal “momento” attuale e in essa io ho smesso di confidare da parecchio tempo. A me interessa la ricerca interiore, lo scavo attraverso cui la realtà è realtà ma io non sono la realtà, e io e l’altro stiamo insieme, non esiste più distinzione. Solo così, vedendo dall’altra parte la questione, è sconfitto Hitler.”

    Ciò non poteva che ricordarmi quel che scriveva Osho molto anni fa a un sannyasin

    “Amore.
    Io e tutto quel che esiste, siamo una cosa sola,
    sia quel che è bello, sia quel che è brutto.
    Perché di qualunque cosa si tratti,
    io ci sono.

    Non sono compagno solo nella virtù,
    sono compagno anche nel peccato,
    mi appartiene non solo il paradiso
    è mio anche l’inferno.

    Buddha, Gesù, Lao Tzu…
    è facile essere loro erede,
    ma Attila, Gengis Khan, Stalin, Hitler?
    Dentro di me ci sono anche loro!

    No, non una metà, io sono l’umanità intera!
    Tutto quello che appartiene all’uomo è mio,
    le rose e le spine
    l’oscurità e la luce.
    Se è mio il nettare, di chi è il veleno?
    Nettare e veleno, mi appartengono entrambi.

    Dico che è religioso

    Colui che fa esperienza di questo
    perché è solo l’angoscia di questa esperienza
    che può rivoluzionare la vita sulla terra”

    (Osho, “Una tazza di te, Lettera 54”)

    Mando un grande abbraccio a Giuseppe,
    Subhaga

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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