
Alan Pauls è nato a Buenos Aires nel 1959. Il suo ultimo romanzo edito in Italia è Storia del denaro (SUR 2014)
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Quante ore lavori al giorno e quante battute esigi da una sessione di scrittura?
Non ho un numero fisso di ore o battute, anche se ci sono delle regole: anzitutto cerco sempre di lavorare tutti i giorni, di mettermi a sedere e aver fatto qualcosa alla fine del giorno. In un giorno faccio due o tre pagine, sulle cinquemila battute. In un buon giorno faccio due o tre pagine buone. Ci sono anche giorni in cui ci metto molte ore per farle, a volte quando si scrive è importante anche perdere tempo, sono momenti in cui si tira il fiato e sono funzionali a quelli più produttivi. In ogni caso, nei giorni in cui le due o tre pagine faticano a venire, mi costringo a sedere, cerco di orbitare in qualche altro modo attorno a quello a cui sto lavorando: faccio schemi, prendo appunti, leggo cose collegate al libro a cui sto lavorando oppure nel peggiore dei casi mi mento a revisionare parti fatte in precedenza. La cosa cruciale è stare sul pezzo ogni giorno.
Dove scrivi? Hai orari precisi?
Per trent’anni ho scritto in uno studio fuori casa. Poi negli ultimi due anni mi sono trasferito da solo e ho cominciato a lavorare a casa. Così come prima lavoravo solo nello studio ora lavoro solo in una specifica stanza della casa, e infatti se viaggio e mi trovo fuori contesto non riesco a scrivere, il contesto domestico, neutro, è cruciale. Cerco di cominciare presto, poi l’orario in cui finisco dipende da quanto ci metto a scrivere le mie due o tre pagine.
Tic o rituali per favorire la concentrazione?
Comincio sempre rileggendo quello che ho scritto il giorno prima. Poi, come dicevo, devo essere nella mia stanza. In posti troppo belli o interessanti non lavoro bene. Devo essere isolato, senza stimoli, per calarmi in una personalità diversa, di tipo monastico.
Fai preproduzione o scrivi di getto?
Negli ultimi anni mi metto direttamente a scrivere, per gli ultimi tre romanzi che ho fatto non ho preparato niente, mi sono messo direttamente a scrivere di getto e solo quando i lavori erano ben oltre che avviati ho cominciato a fare riflessioni di ordine strutturale. 
Quante riscritture fai? Tendi giù a buttare giù prima tutto o cesellare passo passo?
Rileggo sempre le pagine scritte il giorno prima, ma lo faccio senza correggere, tendenzialmente quando scrivo un libro faccio tutto fino in fondo. Sono uno scrittore “mentale”, penso molto già al testo, oltre che a quello che accadrà nel libro, e quindi quando poi lo butto giù quello è e quello tendenzialmente rimane. Magari poi a bozza finita molti cambi strutturali e architettonici, faccio tagli e aggiunte ovviamente, ma non faccio molto editing stilistico, magari se un passaggio è difficile ci penso su molto prima. Sono lento, però quando arrivo a buttare giù la frase tende a essere quella. Quando la bozza è fatta, a livello stilistico è molto simile al romanzo finito.
Scrivi più libri in contemporanea?
Purtroppo sempre e solo uno. Credo che abbia a che fare col mio metodo. Lo sviluppo in testa più che su carta, quindi non potrebbero starcene due.
Carta o computer?
Solo ed esclusivamente computer.
Come hai esordito?
Mandai il manoscritto del mio primo romanzo, El pudor del pornógrafo, a un premio letterario argentino. Non vinsi ma uno dei giudici lo apprezzò, era editor di una grossa casa editrice e offrì di pubblicarlo subito. Fui piuttosto fortunato.
Come è cambiato il tuo modo di lavorare da allora?
Sono più aperto. Più aperto, soprattutto, alle influenze esterne. Mi sono evoluto da un metodo di scrittura molto paranoico, isolato, che cercava di tenere il mondo completamente fuori, a una modalità più “vulnerabile” di essere uno scrittore, ho imparato a lasciarmi contaminare, in modo proficuo, da ciò che accade intorno a me. Questo ha anche cambiato il rapporto tra scrittura e vita. Quando avevo vent’anni erano per me due cose distinte, la fiction cominciava dove finiva la vita e tenevo una barriera solidissima tra i due mondi, ora penso di essermi evoluto e aver imparato a lasciar passare le cose nelle due direzioni.
Le opere che più ti hanno influenzato per quanto riguarda la pratica e il mestiere della scrittura.
Il rosso e il nero di Stendhal. Tutto Kafka. Tutto Proust. Poi anche molti saggi sulla letteratura, ho avuto una formazione parecchio teorica, quindi Barthes, Deleuze, Benjamin per me sono importanti quanto Stendhal.
“Esisti” online?
Qualche volta pubblico testi su blog o riviste online. Non voglio nuovi amici, mi vanno bene quelli che ho.
[10 – continua; le precedenti interviste: Brizuela, McCarthy, Eggers, De Kerangal, Gospodinov, Vida, Lethem, Carrère, Vásquez, Egan, McGrath, Greer, Cunningham, Keret, Winterson, Tóibín]

Vanni Santoni (1978), dopo l’esordio con Personaggi precari ha pubblicato, tra gli altri, Gli interessi in comune (Feltrinelli 2008, Laterza 2019), Se fossi fuoco arderei Firenze (Laterza 2011), la saga di Terra ignota (Mondadori 2013-2017), Muro di casse (Laterza 2015), La stanza profonda (Laterza 2017, dozzina Premio Strega), I fratelli Michelangelo (Mondadori 2019), La verità su tutto (Mondadori 2022, Premio Viareggio selezione della giuria), Dilaga ovunque (Laterza 2023, Premio selezione Campiello). È fondatore del progetto SIC (In territorio nemico, minimum fax 2013); per minimum fax ha pubblicato anche Emma & Cleo (in L’età della febbre, 2015) e il saggio La scrittura non si insegna (2020). Scrive sul Corriere della Sera.
Il suo ultimo romanzo è Il detective sonnambulo (Mondadori 2025).

interessante il metodo, molto bella la trilogia di Pauls, mi sento di consigliarla in toto