“È strano dormire in albergo a così pochi chilometri da casa, mi sembra di essere stato inghiottito da un vortice capace di portarmi via da tutto, un mondo da scoprire che, quando ci sei dentro, quando lo segui, non ammette ritorni o distrazioni, come la storia di quel bambino scivolato nel mondo di sotto che non riesco a ricordare. Adesso che sto cercando di capire, adesso che si è come formato un percorso, un filo da seguire e arrotolare, interromperlo anche solo per poco, mi verrebbe paura di spezzarlo e dover poi ricominciare. Si sta svelando un mondo, un modo di prendersi cura che non ho mai sospettato, e tutto all’ombra della parola segnare che a nominarla, solo pochi giorni fa, mi faceva sorridere. Non sono certo in cerca di sostituzioni, la medicina scientifica, quella dei medici e degli ospedali non è in discussione; ciò che mi attira e mi chiama in questo percorso di donne guaritrici è il loro modo di porsi, il fatto che abbiano mantenuto un dialogo con l’ammalato, che con lui continuino a condividere un modo di vedere il mondo, un universo di simboli, la stessa lingua.”
La lepre e la luna (exorma) è il racconto di un viaggio in Appennino alla ricerca di un mondo che Mario Ferraguti credeva scomparso. L’indagine è innescata dall’esperienza di un dolore personale che evoca paure e necessità di risposte nuove sulle enigmatiche figure delle guaritrici che curano con il gesto e la parola. Un’esplorazione sensibile che risale il fiume per incontrare tra i borghi delle vallate appenniniche del Parmense le ultime detentrici di un sapere sacro e profano.
A cadenzare il viaggio nella sua forma letteraria le immagini tra fiaba e mito richiamate dai capitoli, che tracciano un’evoluzione che investe ogni cosa, scompagina la personale narrazione del mondo dell’autore-protagonista. Sottotraccia si scorgono riferimenti continui alla letteratura dei classici e alla poesia contemporanea, oltre a influenze letterarie come Silvio D’Arzo nella definizione di un tempo e di uno spazio che paiono immutabili, Daniele Benati, Ugo Cornia, Luigi Malerba, in particolare nel raffinato e sottile uso dell’elemento ironico per raffigurare l’assurdità del vivere, Ermanno Cavazzoni nel comporre uno stravagante bestiario e nel ritrarre gli irregolari, i non allineati.
L’esplorazione linguistica insiste su sfumature lessicali inscindibili dai luoghi che le hanno generate rivelando la necessità di sancire un peculiare idioma per la cura. Le immagini evocative e gli stacchi lirici compongono una dimensione temporale sospesa, suggerita dallo stupore e dalle nuove consapevolezze di un viaggiatore consapevole dell’imperscrutabilità del destino e perennemente immerso in una visione onirica profondamente reale.
La riflessione sul valore della cura e dell’ascolto ricorda la necessità di riappropriarsi del valore salvifico del gesto. Tra donne che tagliano il nervo sciatico, che recitano formule contro la tarpa che mangia dentro, che guariscono con un ciuffo di lepre, con la forchetta o con la fettuccia del grembiule, che segnano l’erispela, che tolgono il raggio di sole dalla testa prima del tramonto e in giorni senza erre, l’opera è una riflessione sull’esistenza, un’indagine in prosa sulla fallibilità umana e sull’improvvisa chiarezza del vero, il racconto del bilico problematico tra vecchio e nuovo.
In che modo l’esperienza del dolore e la relazione personale con paure oscure ha guidato questo viaggio inatteso fra i luoghi dell’Appennino, un viaggio anomalo che si nutre da sé e che permette di riconoscere nella cura un rapporto umano, un tacito “intendersi sul destino”?
L’esperienza del dolore, della malattia, propria o di una persona molto vicina, è fortemente condivisa; tutti abbiamo racconti, confidenze o consigli. La necessità di partire per esplorare e provare a comprendere una modalità di cura antichissima, ancora diffusa in Appennino, si è rivelata dalla malattia che, anni fa, ha colpito mio padre. Forse da lì, da un mondo, il nostro; di algidi specialisti e farmaci dai nomi incomprensibili in cui parole e simboli tra ammalato e medico non si intrecciavano più e si era creato un abisso, mi ha colto la curiosità di un modo di prendersi cura tanto differente e basato su un dialogo antico in cui la guaritrice non deve solo togliere il dolore ma incaricarsi di andare a recuperare l’ammalato e, attraverso il rito, riportarlo a casa, rimetterlo nel tutto, nel ciclo dell’universo da cui la malattia l’aveva escluso. Intendersi sul destino è proprio questo, recuperare un dialogo; condividere parole e simboli, innescare un meccanismo per cui l’universo intero riaccoglie l’individuo.
Tale condivisione trova un luogo d’elezione nell’ambiente domestico. Il racconto di storie lontane e mali ormai estinti passa attraverso cucine che diventano le uniche stanze in cui si vive e in cui tutto accade, con pratiche segrete con utensili di uso quotidiano come fusi, ditali, chiavi, monete, santini, tazze, pentole. In quale misura l’attenzione estrema per la ritualità nel mostrare un universo femminile incentrato sulla cura, sull’ascolto e sulla parola si rivela imprescindibile dal contesto di cui fa parte?
Il vero centro della casa era la cucina; un territorio da alchimisti in cui erano presenti gli elementi primordiali e mai del tutto addomesticati dagli uomini; per primi l’acqua e il fuoco. La cucina è il luogo in cui la donna potente – strega e guaritrice in Appennino sono la stessa persona per cui, si dice, “chi è capace di fare è anche buono a disfare” – oltre a preparare il cibo, segna, in genere vicino al camino o alla stufa economica. Non è raro trovare, in epoca più recente, formule di guarigione trascritte nei quaderni delle ricette di cucina. Del resto la ricetta per la preparazione di un determinato piatto – mia nonna diceva: “Vado dal medico a farmi fare la ricetta” – è segreta e tramandata, bisbigliata con cura quasi fosse una formula magica e proprio come le formule per segnare i mali. Le due attività si incrociano anche per l’utilizzo di elementi particolari come la sugna del maiale, l’olio e il sale. È un ambiente semplice e segreto la cucina, in cui gli oggetti simbolo dei mali da segnare sono spesso conservati al buio delle credenze, chiusi nei barattoli vuoti di marmellata. Si fanno i piatti per il malocchio, piatti bianchi da cucina, si utilizza il mestolo per sciogliere i vermi e per fermarli lo spago per legare gli arrosti, un pentolino per la croce della storta e una padella per far friggere la coda, l’invidia. Insomma il mondo delle guaritrici non potrebbe fare a meno della cucina; è da lì che partendo da una semplicità estrema, con pochi gesti e una formula si riesce a rivoltare l’universo.
Nell’amalgama di formule e preghiere a santi evocati per l’assonanza del loro nome con il male che devono curare o nel mistero di un corpo in grado di amplificare “la vibrazione primordiale” – come il rabdomante di Bazzano che riconosce nell’acqua selvatica la portatrice di forze incontrollabili – che valenza assume il sacro nell’esplorazione sensibile che prende forma nell’opera?
Il sacro è misterioso finché non deve essere utile; allora è meglio che si riveli e si sbrighi. Quando l’uomo ha bisogno è impaziente, si aggrappa a tutto ciò che gli può essere utile o salvifico. Da qui una forte commistione tra sacro e pagano, un sincretismo in cui ai peli del tasso e alla mandibola del riccio si associano santini e preghiere. Le divinità occorre siano rapide a soccorrere e vicine; c’è la continua tentazione di tirare tutti i santi giù dal cielo, per questo è forte la venerazione mariana; la Madonna rappresenta una via di mezzo, appare sugli alberi, tra le fonti, in luoghi vicini e tangibili. È una buona mediatrice così come la guaritrice lo è tra l’ammalato e il male. anche il medico dovrebbe, non solo mediatore del dolore ma dell’individuo intero, conserva, nel nome, la radice med, appunto, di mediatore. Figure troppo lontane, medici incomprensibili così come divinità inarrivabili vengono trascurate e abbandonate perché non servono. Anche Fiovo, il rabdomante, con la sua forcella che raccoglie e amplifica i sussulti dell’acqua selvatica, diviene mediatore; abbiamo bisogno di interpreti per comprendere l’universo, così come ci occorrono interpreti per i mali che ci assalgono. Il primo compito della guaritrice è quello di dare al male un corpo e un nome. Inizia così la sua intermediazione, nel rivelarci con chi abbiamo a che fare.
È un universo fantastico quello allestito ne La lepre e la luna, dove ogni odore, immagine, luogo, subisce una deformazione mostruosa per entrare a far parte di una leggenda da tramandare, di un presagio da non tralasciare, di una visione da riconoscere, come la Bibiana, l’uccello rapace dalle piume di fuoco, nascosto nei miraggi, nei riverberi di luce, che colpisce alla testa gli uomini e li conduce alla pazzia, o come la Lucabagia, gemella appenninica della Baba Yaga, capace di assumere le sembianze di una gallina pronta coi suoi denti di ferro a divorare i viandanti ingannati dai suoi bagliori di fuoco scambiati per bivacchi. L’incedere apparentemente disordinato tra passato e presente e la prosa densa di rimandi lambiscono il confine tra incubo e veglia con storie che si innestano alla principale per esaltare la componente mistica in luoghi ordinari. In che modo tale peculiare ricognizione fisica compone una personale geografia dell’immaginario e rintraccia il sentimento dei luoghi, ne identifica la natura?
I luoghi sono fondamentali per le storie, ancor di più se si tratta di storie fantastiche. Ci sono favole bellissime che circolano per tutta la dorsale appenninica; hanno la stessa trama ma chi le racconta le ambienta, di volta in volta, in luoghi specifici, che la comunità in ascolto conosce bene. Esiste poi una geografia doppia molto interessante in cui luoghi fisici svelano la componente metafisica che li rende unici. A saperla leggere si intravvede una vera e propria costellazione di luoghi che sostengono la mitologia appenninica. L’ambiguità, le vie di mezzo, il frattempo, ciò che non è del tutto definito sono i momenti e le condizioni privilegiate in cui può rivelarsi l’incredibile. Si segna quando il sole tocca i monti, nel momento in cui non c’è né chiaro né scuro, il folletto incubo si manifesta nel dormiveglia, le streghe nascondono le loro fatture sotto la soglia di casa, il luogo limite tra il dentro e il fuori. Ci sono leggi precise che governano il mondo, fili a cui tutti siamo legati e che ci collegano all’universo; la parola, il racconto, così come riesce a chiamare e dar vita a ciò che nomina, ha una notevole responsabilità.
Sono proprio questi fili a attestare la dolorosa condizione comune a ogni storia narrata che richiama un costante confronto con i grandi temi d’indagine, a partire dalla relazione con la fine, il senso da intuire nel percorso personale dell’autore errante, l’indagine sul corpo nella concezione della necessità del sacrificio per l’espiazione e il perdono. Insinuarsi tra le pieghe di un’umanità raccontata attraverso le sue debolezze e le sue convinzioni, a partire dal modo di pensare alla morte, di farsi soggiogare da un’illusione per sopravvivere, esalta storie che nella loro natura tragica e al contempo profondamente ordinaria raccontano le miserie umane e la necessità della suggestione. Che spazio è riservato a un’idea di salvezza nel rapporto all’apparenza contraddittorio con la fede in relazione alle oscure paure popolari?
È un mondo composito e severo. L’apparato cattolico è spesso confuso con una magia potente, governata dall’alto; si instaurano meccanismi ambigui talvolta favoriti da alcuni sacerdoti che mettono in castigo i santi o suonano le campane per allontanare le tempeste. Si diventa guaritrici durante il battesimo e si ricevono le parole per segnare la notte di Natale; due mondi, quello cattolico e quello delle guaritrici, spesso in contraddizione se non, addirittura, in guerra – ricordo la frase ripetuta da un sacerdote di montagna: “Chi segna non va in Paradiso”. C’è un’incomprensione, un fastidio di fondo; le guaritrici sostengono di esercitare la virtù nel pieno solco cattolico, la Chiesa le allontana, le bandisce e, durante il medioevo, le ha bruciate come streghe. Ancora una volta c’entrano le parole; basta leggere le formule, quelle cantate, ripetute al male per incantarlo; “Ti segno e ti scaccio”, quei verbi all’imperativo pronunciati da una donna che presume di guarire, così mal tollerati dalla Chiesa e la coda della formula che si presta a un inchino: “Prego la santissima Trinità che ti renda la sanità”, una frase dovuta, appiccicata in fondo per farsi tollerare. La salvezza per l’uomo d’Appennino è un’idea troppo vaga e lontana; c’è da sopravvivere, intanto, occorre addomesticare ciò che fa paura, dare un nome all’ignoto, cogliere quelle vie di mezzo in cui tutto è possibile, anche un dialogo contingente con una divinità che forse non esiste: “Signore, se ci sei. Fai che la mia anima, se ce l’ho, vada in Paradiso, se c’è”.
Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
