Pubblichiamo un intervento tenuto da Giordano Meacci durante l’ultima edizione del festival CaLibro di Città di Castello. Domani, sabato 30 aprile, alle 21 Giordano Meacci sarà al Teatro del Casinò di Sanremo per presentare Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax) all’interno della serata dedicata ai dodici romanzi candidati al Premio Strega 2016. (Nella foto: Giordano Meacci durante il reading al festival CaLibro)
Quella che segue è la versione blues (leggermente rimaneggiata) di un intero capitolo espunto dal Cinghiale che uccise Liberty Valance.
E però. Attenzione.
L’espunzione del capitolo non riguarda un giudizio di valore sul capitolo in sé.
Solo.
Durante l’ultima rilettura mi sono accorto che questo capitolo qui di séguito – per l’appunto – non faceva parte del Cinghiale. Non faceva parte di questo romanzo intitolato Il Cinghiale che uccise Liberty Valance. Pur raccontando del Cinghiale. Forse è la premessa di un altro romanzo, mi sono detto. Chissà. Forse ha bisogno di una sua vita propria.
Che è poi quello che succede da qui in poi, più o meno; digressioni incluse.
(Canticchiando, la bocca sul microfono)
Looove… Love will tear us apart… mmmh… Looove… Love will tear us apart mmmh…
L’amore ci farà a pezzi ancora. E ancora…
L’amore ci farà talmente tanto a pezzi che non riusciremo più a capire qual è il pezzo mancante per rimetterci insieme. Il pezzo tra gli altri che fa di noi noi. Quello che siamo, quello che siamo stati a fatica.
Del resto. Cosa distingue un Paese da un Cinghiale?
A parte le parole; a parte il Tempo.
Che un Cinghiale è un Cinghiale. E un Paese è un paese è un paese (stupito) è un paese (sorride). È un Paese.
E allora Eccola Corsignano, addormentata e sola.
Mentre il respiro curvo del vento e l’asma ghiacciato degli ultimi dèi rimasti
La immàginano per Noi.
Ecco.
Immaginiamo. Per un momento. Di essere in un film di Kathryn Bigelow;
e più precisamente in Point Break: il prefinale con Keanu Reeves e Patrick Swayze alle prese con il problema, non facilmente risolvibile, di due uomini in caduta libera e un solo paracadute per tutti e due. Lasciamo Bodhi e Johnny Utah sospesi e addirittura approfittiamo di una corrente ascensionale che ci porti, un rwoosh da lavatrice in funzione che ci risucchia, letteralmente, verso l’alto irrespirabile della fascia larga – vogliamo fare a un centinaio di chilometri da terra? Chiudiamo su ottantatremilatrecento metri, più o meno? andàta – tra la Mesosfera e la Termosfera.
Ecco; da qui, se non siamo stati soffocati dalla velocità, dalla mancanza di ossigeno, dai raggi cosmici che bastonano pesantemente filtrando a manico di scopa tra le feritoie scosse dell’ozono. Da qui, la vista è oggettivamente magnifica. Un po’ sfocata, svisàta dalle nuvole più in basso. Ma è la storia fisica di sempre: non è il paesaggio ch’è brutto; è l’occhio che potrebbe essere cattivo, imprigionato dalla sua stessa limitatezza percettiva.
Eccola lì, Corsignano. Addormentata e sola.
E allora vìa, di nuovo da basso verso il pianeta; come sassi aristotelici, o mele newtoniane, astronauti autostoppisti einsteiniano-marićiani o baccelli vibranti veneziani. In questo brano di universo la sostanza non cambia: e quindi eccoci sfrecciare a nove virgola ottocentoventidue metri al secondo quadro.
E però è sul primo quadro che ci appare, improvviso, che dobbiamo concentrare l’attenzione. Guardàte, mentre lo spazio si restringe: e da quello che sembrava un breve tratto di Europa e di Asia ci ritroviamo a sbirciare – veloci, sempre più veloci, bisogna sbrigarsi a guardare, non sappiamo quanto tempo c’è – una fascia più vicina, e verde (da quassù sembra ancora più verde), una zona boscosa (saranno boschi quei verdi più cupi), un paio di linee ondulate che hanno l’azzurro, e il blu, a destra a sinistra; e al centro il verde.
Solo il verde, ora che la Mesosfera, la Stratosfera, la Troposfera (chi? Davvero: chi pensa mai alla Troposfera?) sono un ricordo sbiadito e velocissimo. Ci accorgiamo che stiamo precipitando in un punto – una fascia, una zona – che, a mano a mano che ci avviciniamo, mentre precipitiàmo (Apperbohr ci avrebbe confermato: precipitare, è la parola) a velocità impensabili per un grave in caduta libera, visto che sono poi decisamente pochissimi i gravi in caduta libera in grado di pensare: mentre la Terra sembra avvicinarsi di più, sempre di più, il vento ha trasformato i nostri lineamenti nella versione das e sbandierante delle maschere dei Presidenti Rapinatori di Point Break, mentre quasi riconosciamo i Boschi tra Budo e Corsignano, scorgiamo la Diga – dall’alto dei nostri otto secondi e trentatré decimi che ci restano, certo – mentre quasi potremmo individuare tra le altre la sp 309 bis, ci accorgiamo, improvvìsi e illuminati quanto Archimede in presenza di strane bolle nella tinozza da bagno, che stiamo atterrando nel punto dell’Italia centrale – il centro della Penisola, per intenderci – nel punto esatto del Centro, proprio mentre superiamo a sinistra degli stupefatti Patrick Swayze e Keanu Reeves (che infatti ci guardano come un’intrusione da stop!, un qualsiasi tecnico che ha invaso la ripresa, un alieno in picchiata da un altro film, un qualsivoglia hrundibakshi che, a modo suo, sta di nuovo facendo esplodere il castello in aria della loro caduta),
ci rendiamo conto
che stiamo per atterrare nel punto più lontano dal mare di tutta l’Italia peninsulare: sia per la destra adriatica sia per la sinistra tirrenica. Era più difficile farlo che pensarlo. E così penetriamo appagati nella buca di terra che apriamo al nostro passaggio (neppure la fortuna luciferina di un abisso che arretra: è proprio terra, e tufo e fango duro e sassi di fiume e impatto a frantumazione diretta, quello che ci accoglie), nemmeno un istante aggiuntivo per pensare che abbiamo visto quel che dovevamo vedere; ché, appena capito, cessiamo di capire.
E qui, mentre Bohdi e Utah sono ancora in volo e scompaiono, polverizzati dalla forza iterativa-conclusiva di un flash-forward. Mentre scompare il viaggiatore delle stelle che abbiamo incarnato giusto il tempo di uno schianto.
In un punto del prato a mezza strada tra il Pino del Crucco e gli Alberi della Strega, alle sei e mezza del pomeriggio – più o meno – del 7 ottobre 1999, intabarrato in un giubbotto di lana grezza a scacchi neri e grigi e bianchi e beige, foderato di pelliccia: troppo pesante per le medie – ma anche per i picchi – stagionali (anche perché è farcito con un maglione grigio a collo alto, anche questo di lana pesante, a trecce), seduto, sudatissimo, gli occhiali costantemente rimessi sul naso per via dello scìvolo umido che li abbassa giù dal setto, le gambe all’indiana, le mani abbandonate senza troppa convinzione sulle fodere, marroncine, degli scarponi; troviamo Antonio Bruni, il fratello di Giorgio, lo zio di Fabrizio. Nel pieno delle sue meditazioni cinematografico-trascendentali.
Li ha visti davvero, Patrick Swayze e Johnny Utah, Tonino (questo, il nome con cui Tonino è universalmente conosciuto a Corsignano: insieme con la variante affettiva minima zio Tonino, sposata dai famigliari larghi e dallo stesso fratello). Li ha visti saltare dall’aereo e volare. Forse ha anche intuito la presenza – un mormorìo lontano: le cascate di là dal Monte, o un rombo basso di tuono a chilometri – dell’osservatore in movimento (ché moto confonderebbe l’intuizione istintiva di Tonino).
Mentre Corsignano è sempre là. Addormenta e sola.
In questo momento nel tempo – per questo il vestito pesante – Tonino è Remo Williams: un personaggio interpretato da Fred Ward una quindicina d’anni prima di questo pomeriggio morente di ottobre. La sera prima l’ha rivisto dopo tanto tempo, lo davano su raidue, in seconda serata. Così ha smesso i panni di Chen Jeh in L’urlo di Chen terrorizza anche l’Occidente – che è un po’ la sua manifestazione inerziale per tutti i momenti in cui làtitano le fascinazioni – è andato all’ingresso, dove c’è l’armadio alto con i cambi di stagione; ha preso maglione, scarponi, giaccone di pelliccia e pantaloni di velluto a coste: e oggi è venuto qui, a sedersi contro il tramonto e a meditare su come fare per camminare sul cemento fresco senza rimanerne inghiottiti.
Il sole cala dietro l’Arlecchino – un po’ più a sinistra, in realtà, rispetto a ieri e l’altroieri – lasciando sulla piana e sui rami più alti del bosco un’impressione monettiana di disordine e puzza d’acrilico.
Tonino non riesce a concentrarsi sul cemento. La sua testa, dentro, è un guazzabuglio stroboscopico di coseviste. Solo che non saprebbe stabilire, delle cose che ha visto, quali siano sua reale, oggettiva pertinenza – il dubbio di Tonino non assume, generalmente, questa configurazione morfosintattica – e quali invece facciano parte di tutte le altre sue vite immaginate (le poche volte che Tonino se lo concede, un barlume di coscienza nel materasso morbido e innocuo delle sue invenzioni protettive, capisce che sono vocazioni immaginarie, metamorfosi secondarie cui votarsi per sopravvivere alle sollecitazioni spesso indecifrabili della realtà).
Tonino sa qualcosa che ha a che fare con una sua differente maniera di interpretare (a modo suo, cerca di spiegargli suo fratello Giorgio da quando Giorgio è nato, più o meno), e di riorganizzare le insistenze regolatrici della vita quotidiana. Sa che dietro la bonomìa affettuosa dell’intero Paese si cela, nascosto e strisciante come la biscia rinsecchita di un eden periferico, un giudizio nei suoi confronti. Ma lui è troppo di là (o di qua) da questo per indispettirsi, o tormentarsi; ché certo non sono verbi che s’attàgliano a Tonino Bruni.
Però.
Alle volte gli piacerebbe sapere se quel ricordo di palme piegate dal vento, un uragano che le trasforma in cannicelle di fosso, il cielo largo dell’Oceano Indiano che si raggruma intorno a un punto fermo di nuvole nere; se quell’incendio di case di paglia nel fondo scuro e conradiano della notte vegetale, e profumata d’Africa, e di chinino (simili se non tali, appunto, sono le memorie falsate di Tonino) siano veri, o solo frutto di una qualche immaginazione dello schermo. O il souvenir atavico di un viaggio salgariano preparato da suo fratello Giorgio.
Gli piacerebbe capire se è davvero Chen Jeh, qualche volta; o Clarence Oddbody, o Rick Deckard, quand’è fradicio di pioggia perché ha camminato sotto l’acquazzone per tre, quattro chilometri, dalla Diga al Ruvello e poi fino al casale dei Morrelli.
Ora che il crepuscolo è diventato liquido; e l’accenno di bosco sembra imbevuto di brunello, e un sangue prunoso s’abbàrbica, riottoso, alle punte acute delle foglie di quercia, alla siepe scheggiata dei rovi, a Tonino piacerebbe sapere se esiste ancora, e dove, quel Sole torrido di metà giornata, il deserto sabbioso e lucido prima del Lago Manyara, i mulinelli di polvere alzati dalla jeep come jinn della sabbia in corteo. Tossicchia, si rischiaccia la montatura nera tra le sopracciglia.
Intanto Corsignano resta lì. Addormentata e sola.
Ed ecco però, tra la linea rossastra del cerqueto e l’inizio di macchia, una massa scura che si muove e che cattura l’attenzione di Tonino. Che si alza, di scatto come possono alzarsi di scatto i quasi novanta chili per un metro e sessantacinque che si porta con sé da più di mezzo secolo; e si pianta a gambe larghe sull’erba giallognola dell’autunno appena cominciato.
Dalla macchia esce un cinghiale, ticchettante e sbuffante come fosse il Cinghiale di Erimanto che però manca, colpevolmente, nel film del ’58 di Francisci (e che Tonino ha visto, e rivisto, nella sua adolescenza bambina: una volta costringendo Giorgio a fare Giasone e tagliuzzando le coperte di lana scozzese della madre per farne il vello d’oro). Tonino lo fissa, assumendo di proposito uno sguardo sprezzante (solo di poco affievolito dalle gocce di sudore: che continuano a cadere a torrentelli dai capelli alla fronte, e poi sul naso).
Il cinghiale lo punta, smusando; gli grida contro – sarà a una cinquantina di metri – qualcosa che alle orecchie di Tonino somiglia a mmgr-grmmwrgckheeee.
E allora Tonino si scuote, apre e chiude le mani e ritrae e allarga le braccia come se dovesse gettare del sale, o dei pezzettini d’osso, per terra, a destra e a sinistra di sé. Poi raccoglie le mani in una preghiera a gomiti larghi, comincia a soffiare dal naso qualcosa che somiglia a waaa-taaah.
Il cinghiale smette di strunfiare e alza un poco il muso; gli occhi nerogialli intenti a scrutare i movimenti rallentati dell’uomo.
Tonino raccoglie le gambe, grasse, in un attenti chiassoso; la para degli scarponi che schiocca con rumore di lattice compresso. Poi, lentamente, prodigiosamente leggero, per la sua mole goffa e – sì – cinghialesca, alza la gamba destra rimanendo in equilibrio sulla sinistra, finché il ginocchio e gli stinchi e la coscia non formano un angolo approssimativo di quarantaquattro-quarantasei gradi (tenersi in equilibrio costante sui novanta chili non è facile nemmeno per Remo Williams).
Il cinghiale, ipnotizzato dalla vibrazione pensosa del waaa-taaah prolungato, si concentra sulle pieghe buone delle guance dell’Alto Sulle Zampe. L’odore di sudore e borotalco (la parola è borotalco) ormai rappreso gli arriva alle narici insieme all’impressione paludosa di luoghi lontanissimi, nello spazio; e di esplosioni di luce e di viola in uno stanzino recondito dell’immaginazione di quest’uomo: di quest’Alto Sulle Zampe che lo sfida, apparentemente, e lo dòmina provocandolo,
apparentemente.
In un gesto che per Tonino è il sincretismo automatico tra Fred Ward e il Ralph Macchio più ispirato – la spiaggia californiana, i gabbiani, la fascia con il Sol Levante, il palo conficcato a terra per fargli recitare la parte dell’airone – in Karate Kid.
Apperbohr – perché il cinghiale è Apperbohr – si lascia dietro la goccia di splendore della rilassatezza compiaciuta di Tonino. Indietreggia dai rovi e riparte, trotterellando, nella promessa di notte del cerqueto.
Tonino, dopo mezzo minuto di attesa, riporta le gambe sull’attenti; piazza le braccia verticali al tronco, perfettamente allineate alle costole. Poi si china, verso la macchia; in un perfetto, rispettosissimo rei da judoka d’altri tempi.
…
…
…
…
Ecco.
Mentre Corsignano è sempre là, addormentata e sola.
Lasciamo che alla fine del duello più inadeguato e impresentabile dell’Italia Centrale l’uomo e il Cinghiale si dividano in due solitudini distinte, e separate.
Proviamo a cogliere – ora che il tempo e la notte si sono presi il paese: e Corsignano s’impone là in alto, addormentata; e sola ―― proviamo a cogliere il movimento impercettibile della Luna sui pini. Un biancore che a mano a mano si spande, quasi la luce cercasse nuovi spigoli. E confini frastagliati di ombre per chiedere conto della sua premura invadente.
Ecco.
Mentre Corsignano resta lì, addormentata. E sola.
Tonino e il Cinghiale Apperbohr si salutano da una distanza all’altra. Tutt’e due pezzi di Corsignano, in qualche tempo imprecisato del Paese. Tutti e due parole che la raccontano, Corsignano. Addormentata e sola.
Prima che l’amore li faccia a pezzi. Ancora.
E ancora.
(Se si potesse dire amore in cinghialese.
Se si potesse dire amore in qualsiasi lingua).
(canticchiando)
Loooove… Love will tear us apaaart.
Aghéin.
Aghéin.
Giordano Meacci (Roma, 1971) ha pubblicato per Rizzoli Fuori i secondi e per minimum fax il reportage Improvviso il Novecento. Pasolini professore (2015) e la raccolta Tutto quello che posso (2005). Un suo racconto è incluso nell’antologia La qualità dell’aria, ripubblicata nel 2015. Il suo primo romanzo, Il Cinghiale che uccise Liberty Valance (minimum fax), è stato finalista al Premio Strega 2016. Con Claudio Caligari e Francesca Serafini ha scritto Non essere cattivo (2015) di Claudio Caligari.
