La narrazione è dunque il quinto elemento che ci fa
vedere il mondo in un modo diverso dagli altri, ci fa
comprendere la sua infinita differenziazione e complessità,
e ci fa anche riordinare la nostra esperienza e trasmetterla
di generazione in generazione, da un’esistenza all’altra.
Olga Tocarczuk, Ognosia[1]
L’innominato protagonista del romanzo (Terrarossa Edizioni, 2024) sta assistendo alla trasmissione su maxischermo, in una piazza cittadina, della finale di Champions League. Ad un certo punto, un’esplosione provoca una fuga tumultuosa e generalizzata che causa la morte di diverse persone e il ferimento di molte altre. Nei giorni seguenti le notizie parlano di un possibile attentato, ma presto le indagini non sembrano convalidare l’ipotesi e piano piano l’interesse per l’evento tragico si raffredda. Non così per il protagonista che anzi ingaggia una personale ricerca che si dipana in più direttrici. Da un lato, capire chi sia il responsabile e, una volta raggiunta una personale identificazione, avvicinarlo e cercare di chiarire le recondite motivazioni; dall’altro, riflettere più in generale sul tema del male e del dolore inflitto ai propri simili; infine, venire a capo del posto che occupa nel mondo e del tipo di relazione che sta intrattenendo con la donna che ama. Questi tre movimenti, diversi per dimensione e raggio d’azione, intrecciandosi e influenzandosi finiranno per condurre personaggi e storia ad un punto di ulteriore e imminente disgregazione.
La povertà del male
Nel 1961 Hannah Arendt fu inviata dal settimanale The New Yorker a seguire il processo, che si teneva a Gerusalemme, al gerarca nazista Adolf Eichmann, accusato di genocidio e in seguito condannato a morte e giustiziato.
Dal suo diario delle sedute l’autrice trasse Eichmann in Jerusalem: A Report on the Banality of Evil[2], che venne pubblicato nel 1963.
Quello che interessa qui di quel saggio memorabile è il giudizio che Arendt dà dell’imputato e che possiamo riassumere in questo: Eichmann non era certo uno stupido, né era un mostro, cioè un essere anormale e perciò diverso da chiunque altro. Piuttosto, era privo di immaginario e di idee e perciò non capace di comprendere quello che stava realizzando eseguendo gli ordini. La banalità del male che ha commesso sta in questo, nel farsi strumento inconsapevole, braccio meccanico di un ingranaggio manovrato da altri, abdicando a qualsiasi responsabilità e autocoscienza. Si tratta di una possibilità che può interessare chiunque in qualsiasi momento, e che rende ancora più pericoloso il potere.
La citazione da Arendt serve qui per un aggancio non già, con eccesso di semplificazione, all’idea che alcuni atti siano compiuti per motivi futili, da persone che si limitano a seguire un ordine; piuttosto per sottolineare la questione fondamentale in gioco nel testo della filosofa, quella dell’immaginario. La rappresentazione fatta dall’autore nel suo romanzo, che prende spunto da un fatto realmente accaduto (Torino, Piazza San Carlo, 3 Maggio 2017), punta a riflettere sullo stato di allerta generale e generalizzato nel quale siamo necessitati a vivere, e mostra come, a differenza dell’Eichmann ritratto e studiato da Arendt, ci sia una sovrastimolazione del nostro immaginario, coatta, che ci impone di ricercare un grande e oscuro disegno ovunque, an che laddove altre cause sarebbero disponibili e, chissà, forse più idonee.
Lo vediamo all’opera quotidianamente nelle varie declinazioni delle teorie del complotto.
Pieces of a dream
Attraverso i suoi eroi innominati, perché maschere di ciascuno di noi, Garigliano riflette sulla precarietà di ogni equilibrio esistenziale e relazionale, ricostruendo una storia che mostra come un fatto apparentemente autoconclusivo inneschi una serie di effetti secondari a livello personale e quotidiano, rendendo palesi contraddizioni e insicurezze, desideri e ossessioni, che quell’equilibrio manteneva coperti; l’energia sottile capace di tenere assieme ogni cosa non basta a reggere l’urto del singolo evento catastrofico.
Come le schegge impazzite di una bomba, o le persone in fuga dalla piazza, muovono in direzioni diverse ormai smembratasi l’unità inziale, così il protagonista soffre di una sorta di dispersione, o fuga, che è insieme ideativa e attiva. Il licenziamento, la ricerca dell’attentatore, il nuovo lavoro, il rapporto con la fidanzata, la descrizione di famosi e passati eventi terroristici, la visione della serie tv sugli antropofagi, la depurazione alimentare, l’ossessione igienica e di pulizia casalinga, ogni cosa muove da quell’evento male interpretato, e cioè muove dalla volontà di vedere le cose secondo un’ipotesi preesistente che aspettava il momento giusto per mostrarsi e farsi criterio deliberativo.
Da questo punto di vista, allora, il romanzo di Garigliano è la rappresentazione narrativa di un’ossessione immaginaria, la convinzione presuntuosa di essere in grado di rimettere tutti i pezzi assieme riavvolgendo il nastro, in un tentativo disperato di trovare, nella ricostruzione che si fa comprensione, la pacificazione.
Tra disordine e ragione
La ricerca del protagonista si muove lungo questa direttrice principale, forse l’unico vero desiderio pulsante dell’uomo, che è insieme una illusione: riuscire, grazie agli strumenti propri dell’uomo, come la riflessione, l’indagine, la contemplazione, a comprendere ciò che è successo, chi lo ha commesso, le motivazioni che stanno dietro all’azione. Su questa faglia di scorrimento si declinano tre movimenti parziali, diversi per estensione e profondità, che a volte si intrecciano e altre volte rimangono separati l’uno dall’altro.
Uno – Tempus fugit
C’è l’evento in piazza, la cui natura terroristica è per il protagonista, almeno per buona parte della storia, un assunto autoevidente; di questo evento è necessario capire il chi, il come, il perché; parimenti, è necessario da un lato far combaciare i ricordi dell’evento vissuto in diretta con le immagini che si diffondono nel web e dall’altro sussumerli nell’assunto principale.
Per contrappunto, penso ancora al disordine in piazza e ancora al fatto che, prima di venire al lavoro mi sono completamente stordito a guardare le immagini del panico senza riuscire a capire se la moltiplicazione dei punti di vista, o anche la forsennata ripetizione dei medesimi fatti, fosse capace di sottrarre potenza a ciò che era accaduto banalizzando per assuefazione gli eventi, oppure, al contrario, fosse in grado di amplificare esponenzialmente l’assurdità di una folla in preda al delirio per un allarme lanciato e poi ripetuto come un’eco che fa eco a se stessa.
A puntellare questo movimento c’è la sua integrazione nella più generale storia dell’efferatezza umana, rendicontata attraverso casi emblematici di attacchi terroristici, che forniscono, astratti i contenuti particolari, ciascuno prova della forma generale di quella crudeltà; un movimento induttivo, a salire, alla cui sommità c’è una sorta di legge che andrà dopo usata, in fase discendente, per essere applicata alla tragedia accaduta in piazza. L’obiettivo, in sintesi, è trovare la logica dietro il delirio.
Due – De te fabula narratur
Il secondo movimento è più propriamente narrativo, anzi quasi narratologico, e prende le mosse come diretta discendenza dal primo. Se lì la base della ricerca di una forma condivisa era data da episodi conclamati del passato, non può passare sotto silenzio che il rivolgersi a quegli episodi è contemporaneamente un dar credito al racconto di quegli episodi. La certezza di ciò che è accaduto e del modo in cui è accaduto dipende dalla fede che ciò che leggiamo, ascoltiamo, impariamo, scopriamo, sia vero, e che chi lo racconta sia affidabile. Eppure, qualsiasi racconto è per definizione finto, al massimo verosimile; la propensione ad affidarci a ciò che ci viene detto e a chi lo dice porta il protagonista a interrogarsi, non in modo diretto ma attraverso una sorta di ossessione scopica, sulla natura delle storie, sulla loro struttura e sul loro funzionamento. È a questo punto che la vita si sdoppia, e alla tensione verso l’esterno che sostanzia il primo movimento di indagine nel mondo, perché è del mondo l’attentato (presunto) in piazza e il suo (presunto) artefice, si contrappone un’altrettanto forte tensione verso il ripiegamento interiore e casalingo, la riduzione delle necessità fisiologiche e la dedizione a una serie tv che rappresenta casi di antropofagia, facendone spettacolo.
La natura delle narrazioni, il potere delle storie, risiede anche in questa capacità di accattivare, di sedurre e trattenere presso di sé lo spettatore/ascoltatore, maneggiando e manipolando a proprio comodo il bruto materiale di partenza. Chi narra è un demiurgo.
Tre – Vincit omnia amor
Infine, c’è il terzo movimento che lega e complica gli altri due, unendo i due capi del romanzo: mentre il protagonista indaga l’evento non ancora raccontato, che è stato il presunto attentato, e mentre indaga la natura del racconto come forma di indagine della realtà e come esercizio di cattivazione, il terzo polo è una sua indefessa e paranoica riflessione attorno alla relazione con la propria fidanzata (“la ragazza che amo”), cioè con la donna che ha condiviso, inizialmente, i tragici istanti del fuggi-fuggi in piazza e che condividerà, all’estremo cronologico opposto, gli ultimi dolenti esiti della catabasi investigativa che il romanzo ha raccontato.
E grazie a quella micro storia tra le storie che la relazione con la donna rappresenta, assistiamo anche alla metamorfosi finale del protagonista, che passa dalla idea tutta occidentale, tutta aristotelica, che l’essenza dell’uomo sia nella contemplazione, nella teoresi, e che dunque comprendere un evento sia innanzitutto capirne la logica, a una concezione più primitiva, immediata, corporea. Non si tratta più di mettere ordine e saper spiegare, si tratta piuttosto di far proprio, di racchiudere e di incorporare. Solo così, pare, si può evitare che i corpi altrui dileguino, scappino, scompaiano, lasciandoci a fare i conti – che non tornano mai – col terrore dello spazio vuoto, dell’assenza, della mancanza.
Con uno stile misuratissimo, privo di concessioni all’esuberanza retorica, e con una precisa idea di ritmo che si sappia adattare ai differenti bisogni dei vari movimenti narrativi, Garigliano scrive un romanzo che ha nelle mitografie epiche e cavalleresche il modello più vicino, contestualizzato in un presente che, se ha perso da tempo e per sempre ogni possibile ordine, non ha nemmeno più il baluardo di una semplice follia in cui perdersi.
***
Intervista a Alessandro Garigliano
Mi pare ci possa essere, allo sfondo di questo tuo romanzo, un fatto di una certa rilevanza. È opinione diffusa che ciascuno di noi, almeno quelli vivi e capaci di comprensione del momento, possa ricordare con buona vividezza e certezza quello che stava facendo l’11 settembre del 2001. E questo misura la portata di quell’evento per le nostre coscienze e anche, poi, per il nostro immaginario. Mi pare che parte, forse piccola ma certo significativa, di questa influenza quell’evento l’abbia avuto anche per chi scrive narrativa. E il tuo romanzo mostra come un evento specifico sappia cambiare, nel singolo come nella moltitudine, quanto meno la percezione delle cose. È così?
È assolutamente così anche per me. Credo che l’11 settembre abbia perlomeno contaminato l’immaginario non solo di chi scrive, ma di tutti coloro che cercano di capire e rappresentare la realtà. La cosa paradossale, per me, è che lo svolgimento del crollo delle torri gemelli sembrava già in sé un evento spettacolare, artistico. Essendo influenzati da secoli di rappresentazioni dell’apocalisse, quella proiezione di aerei scagliati in diretta contro le torri pareva da un certo punto di vista riecheggiare tutto ciò che nei secoli è stato temuto e, per certi versi, desiderato (come se l’angoscia di anni avesse finalmente trovato un finale, la sua apoteosi).
Allo stesso modo, per quanto riguarda il mio romanzo, è come se il caos in piazza cortocircuitasse con l’angoscia personale del protagonista. Come se un evento esterno corroborasse delle sensazioni interne e modificasse la percezione delle cose. Se proprio devo avventurarmi nel paradossale — che in effetti nel mio testo è una delle chiavi di lettura della realtà — non solo un evento traumatico modifica la visione di ciò che sta intorno, ma, di rimando, l’evento stesso è interpretato e quindi modellato e distorto dal mondo interiore del protagonista.
Un aspetto che ho rilevato e che mi interessa molto viene da una riflessione che il personaggio fa guardando i molti video del presunto attentato che nei giorni seguenti si diffondono nel WEB. Dice:
Per contrappunto, penso ancora al disordine in piazza e ancora al fatto che, prima di venire al lavoro mi sono completamente stordito a guardare le immagini del panico senza riuscire a capire se la moltiplicazione dei punti di vista, o anche la forsennata ripetizione dei medesimi fatti, fosse capace di sottrarre potenza a ciò che era accaduto banalizzando per assuefazione gli eventi, oppure, al contrario, fosse in grado di amplificare esponenzialmente l’assurdità di una folla in preda al delirio per un allarme lanciato e poi ripetuto come un’eco che fa eco a se stessa.
Ti chiedo, è anche una riflessione letteraria e narrativa, questa? Cioè, che possibilità dà a chi scrive, l’abbandono del narratore unico a favore di un narratore multiplo?
Be’, come sai, l’ouverture del romanzo usa la prima persona plurale. Quindi per me è stato in qualche modo necessario utilizzare un Io collettivo. Volevo fosse rappresentato un organismo che pur formato da migliaia di persone si trovasse nell’incredibile condizione di muoversi e commuoversi con una compattezza furiosa e agghiacciante. Chi scrive ha per me il dovere di utilizzare la prospettiva adeguata a ciò che si desidera narrare.
Per raccontare la disgregazione del tuo personaggio e di un certo mondo, hai fatto, a mio avviso, due scelte importanti: da un lato, l’assenza di nomi, che sono normalmente un elemento identificativo (e quindi unificante) molto forte; dall’altro uno stile frammentato, poco retorico, spesso sincopato, che lascia la sensazione ad ogni riga che tutto possa nuovamente cedere e niente sia stabilito. Sei d’accordo? E quanto hai lavorato per cesellare questo racconto?
A dire la verità in tutti i miei romanzi non ci sono nomi. È un discorso lungo e motivato da diverse ragioni. Però, è vero, in questo testo fa un’impressione maggiore. Ho scelto di narrare personaggi che vagano privi di identità all’interno di un contesto anomico; anche lo spazio e il tempo seguono la storia come se fossero dimensioni scolpite da ciò che si racconta e, di conseguenza, anche la scrittura è influenzata da ciò che succede.
Se ripenso a quanto ho lavorato su questo romanzo, mi viene la nausea. Ogni pagina è stata revisionata centinaia di volte. Sono ossessionato in generale dal ritmo e, in questo testo, dalla scelta delle parole e dall’architettura delle scene. Inoltre, ho voluto adeguare la scrittura ai tre grandi filoni del romanzo — cronaca degli attentati, fiction televisiva, indagine/storia d’amore — provando a far risuonare, attraverso l’uso di diversi stili, una certa polifonia.
Sono contento che tu abbia notato l’assenza di retorica. In effetti l’idea era quella di non caricare d’iperboli metafore e altri artifici la scrittura, allo scopo soprattutto d’incarnare una narrazione che al cospetto di determinati accadimenti non arretra ma punta semplicemente a descrivere: lasciando che disordine angosce tabù travolgano il racconto da sé con la loro potenza.
Il tuo romanzo è capace di mantenere aperte suggestioni metanarrative forti; ci sono storie nelle storie, ci sono pezzi di cronaca vera, ci sono ecfrasi di video e di fotografie; c’è insomma una ricerca evidente sul valore e sulla forza delle storie. So che questa attenzione verso la narrazione non è cosa nuova, e già aveva un ruolo forte nel romanzo Mia figlia, Don Chisciotte, pubblicato di NN. Ti chiedo ora: cosa credi sappiano ancora raccontare, all’uomo contemporaneo, le storie, cosa credi ciascuno di noi cerchi nelle storie e soprattutto, credi che sappiano modificare la realtà, o spingere noi a farlo?
Non faccio che chiedermi quale possa essere oggi il tipo di ricezione delle storie.
Dappertutto non si fa altro che raccontare storie, nella quotidianità, in televisione, al cinema, nei social, nell’editoria e, adesso, ci si è persino messa l’intelligenza artificiale a creare storie da sé tramite la combinazione di una serie impressionante d’informazioni.
Sarebbe davvero un’indagine fantastica capire il senso ma anche la direzione o lo scopo di questa quantità schiacciante di storie: vere verosimili fake. Non ho idea di dove si andrà a parare e ho una conoscenza troppo limitata sulla materia per potere esporre un’interpretazione sensata. Quello che posso dirti è che le storie sono connaturate agli umani, che gli umani da sempre si capiscono narrando. Secondo me, però, la straordinarietà delle storie sta nel modo in cui sono dette scritte dipinte musicate. Nel momento in cui prendi una storia grezza e la plasmi con uno dei mezzi che hai a disposizione, modellando il punto di vista, articolando lo spazio e il tempo, trovando le parole i colori i suoni adeguati, in quel momento, secondo me, non stai solo raccontando una storia: stai ricostruendo la realtà, stai reinventando esistenze.
Chiudo con una domanda personale: data la scelta del titolo, di cui si apprezza anche il riferimento sciasciano, qual è il terrore di Alessandro Garigliano, come uomo e come scrittore?
Di vivere e di scrivere nel terrore.
________
[1] In Olga Tocarczuk, Il tenero narratore e altri saggi, trad. it. di Silvano De Fanti, Giunti, Firenze-Milano 2024, p. 21
[2] Trad. it. di Piero Bernardini, La banalità del male: Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, Milano 1964
Alberto Trentin è nato a Treviso. Ha pubblicato varie raccolte di poesia. L’ultima si intitola Gli attimi attigui (Digressioni, Udine 2022). Scrive per Minima&moralia e Finnegans. Dirige la scuola di scrittura ri-creativa Alba Pratalia con Paolo Malaguti. il suo blog Epicentri – Conversazioni sulla Letteratura è al seguente indirizzo: www.albertotrentin.it
