di Danilo Soscia
Credo nella funzione salvifica della parola. È una specie di croce. Quando due individui si danno reciprocamente udienza si riattiva qualcosa che è sopito nel nucleo stesso della condizione umana. Certo, non devono esserci scrivanie a dividere, gerarchie invisibili che alterino l’orientamento orizzontale dello spazio. Non deve esserci la presunzione quantitativa della propria persona e la velenosa distrazione del mondo.
Possono esserci, invece, un fuoco acceso, la notte, il bisogno di condividere una verità: il bosco è fitto, la direzione è ignota. È a questo livello che il racconto per me diventa salvezza, la possibilità di una mappa per ritrovare una delle possibili uscite dall’oscurità.
È un evento raro, che forse pretende un rapporto elettivo. Non so dirlo con precisione. Ma a volte capita, e allora cristallizzarlo in una testimonianza, per quanto sacrifichi parte del senso, ha il valore di un’impresa. Un album di parole, il ricordo delle nostre notti migliori.
Io e Maurizio Amendola ci siamo seduti spesso intorno al fuoco negli anni passati. Ci siamo ritrovati a Pisa qualche giorno prima dell’uscita del suo romanzo d’esordio, ‘Il laureando’ (66thand2nd). Abbiamo parlato di punti cardinali, di possibili direzioni da intraprendere, della ragione per cui è tornato – almeno sulle sue pagine – qui a Pisa, dove io vivo e dove lui ha vissuto negli anni della sua formazione. Maurizio Amendola è attivo presso la Scuola Holden di Torino, dove ancora oggi collabora come docente di sceneggiatura, il suo primo mestiere. Nel 2020 la 66thand2nd insieme alla rivista Effe hanno selezionato un suo racconto per inserirlo nell’antologia ‘Per rabbia o per amore’. E ora, eccoci qua.
Il Nord – Ritorno alle origini
Ricordami le tue origini.
Sono nato in Calabria, figlio di due insegnanti di liceo e di due coste. Ionio, Crotone, dove sono cresciuto, ho fatto le scuole, mi sono affacciato al futuro. Tirreno, zona di Nocera Terinese, il paese di mio padre, dove spesso ritorno per godermi una certa quiete e, se tutto fila liscio, scrivere.
Questo tipo di produzione è un fenomeno recente per te?
Mi viene da parafrasare l’incipit di “Chiedi alla polvere” di John Fante: <<Quando avevo 22 anni vinsi un premio letterario grazie a un racconto che parlava di un sicario. Trecento Euro. Allora decisi che volevo scrivere. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto>>. Diciamo che nel mio caso sono andato a letto molto tardi.
Frédéric Gros ha sintetizzato nel titolo di un suo saggio, di recente tradotto in Italia da Raffaele A. Ventura, un concetto a me molto caro: ‘La vergogna è un sentimento rivoluzionario’. Se mettessimo le pagine di ‘Il laureando’ in controluce rispetto a questa epigrafe, cosa vedremmo?
Nella storia che ho raccontato la vergogna abbraccia il timore di una vita nuova, come se desiderare una realtà diversa fosse un tabù, nel senso tragico del termine. Il mio protagonista è vittima di questo paradosso. È al contempo un capro espiatorio, perché si sente destinato al sacrifico, e un funambolo, perché riesce a mentire con una naturalezza che coincide con il talento. La discrepanza tra la rappresentazione di sé e la verità – che nel suo caso si traduce nella distanza tra i suoi successi universitari inventati e una verità fatta di depressione – è il motore della sua vergogna. È una specie di eversore involontario, che a modo suo si ribella alla famiglia e all’università, subendole e schivandole però entrambe.
Detto così, in un processo rivoluzionario con queste caratteristiche, al sentimento della vergogna dovrebbe seguire quello della volontà.
Le pareti della stanza dove il mio protagonista vive sono spesse come mura medievali, e non c’è un varco, non c’è una crepa. La vergogna nella mia storia è assenza di una volontà specifica. Il grande inibitore è quella depressione sorda in cui sembrano immersi molti studenti universitari. In tal senso la dinamica dell’assedio – per rovescio – mi sembrerebbe una chiave di lettura interessante. L’assediante altri non sarebbe se non quella persona che viene a ricordarti che esisti, che sei vivo, che ci sei. Un amico, un amore, un ‘maestro’, nel senso di un individuo cui attribuisci la possibilità di sciogliere la tua costrizione, di abbattere appunto le tue mura. Ovvero di insegnarti il piacere puro di distruggere la tua prigione.
Chi sono i carcerieri oggi?
La lista di proscrizione sarebbe lunghissima e forse declinarla per intero sarebbe un esercizio fine a se stesso. Parto dalla famiglia. La mia storia si concentra su certe derive della borghesia meridionale. Ho scelto una connotazione lavorativa privilegiata – classe dirigente, legata allo spirito atavico del possesso – e un’attitudine alla pedagogia nera: essere puntualmente indifferenti alla volontà dei propri figli. Prima ancora di reprimere, di censurare, la famiglia che racconto fa valere un principio di casta, per cui bisogna essere quello che si è per diritto di nascita. Il padre del protagonista è un notaio, ma anche una specie di vestale che vigila sulla immutabilità delle cose, dei sentimenti, dei luoghi che lo circondano. Non importa se questo può costare la vita al proprio figlio. Il messaggio che ne emerge è che i figli sono, per definizione, sempre sacrificabili.
E l’Università? La inseriresti in questa lista?
Chi comincia un percorso di formazione non sa esattamente dove finirà, in quale mondo si troverà una volta che avrà tagliato il traguardo. Questo è un fatto. Certo, ci sono gli stimoli velenosi, gli input della famiglia, ma l’istituzione accademica ignora molto spesso che lo studio, la formazione, sono solo una parte del gioco. A volte una parte periferica rispetto alla complessità di un’esistenza, va detto. Ma lo studio è anche l’innesco della costruzione, lo strumento con cui spesso si attraversano le esperienze, si indagano i fenomeni. Compreso quelli interiori. Mi chiedo: le istituzioni universitarie sono consapevoli di questo? Nella sostanza sono identiche a se stesse da quasi un secolo ormai. E questo vuol dire solo una cosa: che sono scollate dalla realtà, che vivono in una dimensione lontana lontana.
Il Sud – Il capro espiatorio
C’è un’insistenza particolare nel tuo racconto intorno al concetto di capro espiatorio. Addirittura fai del saggio di Girard un riferimento esistenziale e ‘scientifico’ per il tuo protagonista.
È un libro che è stato vicino a me mentre scrivevo. Considera che stiamo parlando di un testo che ritengo seminale per chi scrive sceneggiature. Insomma, ho pensato di assimilare il mio protagonista a quella particolare condizione. Mentre inganna la famiglia, mentre si perde in bugie dette persino a se stesso, la possibilità di suicidarsi-sacrificarsi è per lui un faro, una perfetta rappresentazione di sé. Penso che nella mia storia vergogna ed espiazione siano esattamente nello stesso perimetro. Come Giona, il naufrago, che grida inascoltato: <<Eccomi, sono qua!>>.
A partire da questo assunto, potremmo dire che la menzogna è una forma di coraggio cambiata di segno?
Non saprei. Sicuramente per il mio protagonista è uno strumento di indagine, la corda che ancora lo tiene mentre guarda il baratro negli occhi, se ne fa carico, fino a contenerlo.
L’Ovest – Ritorno a Pisa
La città di Pisa, lo scenario. Sono rimasto colpito dalla ‘incorporeità’ di certi luoghi citati. È un rilievo che credo di poter fare con precisione perché conosco bene la realtà storica di quei contesti, delle strade, dei locali. Mi pare tu abbia intrapreso una strada di ascendenza teatrale, da fondale dipinto, evocativo.
Pisa… quando questa storia è nata in forma di soggetto per un film non la chiamavo nemmeno col suo nome. Era <<la piccola città tagliata in due da un fiume>>. Alla fine credo di aver scelto volutamente alcuni luoghi che poco hanno a che fare con la vita universitaria. Considera anche che la ‘mia’ Pisa, in cui anch’io ho vissuto, era una sorta di micro-comunità, con i suoi riti, i suoi ritrovi. Il mare molto vicino, la ferrovia, quartieri che sembrano villaggi. I margini di questa città si toccano. E questo è un aspetto bello e difficile allo stesso tempo. Marina di Pisa, con il suo profilo malinconico, luogo di ombre e di vita, a un attimo di strada dai confini urbani. Barbaricina è una specie di parco umano, il quartiere dei Passi una piccola costellazione, ma potrei continuare. Credo sia un tipo di bellezza funzionale alle storie. È vero, nel mio romanzo la geografia di Pisa è uno scenario che sintetizza tutte le declinazioni possibili della vita, l’esaltazione e la depressione più buia, il dolore fisico e la levità. Il mio protagonista, però, non è un flâneur, o quanto meno non è figlio di quella temperie. Cerca tracce di sé nella crudeltà delle distanze, che lui percorre rigorosamente a piedi.
Sarebbe adeguato parlare di habitat, secondo te?
Sì, perché un luogo del genere è favorevole alla possibilità di una famiglia, nel senso più umano e plurale che si possa immaginare. I luoghi ci prescindono come tutto il resto: è il respiro di chi li attraversa, l’attrito dei passi a farli vivere. Quando ho necessità di rimettere le cose in ordine io torno qui. Lo faccio, soprattutto quando ho bisogno di rivedere i miei vecchi amici. Potrei dire che Pisa è la mia isola, cui ho fatto un voto. Quando me ne sono andato, le ho promesso, forse inconsciamente, che avrei continuato a farle omaggio, per tutto quello che mi ha dato.
L’Est – Prospettive per un prossimo viaggio
Credo che i luoghi da soli non ci salvino dalla persecuzione dei nostri amati mostri. In fondo alla strada, per il tuo protagonista, vi è sempre e solo il monolite di un’aspettativa delusa.
Benché mi senta sereno nel dire che il mio è un racconto plurale, scoperchiandone gli strati io vedo però un’ossessione individuale. I personaggi sono numerosi, con funzioni diverse, ma sono maschere dell’io. Convivono tutti con la medesima assenza e l’attore che si muove dietro le voci e i corpi è sempre lo stesso. Deludere significa essere tanti e rimanere da solo. Un dramma, credo, molto contemporaneo.
I luoghi coincidono spesso con la possibilità di raccontare. Non occorre una direzione, ma sentire il tempo dei propri passi. Magari contarli, per dare un numero alla propria ricerca, a certa disperazione che ci coglie quando non sappiamo dove andare.
Nella scrittura è lo stesso, i piani si assimilano. Prima ancora di ragionarne in termini di trama, ne ‘Il laureando’ volevo dare a me stesso la possibilità di muovermi nello spazio insieme ai miei personaggi. È lo sviluppo del viaggio il tema, e l’intreccio sta nelle strade che si sovrappongono, a partire dal momento in cui facciamo irruzione nella vite che raccontiamo fino a quando è tempo di lasciarle andare. Me l’hanno insegnato le storie che amo, che scavano nell’intimità, siano esse sulla carta o sullo schermo. Sono un grande estimatore di quegli autori che esprimono il loro punto di vista sul mondo attraverso una pluralità di toni. Io stesso, nella mia formazione, ho scelto maniere diverse di vivere la narrazione, di studiare i diversi gesti, i tic, le fissazioni. Penso a Matthew Weiner: quando leggo il suo romanzo ‘Heather, più di tutto’ posso riconoscere quel medesimo sguardo sul desiderio e sulla diserzione che ha indagato creando e scrivendo la serie ‘Mad Men’. Tornando all’inizio della nostra conversazione, mi viene in mente che John Fante era anche uno sceneggiatore, ma temo siano pochi i film che ricordiamo scritti da lui.
Citamene uno.
Non ne ho la più pallida idea… In questo momento riesco solo a ripensare a una frase della ‘Confraternita’.
Quale?
<<Sono nato per fare il figlio>>.
Danilo Soscia (1979) scrive per quotidiani, siti e riviste letterarie. Ha pubblicato Atlante delle meraviglie (2018) e Gli dei notturni (2020) entrambi per l’editore minimum fax.
