di Edoardo Rialti
Pratica la resurrezione, esortava Wendel Berry nel Manifesto del contadino impazzito. Ritornare dalla morte è difficile. Tutto intorno la primavera testimonia una simile forza immensa, eppure- proprio come un singolo giorno condensa intera la nostra esistenza che inizia e finisce in letto- al netto di sobbalzi, fughe in avanti o indietro, conosciamo solo quattro stagioni. Sempre in esilio, cacciati dal ventre materno, dal microcosmo della scuola, dal lavoro, persino lo specchio ci chiede continui aggiustamenti perché il paesaggio di ieri è già mutato.
Tutto tende verso il basso, vorrebbe solo stendersi sul fondo e raccogliersi in posizione fetale come tombe dei guerrieri della steppa. Le parole stesse si logorano, invecchiano, pure Ti amo ripetuto dissangua. Eppure nel cuore del nostro immaginario un racconto si è accampato, tra le pieghe di altri pensieri, passioni e pressioni apparentemente più forti. Lo notava Stephen Dedalus nell’Ulisse. “La sua mano voltò la pagina. Si ritrasse indietro e riprese, perché proprio allora s’era ricordato. Di colui che camminò sulle onde. Anche qui si questi cuori vili si stende la sua ombra e sul cuore e sulle labbra di chi lo irride e sulle mie.”
Per molti con la vicenda di Cristo il mito divenne un fatto ma, come che sia, non c’è fatto più concreto del mito, questo in particolare, per la sua forza propulsiva specifica o per le stratificazioni dei secoli che ci hanno creduto e ad esso sono tornati. C’è un ambito in cui tutto questo trova una sua conferma, ed è l’arte stessa, la creazione. Non a caso si tratta di una storia, una dinamica performativa e non un concetto. Oscar Wilde in carcere scriveva di Cristo come artista supremo, già accennando al reverso dello specchio, ogni artista compiuto come Cristo. Chiunque tenti di esprimere qualcosa intuisce l’annuncio che Il Verbo si è fatto carne.
Dorothy Sayers, riprendendo Agostino, sosteneva che persino la Trinità esprime una dinamica che si riflette nella mente di ogni creativo. Per prima cosa viene l’Idea suprema, pura, come spesso si sente dire “L’opera c’è l’ho già in testa, devo solo scriverla”. E quanto tutto è infine realizzato, tutto prosegue comunque, in un soffio di vita che spira in scambio perpetuo tra fruitore e artista, uno spirito avanti e indietro. In mezzo ci sono le gioie e strazi dell’incarnazione concreta, della messa su carta o tela, del montaggio delle scene, la loro Passione. Come Cristo ogni opera nasce tra miseria pastorale e splendore angelico, lampi di intuizione e limiti, conosce il lungo silenzioso nascondimento dello sviluppo occulto, poi gli anni di esposizione pubblica- cioè di elaborazione conscia- tra prodigi, parabole, fraintendimenti, in perenne sposalizio con la morte che si avvicina, perché proprio il limite resta il grande collaboratore d’ogni poesia. Ecco la mia carne, ecco il mio sangue.
Ogni artista dice a sua volta Eccomi, in un’esuberanza di offerta, Fate di me quello che vi pare. Conosce il dubbio e il sudare sangue quando la fedeltà alla Visione interiore costa troppo, viene minacciata dall’annientamento, dall’insensato, il tradimento, il processo, il rigetto del potere e della folla che all’arte e alla profezia preferirà sempre la retorica violenta delle loro contraffazioni a buon mercato. Il potere costituito che si lava le mani, i reucci di cartapesta che chiedono prodigi, gli intellettuali sclerotizzati nei loro schemi e privilegi di casta, tutto questo è facile condannarlo fuori di sé, ma che dire delle stesse ombre e compromessi dentro di noi? Bisogna perciò traversare la flagellazione, la via crucis tra rari conforti e sostegni, per essere inchiodati, uccisi.
Morire a se stessi prima di morire, cacciando un grido che è un lamento di abbandono e dubbio, e al tempo stesso una sentenza, Tutto è compiuto, tutto è fatto, Finis dicit, la resa a ciò che non si distingue più. Solo sepolti così, messi via nella totale smentita delle proprie aspirazioni, è possibile vedere quanto cerchiamo di esprimere a sua volta risorgere come significato impossibile a noi stessi eppure già presente, così vicino e irraggiungibile, musica udita nella stanza accanto, presentita in tutte le esperienze più pure autentiche. Adamo era un giardiniere, il secondo Adamo fuori dalla tomba fu scambiato per tale. Un giardino è arte, natura e cultura, la massa dell’esistenza percorsa da uno sguardo umano.
Credere che tutto questo sfoci in una vittoria conclusiva, che effettivamente qualcosa resista dentro la strettoia di tante sconfitte e davvero una potenza e una voce restituiscano tutto ciò che diamo via e sembra finire nello scolo, al netto di tanti forzieri, è difficile. La fondazione di un regno dove la sottolineatura della luce non retroceda e ingrigisca in fotografia, le cascate in autunno-solo ricordate nella memoria- che si ergono rinnovate davanti a noi per stendervi una mano e tirarci dentro chi amiamo. Certo è l’agone dentro e fuori, certo il darsi di ogni autentico tentativo espressivo, l’offerta implicita in ogni rivelazione di sé. E contemplare questa storia crea spazi in cui la verità forse ha modo comunque di muoversi.
Minima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente
