Il giorno di settembre in cui ci si rivede con tutti i colleghi è quasi sempre il primo o il due. Alle nove di mattina viene convocato il primo collegio dei docenti dell’anno. Prima degli esami di recupero, dell’assegnazione delle classi, prima di qualunque cosa, ci ritroviamo nella biblioteca che come al solito è usata come sala riunioni.
Quest’anno l’unica novità data dalla Buona Scuola è un’impalcatura situata lungo tutta la parete destra della biblioteca, perché su quel muro c’erano una serie di inflitrazioni tali erano anni che si era formato sul lato degli scaffali un leggero strato di morbido muschio che qualche collega delle medie ogni anno tagliava e raccoglieva verso dicembre per allestire il presepe all’ingresso.

Ma finora, a parte montare l’impalcatura non è stato fatto nulla, soltanto stendere su un pontile uno striscione con scritto a caratteri cubitali #Labuonascuola.

L’ordine del giorno del collegio docenti in genere recita cose del tipo programmazione, revisione, discussione, eventuali e varie; ma la verità è che il collegio docenti serve essenzialmente a comunicare ai tuoi colleghi che sei vivo (molti non ne sono contenti), rassicurarli che non hai ottenuto il trasferimento (tutti fingono di essere dispiaciuti), e ribadire che le tue vacanze non le hai fatte a casa di tua madre nel teramano, ma che invece ti sei concesso un mese di relax con amici a un posto che chiami Pellammare. (“Dove è Pellammare?” “Sulla costa adriatica”, che certo può voler dire: una spiaggia libera nel Salento o in un container vicino Porto Marghera).

Le tue colleghe hanno tutti i capelli fatti nemmeno da un giorno ma da poche ore: una permanente che, come i tatuaggi che vi vendono sulla spiaggia, durerà il tempo di un pomeriggio e già domani i capelli saranno tornati di quella consistenza tipo le pezzette per togliere il grasso dai piatti, e di un colore indefinito che i coiffeur chiamano “mestruo professoressa”.

Al primo collegio docenti – e a dir la verità anche nei successivi – si parla di un unico argomento. I ritardi dei ragazzi. O meglio, di come sanzionare i ritardi dei ragazzi. Quest’anno, dichiara la preside, la campanella d’entrata è fissata alle otto e venti per il liceo, e c’è un tempo di tolleranza fino alle otto e mezza, dopo viene considerato ritardo, e quindi l’alunno deve stazionare in vicepresidenza per entrare alla seconda ora.

Subito Ferracci alza la mano, è la collega di scienze. Una persona che da quando si è lasciata con il marito ha una vita sociale azzerata, e per la quale la scuola costituisce l’unica possibilità di frequentare altri umani; e per cui dall’essere una che disertava qualunque riunione, portava certificati medici e tornava abbronzata dopo una settimana, adesso invece compulsa ossessivamente la pagina di OrizzonteScuola sul computer della sala professori e sbuffa ripetendo: “Ma avete visto! Ma avete visto! In provincia di Viterbo a una nostra collega hanno ridotto un part-time da sedici ore a quindici, secondo me dovremmo organizzarci tutti insieme e andare a fare un sit-in nella Tuscia”. Insomma è lei la stessa che dice: “Ma se qualcuno arriva alle otto e trentuno? Non è giusto per un minuto sanzionare… diventiamo come i nazisti del governo Renzi che ci tolgono l’ossigeno vitale…”

“Eh, sì”, interviene Pardini (una vecchia collega di matematica che ha fatto fino all’anno scorso l’assistente della preside e che ci tiene a sottolineare l’aspetto pedagogico di qualunque oggetto del discorso, anche della macchinetta del caffé – Bisogna prendere in considerazione l’importanza educativa delle cialde, cosa-gli-lasciamo-a-questi-ragazzi?) “ma se tu non sanzioni un minuto, poi quei minuti diventano due, cinque, venti, e nel giro di una settimana te lo ritrovi che entra a mezzogiorno e mezzo con la pagnottina”.

“Capito”, dice Salvati (cinquantenne collega di educazione fisica, ex olimpionico di lancio del peso) “a me se m’arriva alle otto e trentacinque che io sto già in palestra, a me viè da piallo a carci”. A carci sintetizza in un’unica espressione icastica tutta la teoria educativa di Salvati: è una formula che si adatta facilmente a qualunque problema didattico, disciplinare o organizzativo. Quando è in vena di articolare meglio il suo interesse per un ragazzo particolare, il progetto educativo individualizzato – come si dice oggi – in genere lo esplicita appena più distesamente: “Ciccotti bisognerebbe pialla a carci”. È interessante come quest’approccio, semplice e plastico, non faccia distinzione ne di genere né di età né di costituzione (lo studente che va educato a carci può essere maschio, femmina, robusto o esile, un seienne cinese o una quattordicenne italiana).

Dopo Salvati in genere riprende la parola la Ciacci, la preside. La nostra preside si può descrivere in molti modi, ma l’unica definizione che si attaglia è quella di mamma. Per lei i ragazzi sono creature. Cervellini-ini-ini. Piezz’e core. Farebbe tutto per loro, ribadisce ogni volta che può. E su questa questione dei ritardi è “pronta a sacrificare tutta se stessa”, sottolinea, anche se non è chiaro cosa questo possa significare.

In questo senso il suo essere mamma è simboleggiato dal suo essere grassa. A dire il vero la sua mammità nasconde un aspetto inquietante. La questione è che non è solo grassa, ma è potremmo dire che di una “grassezza sinistra”. Così quando dice con un tono condiscendente che a scuola dobbiamo accogliere tutti, l’immagine che mi faccio è che questa mamma buona, in nome della scuola inclusiva, si trasformi in una mamma-orca.
Del resto più aumentano gli iscritti, più lei mette su chili: a ritorno da queste vacanze estive credo sia arrivata a centotrenta, e l’immagine che alle volte mi viene è che lei di tutti questi nuovi iscritti se li mangi, li divori: … venite a me bambini… portatemi altri iscritti…
Comunque, dalla sua scrivania dietro la quale è incassata, oggi il suo ruolo di preside più o meno pare ridursi a suggerire con un filo di voce: “Troviamo un punto d’incontro”.

“Eh no, eh no cazzo”, salta su Dorati, filosofia e storia, mia collega nella stessa materia. “Me so rotta er cazzo de trovà er punto d’incontro, e poi ‘n decide ‘na minchia. Me lo ficco ar culo, er punto d’incontro. Stamo sempre a medià tutto, e poi i ragazzi ce trattano na merda, perché non avemo più una nerchia di autorevolezza”.
Dorati è l’esempio di una strana forma di ambivalenza che si trova molto tra i docenti: è preparata, è colta, ha un frasario ampissimo, sa sei lingue, ma evidentemente è convinta che per essere efficace da un punto di vista comunicativo, deve usare il turpiloquio. (Quando per esempio passo davanti alle sue classe, sento risuonare frasi del tipo: “A Schopenauer Hegel je stava popo sur culo, diciamo a verità. Se no Die Welt als Wille und Vorstellung che cazzo ‘o scriveva a fà?”).
Nello specifico del dibattito sui ritardi lei sostiene – a forza di “se te rode er culo te lo gratti” – una tesi che è la stessa mia: decidiamo qualunque cosa ma dopo che l’abbiamo decisa, rispettiamo questa decisione e non torniamoci più sopra.

Sembrerebbe almeno una parvenza di punto d’arrivo. Se non fosse che – dopo essere stata sorniona e silente finora – alza una manina Olivetti, l’addetta al laboratorio informatico. Laureata in diritto canonico, con un apparecchio rosa che lei sostiene di indossare “per bellezza”, in attesa del ruolo da circa ventidue anni, essendo presente in graduatorie che sono “di scorrimento” solo di nome, Olivetti si è riciclata come addetta al laboratorio informatico dopo la chiusura delle classi che avevano diritto come materia opzionale. Opzione a cui gli studenti, dopo che per un anno erano in classe con la Olivetti, rinunciavano in blocco.
Ora lei gestisce il laboratorio d’informatica, in nome del fatto che in un collegio di qualche anno fa ha spacciato una sua parentela con Olivetti della fabbrica di Ivrea: “Io i computer ce l’ho nel sangue”.
Siccome i computer sono macchine con il modem a 56 k e i floppy, il laboratorio è praticamente sempre deserto.
Potendo quindi passare ore quindi nel nulla contemplativo, si diverte a fare quelli che lei chiama “i miei schemini”. Mentre il dibattito si animava lei ne ha compilato uno e è andata in segreteria a fare delle fotocopie. E ora distribuisce un paio a ciascuno e ce lo legge:

“Nel foglio excel che avete nella prima fotocopia ho tenuto conto che la media ponderata dei ragazzi che entrano entro le 8.30, calcolata in un periodo gennaio-luglio, in base alla compilazione dei registri e confrontando i dati dei permessi d’ingressi della vicepresidenza, aggiustando la percentuale di errore – tra registri non compilati e ritardi non effettivamente obliterati – si aggira intorno al 78%, 79% per cento, con un differenziale rispetto agli ingressi entro le 8 e 20 del 22% (sempre considerando il lordo delle assenze, ossia contemplando in questo numero anche coloro che non hanno frequentato per intero l’anno scolastico, ovvero che a gennaio non erano ancora iscritti o a giugno non lo erano più); ma il tasso di entrate in ritardo, contrariamente a un pregiudizio impressionista non segue una curva gaussiana, quanto piuttosto una parabola con due gobbe speculari: mi spiego, l’impressione è che gli studenti, almeno quelli degli ultimi anni, e soprattutto i maggiorenni si trovino a proprio agio ad azzardare un’entrata in seconda ora, invece che ricorrere alla tolleranza dei dieci minuti, e che questa tendenza vada a risultare esponenziale con il passaggio dall’inverno alla primavera. Per questo ho fatto un secondo foglio excel, che mette a confronto le temperature dell’anno scolastico con il tasso d’aumento del differenziale tra gli ingressi alle 8 e 30 e gli ingressi alle 8 e 20. Si può ipotizzare con un punto di vista induttivo nemmeno troppo ottimista come l’arrivo del caldo abbia un impatto dei ritardi che può condizionare fino al 40% di questi; scorporando ovviamente le astensioni dalla scuola date da gite, assemblee, scioperi, e permessi per visita medica. Il dato sostanziale che si ricava è che se noi anticipassimo di circa trenta secondi l’orologio dell’inizio delle lezioni senza comunicarlo, guadagneremmo una percentuale di circa il 12, 13% (proiezione al ribasso che trovare sul retro del foglio) grazie alla legge di Fletch, sull’emulazione dei comportanti sociali. L’altra opzione è quella di aumentare di qualche grado i riscaldamenti nei mesi di gennaio/febbraio in modo da incoraggiare gli studenti a sostare nell’atrio della scuola, e invitarli così a un ingresso in classe più subitaneo”.

“Che ne dici?”
Appena la Olivetti ha finito la sua prolusione, la preside, la Ciacci, si rivolge a me. Non me l’aspettavo.

Vogliono il mio parere. Un po’ perché essendo il professore di filosofia e storia sembra che io abbia una saggezza particolare, una sapienza che viene dai miei occhiali spessi e dalla mia stempiatura riflettente; un po’ perché sono di fatto l’unico maschio in un corpo docente stracolmo di estrogeni (Salvati di educazione fisica non lo considerano di fatto un essere umano).

Ma l’interrogativo di mamma Ciacci è subdolo, è un dilemma del prigioniero. Se mi dichiaro tollerante, vuol dire che toccherà a me aiutare la vicepreside tutte le mattine, anche quelle del mio giorno libero, toccherà a me firmare i permessi per entrare in classe degli studenti ritardari. Se mi dichiaro intransigente, vorrà dire invece che sarà affidato a me l’impegno di preparare i compiti di punizione per chi accumula più di tre ritardi nel trimestre, compiti addattati alla classe e allo studente e con verifica dell’impatto nell’arco di sei mesi e dodici mesi (come da precedente delibera del collegio docenti).

A quel punto annaspo. Guardo i miei colleghi, che hanno tutti gli occhi fissi su di me. Penso alla questione del ritardo. La questione del ritardo in sé. Aggrotto la fronte. Mi concentro. Chi è che ha trattato il tema del ritardo in filosofia? Il tempo per Agostino… la questione della durata per Bergson… Derrida! Derrida ha parlato di ritardo… Mi ricordo! Del resto Derrida ha parlato di tutto… e allora mi schiarisco la voce, mi alzo in piedi, e comincio a pronunciare: “C’era un testo di qualche anno fa che si intitolava L’inevitabile ritardo in cui si parlava del ritardo come eredità… Jacques Derrida, un filosofo francese che voi conoscerete, collega il ritardo a una sua decostruzione del tempo occidentale, e gli affida un ruolo strategico, a partire dalle sue letture di Kafka e di Hélène Cixous, per cui il ritardo nel duplice senso, soggettivo e oggettivo, che Derrida gli conferisce, essere in ritardo e lasciare in ritardo, appare il concetto più adatto a inquadrare la nostra condizione in parte genetica, che ci rende nella stessa misura eredi e critici della grande cultura del ventesimo secolo…”.

Mi sembra di poter galleggiare, mi sembra che sto camminando su un piccolo tratto di terra in mezzo a un oceano in cui imperversano flutti giganteschi. Ma mi accorgo anche che mentre pronuncio queste parole, la Ciacci inizia a formare un sorriso che si trasfigura verso il ghigno. Mi lascia andare avanti ancora qualche minuto. Finché però mi interrompe e lo fa sempre con la sua vocina flebile:

“Se ho capito bene, lei mi dice che siamo noi in quanto docenti con l’essere in ritardo e quindi dovremmo anticipare noi la nostra entrata a scuola alle sette e quarantacinque per dare un esempio… a questi ragazzi che sono nostri eredi, sempre secondo questa tradizione ermeneutica che lei cita”.

I colleghi mi guardano feroci. Sarà colpa mia, e delle aporie del decostruzionismo francese, se per tutto l’anno dovremmo arrivare a scuola alle otto meno un quarto. Balbetto, sudo, cerco un appiglio. Dico no no. Cerco di implementare il mio discorso, citando l’interpretazione quantistica del tempo di Deleuze e Guattari, sorrido alla collega di biologia, a quella di latino, ai bidelli, cerco alleati. Non ne trovo. Capisco di non poter tornare indietro, che a ogni parola che pronuncio la situazione può solo peggiorare. Mi viene da svenire. Guardo verso l’alto come sperduto. E solo in quel momento mi rendo conto da dove forse sta venendo la salvezza.

L’impalcatura sul muro destro si inclina prima di qualche grado, e poi facendo galleggiare lo striscione con scritto #labuonascuola si flette sul corpo docenti come un’onda di tubi e assi di legno; e in un tempo di nemmeno pochi secondi piomba su di noi, sommergendoci, con un clangore di cingoli spezzati e ossa rotte, per lasciarci di lì a poco in un silenzio davvero definitivo.

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7 commenti

  1. Per l’autore: medià oppure trovà non si possono senti’. Al limite: media’ e trova’… per dire. Saluti.

  2. Va be’ che te piace Starnone, ma, dopo vent’anni, la macchiettizzazione degli insegnanti dici che pija aancora?
    Nun so, secondo me no.

  3. Molto bello, ho riso di gusto, e così colleghi e colleghe cui l’ho girato.

  4. Condivido l’opinione di Luca, in particolare lo stereotipo del docente di Educazione Fisica, così come l’autore l’ha descritto, è tristemente inflazionato, ha contribuito a ghettizzare la categoria ed è ormai francamente irritante per i tanti che come me si impegnano nell’ insegnamento di questa disciplina con conoscenze e competenze e non solo con un fisico, forse un tempo, atletico.

  5. Già. L’eccesso di estrogeni: una delle grandi piaghe della scuola italiana che nessuna riforma ha il coraggio di affrontare.
    Quanto alla “macchiettizzazione”: conoscevo un docente di tecnologia che i “carci” li dava per davvero, ma li chiamava “calci” e li dava proprio nel “culo” perché lui all’italiano ci teneva e, quando doveva spiegarci come utilizzare gli attrezzi del mestiere, non trascurava mai di suggerirci di aprire bene le “cosce del compasso” che “solo così viene bene” (sguardo carico di sottintesi, caso mai la cretina dell’ultimo banco a destra non avesse colto la brillante metafora). Però sapeva spronarci a non mollare dopo un fallimento perché “spingi oggi, spingi domani, il buco – lo sanno tutti – prima o poi si allarga” (ancora uno sguardo dei suoi). “E ridevamo”. E naturalmente, da galantuomo qual era, non dimenticava mai, il caro prof, di inviare I suoi omaggi alle nostre mamme e sorelle alla fine delle lezioni.

    A volte, a ghettizzarci siamo bravissimi da soli.

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Autore

fandzu@gmail.com

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov'eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo - sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory - ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L'Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).

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